Commissioni Inpgi, la sorpresa delle nomine “elargite” senza consenso

di Daniela StiglianoConsigliere generale Inpgi

Questa non mi era proprio mai successa, in 50 anni di vita e oltre 30 di giornalismo. Quindi, ve la devo raccontare. A dimostrazione che l’Inpgi e la maggioranza che lo governa non finiscono mai di sorprendere (e di sorprendermi), con i loro comportamenti da padroni delle ferriere e l’interpretazione originale che danno del proprio “potere” di decidere in beata solitudine.

È stata una sorpresa, infatti, essermi ritrovata “nominata” giovedì 26 maggio in una Commissione consultiva dell’Istituto (la commissione “Occupazione”, per la cronaca) senza saperne nulla, senza alcun preventivo contatto, senza alcuna comunicazione formale, neppure un sms o un whatsapp (che pure non si nega oramai a nessuno). Così: compresa tra decine di nomine senza neppure poter dire prima se la cosa mi interessasse oppure no, con il mio nome inserito in un documento pubblico e scritto nero su bianco sul sito dell’Inpgi (per una volta aggiornato in tempo reale).

Tanto per chiarire: non sono stata l’unica beneficiata dalla “improvvisata” di distribuire alle minoranze strapuntini a sorpresa nelle Commissioni da parte di una maggioranza che si è spartita tutte le presidenze, quasi tutte le vicepresidenze e non ha lasciato spazio a “non fedelissimi” nelle commissioni ritenute “strategiche”. Sono in ottima (seppur non abbondante) compagnia. Ma procediamo con ordine.

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Inpgi in profondo rosso: utile di carta, bilancio “core” a -142 milioni

di Daniela StiglianoConsigliere generale Inpgi

Il rosso dell’Inpgi è sempre più profondo. Il bilancio previdenziale 2015 della gestione principale si è chiuso a -142 milioni di euro, mentre il patrimonio dell’Istituto si è ridotto di quasi 140 milioni. E il 2016 non andrà meglio. Né gli anni subito successivi. Nonostante le rassicurazioni del vertice dell’Inpgi, l’aumento dei contributi scattato dallo scorso gennaio, gli escamotage contabili ancora una volta utilizzati per mostrare un utile solo apparente, la vicinissima svendita degli immobili e una riforma previdenziale che sarà ben più dura di quella già lacrime e sangue strombazzata a luglio del 2015 e poi in larga parte bocciata dai ministeri.

I bilanci 2015 dell’Inpgi, completi delle relazioni, sono stati pubblicati solo ieri, 23 maggio, sul sito dell’Inpgi, a quasi un mese dalla definitiva approvazione (leggi qui). Ma quanti giornalisti andranno a leggerli? Quanti riusciranno a interpretare i dati, che sono in alcuni casi incompleti? E quanti arriveranno fino all’interessante documento dei sindaci? Molti hanno invece ricevuto e letto quello che è immediatamente uscito dalle stanze di via Nizza ora governate dalla neo-presidente Marina Macelloni (finora in assoluta continuità con il predecessore Andrea Camporese): due comunicati scarni, quasi fotocopia e (volutamente?) poco comprensibili ai più, pubblicati sul sito e diffusi alle agenzie di stampa dopo l’approvazione del bilancio nel Consiglio di amministrazione del 20 aprile e la sua ratifica da parte del Consiglio generale il 28 aprile (leggi qui e qui).

Una sola cosa è ben chiara, leggendo il secondo comunicato: la ratifica in Consiglio generale è avvenuta con 17 voti contrari e 2 astenuti su 58 presenti. Solo due terzi dei consiglieri, insomma, hanno detto sì. Un fatto senza precedenti, nella storia dell’Inpgi, che ha la sua base nella preoccupazione per il futuro dell’Istituto e della sua autonomia. Io ho votato no. Vi racconto perché.

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I giornalisti di Rcs agli azionisti: imprese editoriali “beni” sensibili. Vogliamo garanzie per informazione di qualità, occupazione e indipendenza delle redazioni

Pubblichiamo il comunicato diffuso dai giornalisti dei Periodici di Rcs Mediagroup sulla battaglia in corso per il controllo del gruppo editoriale, su cui sono state lanciate l’Ops (Offerta pubblica di scambio) di Cairo Communication, appoggiata da Intesa Sanpaolo, e l’Opa (Offerta pubblica di acquisto) di Andrea Bonomi con Mediobanca, Diego della Valle, UnipolSai e Pirelli. Le due offerte, contrapposte, andranno sul mercato nelle prossime settimane.

I giornalisti dei Periodici di Rcs Mediagroup stanno seguendo con grande attenzione le vicende finanziarie che hanno portato – al momento – sul mercato azionario a due offerte contrapposte sul capitale sociale del gruppo, preludio di nuovi assetti azionari e nuove politiche industriali.

Agli azionisti, piccoli e grandi, che saranno chiamati nelle prossime settimane a esprimere il proprio gradimento sulle offerte e a decidere del futuro di Rcs Mediagroup, vogliamo ricordare come le imprese editoriali siano “beni” sensibili. Con logiche che devono attenere in primo luogo – anche nel rispetto della Costituzione – a valori fondamentali per la democrazia come la libertà di stampa e il diritto dei cittadini a essere correttamente informati.

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Violenza e discriminazione di genere giocano un ruolo determinante contro la libertà di informazione

Michael Astordi Michael AstorThe Associated Press
(traduzione dal testo originale “New book examines gender’s role in press freedom” rilanciato dal sito ethicaljournalismnetwork.org, leggi qui)

La violenza sessuale, le molestie online e la discriminazione di genere giocano un ruolo determinante contro la libertà di stampa. Lo dimostra un nuovo libro pubblicato dal Committee to Protect Journalists (Cpj). Il libro fa parte della serie annuale dell’organizzazione “Attacks on the Press”. L’edizione 2016 raccoglie interventi di membri del Cpj e di esperti esterni che mettono in evidenza le sfide e il coraggio di giornalisti che affrontano minacce basate sul genere.

La responsabile legale del Cpj Courtney Radsch rivela che l’idea di esaminare il ruolo di genere nel limitare la libertà di stampa è nata circa cinque anni fa, quando la corrispondente della Cbs Lara Logan è stata violentata mentre si occupava delle proteste della primavera araba in Egitto. “Abbiamo compreso che c’era una mancanza di attenzione sul problema”, dice Radsch, “e da allora abbiamo cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica”.

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Caltagirone Messaggero

Caltagirone fuori dalla Fieg: un’ombra anche sul contratto dei giornalisti

azzurra caltagirone
Azzurra Caltagirone

di Sergio Stella

Il motivo ufficiale dello scontro sono i poligrafici delle testate del gruppo Caltagirone e il loro passaggio al contratto di lavoro del commercio, contestato da (quasi) tutti gli altri editori. Ma dietro l’uscita rumorosa dalla Fieg degli editori di Messaggero, Mattino di Napoli, Gazzettino di Venezia, Corriere Adriatico, Corriere di Puglia e Leggo si nasconde molto di più. E la mossa – non del tutto inaspettata – allunga ombre sul prossimo futuro dell’intera industria dell’informazione e delle sue relazioni industriali. Senza risparmiare, ovviamente, la categoria dei giornalisti e il nostro contratto di lavoro (scaduto a fine marzo e prorogato al 30 settembre).

Anzi. Il vero rischio è che la battaglia finale si combatta proprio su questo terreno. Con esiti non scontati su alcun fronte. Ma che rischiano, in ogni caso, di passare sulla nostra testa e di giocarsi sulla nostra pelle. Anche grazie all’inanellarsi di errori sindacali, negli ultimi mesi, che nessuno sembra essere preparato e pronto a correggere. Ma proviamo a ricostruire i fatti. 

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Dopo il Salvini Factor, arriva la Padania mascherata

di Sergio Stella

salvini factor2Dal Salvini Factor, il reclutamento di quelli “ bravi a scrivere”, a Il Populista, il passo è stato breve. Da domani, 5 maggio, sarà in rete il giornale “di area” leghista. E la Padania? E i suoi cassaintegrati?

Nell’anno della misericordia bergogliana, potrebbe esserci spazio anche per loro, secondo il codice del lavoro salviniano, con una piroetta da giurisprudenza del lavoro innovativa, la contrattazione collettiva che clona quella cinese: chiamate Alessandro Morelli (il bi-direttore, essendolo già Radio Padania, amico fidato del “Teo”), ha fatto sapere il commissario liquidatore Andrea Manzoni, mettetevi d’accordo con lui su pezzi e pagamenti. Da collaboratori occasionali, s’intende. Fine della trasmissione. E’ il liberismo, prezzi di mercato, ma con la vita degli altri.

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Nuovi giornalismi e occupabilità, tre corsi di formazione a Palazzo Lombardia

di Fabio Benati

Crisi dell’editoria, cassa integrazione, contratti di solidarietà, disoccupazione. Un’onda d’urto che ha investito e sta colpendo  centinaia di giornalisti in Lombardia, migliaia in Italia.  I dati 2014 (fonte Associazione Lombarda dei Giornalisti) ci dicono che In Lombardia sono 5.045 i giornalisti con contratto di lavoro dipendente (-4% circa sul 2013 dopo un -3,7%  del 2013 sul 2012). Dal 2007 (6.065 contratti di lavoro in essere) è sempre stato un calo: complessivamente, dal 2007 al 2014 si sono persi 1020 posti di lavoro (-20% circa).

I lavoratori autonomi censiti sono poco più di 40.500 in Italia. La Lombardia è la prima regione italiana, registrandone 9107 ovvero il 22,5% del totale. In media, in Italia, 7 lavoratori autonomi su 10 dichiarano redditi inferiori a 10 mila euro l’anno (dato 2014).

Per disporre di un quadro aggiornato sullo “stato dell’arte” delle opportunità di ricostruirsi una professione anche e soprattutto sul web, approfondire lo scenario normativo e conoscere i protagonisti di intraprese imprenditoriali di successo,  è stato organizzato a Palazzo Lombardia in Sala Biagi (400 posti) un trittico di corsi di formazione per i giornalisti.

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