#CrisiInpgi1, prima i giornalisti (e le nostre pensioni)

Diverse le ipotesi per salvare la nostra previdenza. Stati generali dell’Editoria e tavolo tecnico devono essere l’occasione per valutarle e scegliere la più efficace. Sì a una soluzione rapida, non frettolosa

di Unità SindacaleMovimento con propri rappresentanti in Fnsi, Inpgi, Casagit, Fondo di previdenza complementare e Ordine dei Giornalisti

Prima i giornalisti, cioè tutti noi e le nostre pensioni. È da qui che si deve partire quando si parla di Inpgi e di possibili soluzioni per la crisi della sua Gestione principale, quella dei dipendenti che sostituisce integralmente l’Inps, per intenderci. Perché in gioco ci sono la vita e il futuro di migliaia di persone e delle loro famiglie. Ed è da qui che noi chiediamo con forza di partire a tutti gli attori di questa partita, all’apertura degli Stati generali dell’Editoria e con un tavolo tecnico già avviato al ministero del Lavoro.

Alcune ipotesi per il superamento di una situazione finanziaria altrimenti destinata al default sono già state avanzate. Altre probabilmente arriveranno. Ed è una buona notizia che la politica abbia, finalmente, compreso di dover affrontare il tema delle pensioni dei giornalisti, a rischio oramai da anni. Ma qualsiasi soluzione dovrà dimostrare la sua efficacia nel tempo e la sua capacità di tutelare il nostro futuro, con numeri chiari, certi, trasparenti e pubblici. Quello che è finora totalmente mancato.

Tracciamo il reale stato della situazione, come ci siamo arrivati e quello che possiamo aspettarci.

Una crisi che viene da lontano
I giornalisti occupati sono diminuiti, i colleghi pensionati sono aumentati. Detta così sembra una banalità che oramai conoscono tutti. Come ripetere che le difficoltà dell’industria dell’informazione, con stati di crisi, licenziamenti, casse integrazioni, solidarietà e prepensionamenti, sono la causa dei conti in rosso.

Il fenomeno non è però esploso negli ultimissimi anni. I primi scricchiolii nei conti dell’Inpgi1 si erano avvertiti già nel 2008-2009, e il primo bilancio con gestione previdenziale in rosso dell’Istituto di previdenza dei giornalisti data 2011. Ma l’ultima riga di esercizio ha continuato a essere positiva, prima grazie ai rendimenti finanziari, dal 2013 per le “magie” delle rivalutazioni degli immobili conferiti al Fondo “Giovanni Amendola”. Utili di carta, nessuna liquidità reale in cassa.

Nonostante i continui allarmi della Corte dei Conti, l’unica vera mossa dell’Inpgi è stata chiedere a Fnsi e Fieg di aumentare contrattualmente le percentuali dei contributi versati. Oltre a una riforma delle pensioni delle giornaliste, che avrebbe però avuto i primi, limitati effetti solo dal 2021. E pure i ministeri vigilanti, Lavoro ed Economia, da un governo all’altro, di fatto hanno volto lo sguardo altrove.

La riforma cattiva e inutile
Dopo aver perso anni a ostentare utili milionari e a dichiarare l’assoluta garanzia delle pensioni dei giornalisti, l’Inpgi ha iniziato a erodere il patrimonio dei giornalisti, cedendo gli investimenti finanziari e infine decidendo di vendere gli immobili già messi nel Fondo perché rischiava di non avere sufficiente liquidità per pagare pensioni e stipendi dei dipendenti.

Poi si è svegliata un giorno con il piano di una riforma durissima, lacrime e sangue, di tutte le prestazioni, dalle pensioni alla disoccupazione. Una riforma decisa e varata in due tappe, tra il 2015 e il 2016, da due Consigli di amministrazione diversi ma copia conforme l’uno dell’altro, approvata dalla maggioranza della Fnsi e subìta da tutti noi. Una riforma cattiva ma soprattutto inutile perché tardiva. E che non poteva più risolvere nulla.

Subito almeno 20 mila iscritti
Insulti e accuse a chi, come noi, lo ha sostenuto e da anni chiedeva interventi meno duri ma più efficaci, sono stati giustificati da pompose affermazioni su una riforma necessaria perché capace di salvare le nostre pensioni. Peccato che nel 2018, alle prese con il primo bilancio in rosso, nelle stanze di via Nizza si rifanno i conti. E si scopre che la riforma non è servita, appunto, a nulla.

Servono, subito, almeno altri 20 mila iscritti alla Gestione principale, quindi iscritti assunti, per sperare di riportare i bilanci in positivo e garantire le nostre pensioni. Ma 20 mila assunzioni di giornalisti è una follia anche solo pensarlo. Ed è qui che nascono i progetti di allargamento della platea contributiva di cui si parla dallo scorso ottobre. Ben camuffati dal nobile intento di cogliere le trasformazioni del mondo dell’informazione. Progetti che non sono però le uniche ipotesi in campo.

Comunicatori, informatici & co.
Per allargare l’Inpgi ad altre figure professionali oltre ai giornalisti la Lega ha presentato quattro emendamenti, tutti non ammessi neppure alla discussione: due alla legge di stabilità e due al Decretone su Reddito di cittadinanza e Quota 100. Con differenze di testo non banali, tra l’uno e l’altro. Frutto, sembrerebbe, di aggiustamenti successivi un po’ pasticciati.

Il primo tentativo, avanzato alla Camera, si limitava ad aprire le porte dell’Istituto di previdenza dei giornalisti, da gennaio 2019, ai comunicatori pubblici e privati, che avrebbero trovato posto nella Gestione principale o in quella Separata (Inpgi2) a seconda che fossero dipendenti o lavoratori autonomi.

Incassato il primo stop, e probabilmente compreso che i comunicatori non avrebbero mai raggiunto quota 20 mila dipendenti, al Senato il nuovo emendamento alzava il tiro includendo pure “coloro che svolgono attività, anche di natura tecnico-informatica, inerente la produzione, il confezionamento o la fruibilità di contenuti a carattere informativo diffusi sul web o su un altro canale multimediale”.

Inoltre, aggiungeva un ultimo comma che concedeva all’Inpgi 12 mesi, fino a gennaio 2020, per presentare ai ministeri vigilanti “un apposito bilancio tecnico attuariale”, che via Nizza avrebbe dovuto consegnare lo scorso febbraio: nel caso in cui le proiezioni dell’attuario, pur tenendo conto dei nuovi ingressi, non avessero garantito la sostenibilità finanziaria, l’emendamento della Lega imponeva di dare “corso alla procedura di cui al comma 4 dell’art. 2” della legge 509/1994, che ha a suo tempo privatizzato le casse previdenziali dei professionisti. Una procedura che prevede il commissariamento dell’Ente per 3 anni e, in caso di mancato riequilibrio dei conti, la liquidazione dell’Istituto.

La “svista” viene eliminata nei due emendamenti successivi, sempre a firma Lega, al Decretone su Reddito di cittadinanza e Quota 100. L’ampliamento della platea dell’Inpgi viene rimandato al gennaio 2020, l’Ente non ha obbligo di presentazione del bilancio tecnico attuariale fino al giugno 2021 e fino ad allora la legge 509/1994 sul commissariamento “è temporaneamente sospesa”.

La sorpresa (negativa) è però un’altra: si prevede nero su bianco una nuova riforma “volta al contenimento della spesa per le prestazioni di previdenza e assistenza” dell’Inpgi. Altre lacrime e altro sangue per noi giornalisti, insomma.

Quanti sono e come individuiamo i nuovi iscritti?
Il nodo vero dei tentativi pasticciati e falliti di introdurre di tutta fretta una norma salva-Inpgi è però un altro: quella norma sarebbe davvero capace di salvare le nostre pensioni? Non esistono numeri e dati certi su quanti siano i potenziali nuovi iscritti, quale inquadramento contrattuale abbiano, quanti finirebbero nella Gestione principale e quanti nella Separata, quale sia l’ammontare medio dei loro contributi. E senza numeri e dati, diventa tutto solo un esercizio di stile.

Il salvataggio dalle altre Casse
Un’altra ipotesi che ha visto la luce è quella del “sistema Adepp” che viene in aiuto dell’Inpgi e lo aiuta a superare le difficoltà attraverso un Fondo a cui dovrebbero contribuire tutte le Casse privatizzate dei professionisti. Un prezzo che gli enti di medici, ingegneri, commercialisti e altri potrebbero essere disposti pagare pur di non rischiare che il crollo dell’Istituto dei giornalisti crei un pericoloso precedente e mini alla base l’autonomia del welfare dei professionisti, garantito da un tesoretto complessivo da 80 miliardi di euro.

Inpgi di nuovo pubblico
C’è anche chi avanza la proposta che l’Inpgi torni a essere pubblico, e che sia lo Stato a garantire le pensioni dei giornalisti dipendenti, così come fa per tutti gli altri lavoratori italiani. Un’idea non peregrina, che potrebbe preludere a un ingresso dei giornalisti all’interno dell’Inps, magari in un polo che comprenda anche quei lavoratori che dovrebbero rappresentare il nuovo mondo dell’informazione e della comunicazione. E portando in dote quel che rimarrà del patrimonio dell’Istituto di via Nizza, che oggi supera ancora 1,5 miliardi di euro.

In questo caso, si potrebbe (e sicuramente si dovrebbe) trovare anche una soluzione positiva per garantire l’occupazione dei dipendenti dell’Inpgi e non lasciare alcuno di loro senza protezione.

Soluzione rapida, non frettolosa
Le ipotesi, insomma, sono molteplici. E ora, tra Stati generali dell’Editoria e tavolo tecnico con le altre Casse dei professionisti, c’è la possibilità di riflettere con calma, di mettere a confronto le diverse posizioni, di ascoltare chi ha idee e proposte nuove, di valutare le varie ipotesi e di percorrere, infine, quella migliore per tutti.

Sapendo che qualsiasi soluzione dovrà passare da una nuova legge e, prima ancora, da un’informazione trasparente ed esaustiva nei confronti dei giornalisti. I soli che stanno rischiando il loro futuro.

Tutti chiediamo una soluzione rapida. Nessuno dovrebbe volere una (ennesima) soluzione inutile e frettolosa, e che non metta al primo posto noi giornalisti e le nostre pensioni.

2 pensieri su “#CrisiInpgi1, prima i giornalisti (e le nostre pensioni)

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