Inpgi, che cosa dobbiamo aspettarci dalla riforma?

di Sergio Stella

inpgi.jpg_694560180Sette pagine fitte di motivazioni e dati in gran parte già noti ma rielaborati ad hoc per sostenere le ragioni della vicina riforma. E sette punti stringatissimi che annunciano che cosa prevede “l’attuale livello di avanzamento della discussione interna al Cda” dell’Inpgi. Alzi la mano chi ha capito, tra i giornalisti italiani, che cosa ci aspetta dall’intervento su pensioni e ammortizzatori sociali! Probabilmente, lo hanno capito in pochi anche nel Consiglio generale del 27 maggio (che ha approvato il bilancio 2014 con sole cinque astensioni), se le uniche voci che si sono levate sono andate nella direzione di un rinnovato no alla riduzione delle pensioni in essere e a generiche affermazioni politiche.

Dal documento che il presidente dell’Istituto Andrea Camporese ha fatto filtrare durante il Consiglio generale di mercoledì scorso, per poi pubblicarlo il giorno successivo sul sito dell’Ente previdenziale, si comprende in verità subito una cosa: solo dopo sei anni, e forse più, di segnali chiarissimi di crisi del sistema dell’informazione e di squilibrio crescente tra entrate e uscite dell’Inpgi, peraltro ampiamente e da tempo segnalati nelle relazioni annuali della Corte dei conti sui bilanci dell’Ente, il Consiglio di amministrazione si è deciso a studiare una riforma. Fino a oggi, a parte l’aumento di tre punti di aliquota a carico degli editori decisa da Fnsi e Fieg, altre misure concordate da Sindacato ed editori nei rinnovi contrattuali 2009, 2011 e 2014 (nemmeno citati da Camporese) e una riforma sull’età pensionabile delle donne che darà risultati tra diversi anni, l’azione del Cda dell’Istituto è stata davvero limitata sul fronte delle prospettive a lungo termine. Ma qualcosa di più si può provare a interpretare dietro le scarne parole, per non trovarsi impreparati quando tutto sarà già stato deciso. Cosa che avverrà in tempi molto rapidi se la Giunta esecutiva della Fnsi insieme ai rappresentanti delle 20 Associazioni regionali di stampa incontrerà il Cda dell’Inpgi il prossimo 9 giugno “per discutere delle linee della prossima riforma”.

Ecco le sette indicazioni sette che dovrebbero tracciare, in base al documento del presidente Camporese, il futuro dei giornalisti italiani:

1) Azioni graduali e prospettiche che escludano la creazione di scaloni ed “esodati”, salvaguardando scelte di vita già compiute;

2) Mantenimento della possibilità di andare in pensione con i 40 anni;

3) La non applicabilità dell’aspettativa di vita;

4) La tutela degli accordi in essere connessi agli stati di crisi;

5) Un intervento molto limitato sul livello degli ammortizzatori sociali che, per buona parte, discendono da norme generali di legge;

6) Il mantenimento di forme di flessibilità in uscita che consegnino ai singoli la possibilità di decidere la data del proprio pensionamento dentro un quadro di sostenibilità dell’Ente;

7) Il mantenimento di sostanziali ed evidenti specificità e vantaggi rispetto al sistema generale garantito dall’Inps”.

Partiamo dalla settima e ultima affermazione, che suona come un’excusatio non petita: l’Inpgi resterà più generoso dell’Inps. Altrimenti, perché non trasferirsi direttamente nel sistema di previdenza e assistenza pubblica garantito dallo Stato? Ma lo sarà certamente molto meno che in passato. Quanto meno non è però chiaro.

Il punto 2) sembra consegnare una sicurezza: con 40 anni di contributi versati si potrà ancora andare in pensione, indipendentemente dall’età anagrafica. Una consolazione per chi ha iniziato la professione entro i 25 anni e non ha mai avuto periodi di interruzione di contratti, ma che interessa poco la generazione di trenta-quarantenni precari, con pochi e incostanti contributi versati. Il punto 3), assicurando che non si procederà con il calcolo dell’aspettativa di vita, che nel sistema pubblico fa aumentare automaticamente e senza limiti l’età pensionabile, potrebbe significare che restano per i giornalisti i 65 anni attualmente stabiliti per il diritto alla pensione di vecchiaia. Ma non è detto che la riforma non fissi un altro livello di età, ovviamente superiore ai 65 anni, che però resterebbe cristallizzato nel tempo e non soggetto ad aumenti automatici.

Il primo punto è una promessa talmente generica che invece di rassicurare induce a pensare di tutto. Ok, le azioni saranno graduali, quindi non scatteranno a un’ora X oltre la quale tutto sarà perduto. Non ci saranno scaloni che faranno slittare di anni e anni da un giorno all’altro la possibilità di andare in pensione. E non si creeranno neppure “esodati“, cioè dovrebbero essere garantiti i colleghi che hanno già lasciato il posto di lavoro contando su una normativa che gli avrebbe consentito in breve tempo di accedere al pensionamento (interpretando l’espressione “scelte di vita già compiute” altrimenti indecifrabile perché davvero molto generica: che ne sanno all’Inpgi delle scelte di vita di ogni giornalista italiano?). Tutto bene, dunque. Ma su quali saranno le azioni graduali che non agiranno a scaloni e non creeranno “esodati” non si dice proprio nulla. E non è nemmeno detto che, tra le righe, non si voglia far intendere che si interverrà anche sulle pensioni in essere. Così come al punto 6) si assicura che ci sarà ancora la possibilità di andare in pensione con “flessibilità“, quindi prima della vecchiaia piena. Previsione che del resto sta tornando anche per i pensionamenti dell’Inps. Ma a quale età, con quanti contributi e, soprattutto, con quali penalizzazioni non sono dettagli di poco conto.

Oggi, per esempio, le pensioni di anzianità permettono ancora ai giornalisti con con 35 anni di contributi  complessivamente versati (cioè sommando Inpgi e Inps) di andare in pensione a partire dai 57 anni di età, seppur con decurtazioni definitive dell’assegno fino al 20% (la pensione piena si ottiene solo se si esce a 62 anni compiuti, sempre con i 35 anni di contribuzione). Per intenderci, sono quello strumento ampiamente utilizzato in questi anni da alcune aziende, in particolare la Rai e le testate Finegil del gruppo Espresso-Repubblica, per ridurre gli organici senza ricorrere agli ammortizzatori sociali con incentivazioni all’esodo rese molto appetibili appunto dalla prospettiva dell’immediato pensionamento, tutto e interamente a carico dell’Inpgi e dei contributi di chi è rimasto al lavoro. Niente a che vedere con i prepensionamenti previsti dalla legge 416 del 1981 sugli stati di crisi, che invece dal 2009 sono a totale carico dello Stato e, in parte, delle aziende.

L’ipotesi più plausibile è che si intervenga appunto in modo deciso sulle pensioni di anzianità. Nessuno lo dice, ma sono stati proprio i pensionamenti volontari di anzianità a mettere in ginocchio il rapporto tra entrate e uscite contributive dell’Inpgi negli ultimi sette anni. Bastava leggere bene i dati contenuti nelle note integrative ai bilanci e nelle relazioni della Corte dei conti per capirlo subito: dal 2007 al 2013, i pensionati diretti (escluse le pensioni ai superstiti) sono passati in totale da 4.074 a 5.795, con un aumento di 1.721 unità. Tra questi, 576 sono imputabili a prepensionamenti (non a carico dell’Inpgi) mentre ben 837 sono rappresentanti da pensioni anticipate di anzianità, a totale carico dell’Istituto. E a questi dati bisogna aggiungere quelli del 2014, con un totale di 554 nuove pensioni, di cui 110 prepensionamenti. Il fenomeno di trend crescente della “propensione al pensionamento volontario anticipato” era noto e tema di considerazione da anni, all’interno dell’Inpgi. Eppure finora non si è mai voluti intervenire. Mentre adesso il ritardo evidente impone una manovra sicuramente più dura, per i giornalisti tutti.

Una manovra che colpirà anche (soprattutto?) gli ammortizzatori sociali: cassa integrazione, contratti di solidarietà e disoccupazione. Quegli strumenti che sono riusciti a dare sostegno a tanti colleghi in questi anni di crisi, con chiusura di molte testate, senza i quali oggi il presidente Camporese non scriverebbe di una perdita di circa 3 mila rapporti di lavoro, ma probabilmente del doppio o anche di più. Il punto 4) del documento assicura che tutti gli accordi in essere relativi a stati di crisi saranno tutelati. E sinceramente non si capirebbe come potrebbe essere altrimenti. Mentre il punto 5) prospetta un “intervento molto limitato” sugli ammortizzatori sociali, ricordando che questi, “per buona parte, discendono da norme generali di legge”. Come dire: vorremmo fare molto di più, ma le leggi ci impediscono di usare l’accetta.

Definire un intervento “molto limitato” dipende in ogni caso dai punti di vista. La disoccupazione, tanto per entrare nel merito, che non dipende da norme generali ma ha peculiarità da sempre proprie all’Inpgi, ha subito più modifiche negli anni, che hanno progressivamente ridotto la sua entità, la sua durata, la copertura previdenziale figurativa garantita e, in ultimo, l’ha esclusa definitivamente per chi dà volontariamente le dimissioni. Si può davvero pensare di intervenire ancora, magari ricalcando le nuove regole generali della Naspi ed eliminando una preziosa protezione per i colleghi che perdono il lavoro proprio quando sta entrando in vigore il Jobs Act?

La cassa integrazione straordinaria, la cigs, che per i giornalisti di quotidiani, periodi e agenzie di stampa (escludendo quindi i colleghi di radio e televisioni nazionali e locali) viene regolata dalla legge 416/81, è ancora oggi prevista per 24 mesi anche nei casi di chiusura totale e parziale di un’azienda (chiusura di testate, per esempio) e nelle procedure fallimentari (liquidazione e fallimento). Che cosa accadrebbe se l’Inpgi chiedesse ai ministeri un deroga alla 416 e quindi l’applicazione delle norme generali? Quanti colleghi finirebbero direttamente in disoccupazione (magari rivista pure al ribasso) nel caso di chiusura di una testata in un gruppo che va avanti nell’attività? E quanti altri, di fronte al fallimento della propria azienda, si ritroverebbero senza alcuna protezione? Senza contare che, chiusa una testata e licenziati tutti i dipendenti, per l’editore riuscire a venderla ad altri sarebbe un gioco da ragazzi.

I contratti di solidarietà, infine. L’ammortizzatore che più è cresciuto nell’utilizzo (e nella spesa) negli ultimi anni, anche per scelta consapevole del Sindacato, proprio perché non solo è per definizione difensivo rispetto ai posti di lavoro, ma costituisce una speranza concreta pure per l’Inpgi di un futuro ritorno alla contribuzione piena dei giornalisti coinvolti. Sappiamo tutti benissimo che chi perde oggi un posto di lavoro, difficilmente lo ritroverà. E anche chi è andato in cigs a zero ore in questi anni spesso non è riuscito dopo i 24 mesi di cassa a rientrare nella propria azienda. Mentre chi ha un contratto di solidarietà continua a lavorare e ha la prospettiva di non diventare un disoccupato. Con vantaggi indubbi anche per l’Inpgi e per tutta la categoria.

Inspiegabilmente, invece, proprio sui contratti di solidarietà sembrano concentrarsi i desideri di limitazioni e di modifiche di molti. Cercando le strade possibili tra le righe della legge generale che li regola. L’Inpgi è già intervenuta, con l’accordo del Sindacato, per mettere un tetto all’importo della restituzione del 60% della retribuzione persa dal giornalista, in deroga alla legge generale (non paga oltre l’importo dell’assegno mensile di cigs). Così come la Fnsi si è data la regola (purtroppo spesso non applicata proprio da alcuni tra i suoi maggiori rappresentanti di ieri e di oggi) di non sottoscrivere accordi oltre il 30% di riduzione dell’orario di lavoro, nonostante la normativa preveda un intervento fino al 60%. Come altro l’Inpgi pensa di intervenire? Il segretario della Fnsi, Raffaele Lorusso, ha pubblicamente ipotizzato, per esempio, che si possa limitare la restituzione del 60% ai soli minimi contrattuali, escludendo quindi voci come scatti, superminimi o altre indennità fisse. Altre voci fanno intendere che non solo si dovrebbero escludere tutte le voci degli integrativi aziendali, ma che questi andrebbero disdettati prima di poter accedere al contratto di solidarietà. Altre ancora puntano all’azzeramento delle ferie arretrate prima della sottoscrizione del contratto e non nel corso dei due anni, come spesso previsto finora negli accordi. C’è bisogno di mettere nero su bianco quel che succederebbe, se passassero queste ipotesi?

Ultimissima considerazione: dove sono i collaboratori e i freelance all’interno di questa riforma? Scomparsi! L’allargamento delle tutele anche ai giornalisti non dipendenti è stato per mesi sbandierato come nodo centrale delle future politiche sindacali e dell’Inpgi. E pure il contratto siglato nel 2014 impegna Fnsi e Fieg a intervenire sui ministeri per soluzioni di inclusione, che portino almeno i cococo dalla gestione separata a quella principale. Al momento però, sembra di capire, l’unica “inclusione” che qualcuno lascia intravedere riguarderebbe solo il patrimonio dell’Inpgi2, da portare dentro l’Inpgi1. Forse per mettere una nuova pezza a conti che da molto tempo non tornano.

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