Pensioni dopo le riforme: una guida (minima) per non fare confusione

Manovra Inpgi e decreto Lotti (con la “manovrina” d’estate) hanno rivoluzionato la nostra previdenza. Raccapezzarsi tra regole, deroghe e salvaguardie non è facile. E non tutto è come appare…

di Daniela StiglianoGiunta Fnsi e Consigliera generale Inpgi

La riforma dell’Inpgi e le nuove regole per i prepensionamenti. Le clausole di salvaguardia e le deroghe per le uscite anticipate. E poi il sistema contributivo, il calcolo automatico dell’aspettativa di vita, la rivalutazione dei contributi ridotta retroattivamente dal 2007 per tutti. Nel giro di pochi mesi di questo 2017 quasi tutto è cambiato per le pensioni dei giornalisti italiani. Ed è facile fare confusione tra norme, regole, deroghe e salvaguardie. Anche perché non tutto è esattamente come appare.

Proviamo allora a fare ordine tra le differenti novità, con questa guida minima alla comprensione del nostro futuro. O perlomeno di quel che sarà fino alla prossima (vicina?) riforma delle nostre pensioni, già richiesta dai ministeri vigilanti.

A conclusione della lettera del 20 febbraio scorso, con cui il ministero del Lavoro – di concerto con il ministero dell’Economia – ha dato il primo via libera alla riforma, è stato infatti ribadito l’invito all’Inpgi a «portare a conclusione, in tempi brevi, il processo di riforma avviato, considerando anche la necessità di adottare misure anche più restrittive rispetto al sistema generale, dato che responsabilmente va perseguito l’obiettivo di ricondurre definitivamente la gestione in equilibrio. (…) Sarà, dunque, cura e responsabilità di codesto Istituto adottare con l’urgenza necessaria ulteriori, severe e rigorose misure per consentire la stabilità delle gestioni a garanzia di quanto dovuto alle platee assicurate».

Una lettera che, per la cronaca, è ancora oggi secretata dall’Inpgi, insieme al bilancio attuariale a sostegno della riforma, ma consultabile sul sito francoabruzzo.it, a cui è stata consegnata dal ministero del Lavoro.

PENSIONE DI VECCHIAIA

Il requisito contributivo minimo resta invariato: 20 anni di versamenti. A cambiare è l’età anagrafica, con una progressione certa per il biennio 2017-2018: per gli uomini è fissata a 66 anni per quest’anno e 66 anni e 7 mesi per il prossimo, mentre per le donne rispettivamente a 64 anni e 65 anni e 7 mesi.

Nel 2019 arriverà l’equiparazione di genere nelle pensioni dei giornalisti, con un’età che la riforma Inpgi indica in 66 anni e 7 mesi. A cui dovrà però essere applicata l’aspettativa di vita. Che cosa vuol dire? Significa che l’età della pensione di vecchiaia potrebbe anche essere più alta dei 66 anni e 7 mesi indicati dall’Inpgi.

Il dibattito politico in corso in queste settimane sembra deciso a portare l’asticella ai 67 anni di età tra due anni per tutti i lavoratori dipendenti, con l’esclusione (forse) di chi esercita mestieri usuranti. Il nuovo requisiti interessebbe anche i giornalisti che, con la riforma del settembre 2016, sono oramai soggetti a ogni variazione prevista per l’Inps. Per i colleghi sarebbe un aumento di 5 mesi rispetto al 2018, per le colleghe addirittura di 1 anno e 5 mesi.

Anche se il balzo a 67 anni dovesse essere rinviato, questa sarà comunque l’età a cui nel 2021 sarà concessa la pensione di vecchiaia. Per poi riprendere a essere calcolata ogni biennio, in base alla variazione rilevata dalla Ragioneria generale di Stato.

E se l’aspettativa di vita dovesse ridursi? Nessuno si illuda: l’età del pensionamento al massimo può restare invariata, ma ridursi mai!

PENSIONE DI ANZIANITÀ

Versamenti solo Inpgi. In questo caso è l’età che rimane – per il momento – ferma a 62 anni. Mentre aumenta il requisito contributivo: 38 anni nel 2017, 39 nel 2018, 40 nel 2019. Quando però scatterà la solita rivalutazione dell’aspettativa di vita, per entrambe le variabili, facendo salire l’età per richiedere la pensione di anzianità e gli anni di contributi e raddoppiando di fatto in molti casi la distanza dalla meta.

Facciamo un esempio. Un giornalista compie 62 anni a febbraio 2019 e 40 anni di contribuzione nell’aprile successivo: l’aumento di due mesi – poniamo – per l’aspettativa di vita porta le due variabili anagrafica e contributiva rispettivamente a 62 anni e 2 mesi e 40 anni e 2 mesi. Il collega raggiungerebbe il primo requisito ad aprile, ma dovrebbe poi aspettare altri due mesi per perfezionare anche il secondo. E peggio andrebbe a chi ha una distanza ancora maggiore tra compimento della età e dell’ammontare di contributi previsti.

Versamento Inpgi + altre gestioni (Inps o comunque sostitutive dell’Ago, tipo Enpals o Inpdap). Valgono le regole dell’Inps. Non esiste un’età minima ma la somma dei contributi nelle diverse gestioni dev’essere pari a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, con applicazione dell’aspettativa di vita dal 2019. Solo per quest’anno, chi ha meno di 62 anni avrà una penalizzazione, che è stata eliminata dal 2018 con la Finanziaria 2017.

I Ministeri chiedono una rapida modifica. Quest’ultimo sistema potrebbe presto diventare l’unico per la generalità dei giornalisti. Perché, nella lettera del 20 febbraio il ministero del Lavoro ha indicato una richiesta perentoria: «(…) in considerazione della necessità del riequilibrio strutturale della gestione previdenziale, (…), codesto Istituto deve uniformare quanto prima i requisiti di accesso alla pensione di anzianità a quelli di accesso alla pensione di vecchiaia anticipata del sistema AGO».

In tempi rapidi, insomma, l’Inpgi dovrà modificare ancora le norme sulla pensione di anzianità, ridefinita pensione di vecchiaia anticipata, secondo i requisiti in vigore all’Inps: qualsiasi età anagrafica con contribuzione di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, a cui dal 2019 si applicherà l’innalzamento legato all’aspettativa di vita.

QUEL RICALCOLO (NASCOSTO) DAL 2007

Nella riforma delle pensioni varata dal Cda Inpgi a settembre 2016 e approvata dai Ministeri vigilanti il 20 febbraio scorso (con effetto dal giorno successivo) si celano due righe e mezzo di cui nessuno ha mai parlato e che sono penalizzanti per moltissimi giornalisti. In pratica, è previsto il ricalcolo di tutte le retribuzioni medie annue dal 2007 a fine 2016 con la sola rivalutazione Istat e l’eliminazione tout court del +1% finora previsto. Un ricalcolo mai segnalato nei materiali forniti alle Commissioni dell’Inpgi né alla Fnsi, e neppure accennato nelle diverse note tecniche (con i “chiarimenti”) redatte dagli uffici dell’Istituto.

Si tratta di un taglio netto e secco, che va a colpire tutti i giornalisti con «anzianità intermedia» – come indicato dal ministero del Lavoro – e che peserà sull’importo delle future pensioni anche per qualche centinaio di euro al mese. Proprio la lettura del testo ministeriale del 20 febbraio ha fatto sorgere il dubbio di un’operazione tenuta ben nascosta. E la prova è contenuta nel nuovo Regolamento, approvato oramai da 5 mesi eppure incomprensibilmente ignorato dallo stesso sito dell’Inpgi (dove a oggi appare ancora il vecchio Regolamento con le sole, poche, norme della Riforma 2015 approvate a febbraio 2016).

All’articolo 6, “Retribuzione pensionabile”, comma 1, lettera d), è stata aggiunta una frase: «(…); per le anzianità contributive acquisite a decorrere dal 1° gennaio 2007 la retribuzione pensionabile è costituita dalla media annua delle retribuzioni relative a tutti gli anni coperti da contribuzione, come rivalutate ai sensi della lettera A)». Lettera a) che parla appunto di rivalutazione delle retribuzione «secondo il rapporto fra il numero indice dei prezzi al consumo delle famiglie di operai e impiegati, calcolati dall’Istituto Centrale di Statistica per l’anno precedente quello di decorrenza della pensione ed il numero indice dell’anno in cui la retribuzione stessa si riferisce». In parole da umani e non da burocrati: rivalutate della sola variazione del costo della vita. Senza più, appunto, l’1% aggiuntivo.

Un taglio che, come vedremo nel capitolo relativo, ha effetti negativi anche per chi pensava di essere tutelato dalla salvaguardia sui “diritti acquisiti”.

UN TETTO AI CONTRIBUTI DEI GIOVANI

Un’altra novità importante su cui l’Inpgi ha “glissato” nelle comunicazioni ai giornalisti (ma che ha reso noto alle aziende con una circolare del 24 marzo: leggi qui) è il massimale contributivo per tutti i nuovi giornalisti, che si iscrivono all’Istituto dal gennaio 2017 senza aver mai versato nulla a qualsiasi altro ente previdenziale. Ebbene: per loro, i datori di lavoro verseranno i contributi esclusivamente fino a un tetto, che per quest’anno è pari a 100.324 euro.

Si tratta di un corollario diretto del sistema esclusivamente contributivo che verrà applicato ai nuovi colleghi. Ma è soprattutto una pessima notizia per loro e – in prospettiva – pure per le casse dell’Inpgi. Certo, non saranno tantissimi i giornalisti, soprattutto giovani e neoassunti, che guadagneranno oltre 100 mila euro. Ma quei tanti o pochi che saranno, avranno al termine della carriera una pensione non commisurata alla propria retribuzione. E avranno versato all’Istituto meno soldi di quanto avrebbero potuto.

SALVAGUARDIE (NON TUTTE COME SEMBRANO)

Nella riforma Inpgi sono comprese le cosiddette “clausole di salvaguardia”, di diversa natura e impatto anche se sono state genericamente presentate tutte insieme. Vanno invece esaminate a una a una, in base alla tipologia (e al numero) di colleghi coinvolti.

Disoccupati
È la misura davvero pro-colleghi (e ancor più pro-colleghe): concede un anno di tempo dal 21 febbraio 2017 a chi non ha un posto di lavoro ma ha attivato la contribuzione volontaria prima del 30 giugno 2016 per raggiungere i requisiti e andare in pensione con le vecchie regole di vecchiaia e anzianità.

In questa categoria, secondo i calcoli dell’Inpgi, ricadono in tutto 30 colleghi: 4 uomini e 26 donne. In particolare, 1 solo giornalista andrà (o è già andato) con la pensione di vecchiaia o anzianità piena (65 anni di età o 62 con 35 di contribuzione), 1 altro con l’anzianità con abbattimenti (almeno 57 anni di età e 35 di contribuzione) e 2 con l’anzianità con abbattimenti pro-quota (raggiungimento della contribuzione sommando periodi all’Inps, grazie alla legge Vigorelli). Delle 26 colleghe, invece, il grosso (22) riuscirà ad andare in pensione con le regole precedenti della vecchiaia anticipata (almeno 60 anni di età) e altre 4 con l’anzianità con abbattimenti pro-quota.

In cigs, solidarietà o mobilità
La deroga “salva”, in questo caso, colleghe e colleghi coinvolti in stati di crisi, in cassa integrazione o con contratto di solidarietà oppure già usciti, per dimissioni o licenziamento: anche loro hanno 12 mesi di tempo, fino al 20 febbraio 2018, per chiedere di andare in pensione con le vecchie regole. Non però per raggiungere i requisiti richiesti.

La norma parla chiaro: include solo i giornalisti con accordi sindacali stipulati prima del 30 giugno 2016 e prevede che i requisiti vengano raggiunti entro la fine dello stato di crisi in corso. Questo significa che, se la cigs o la solidarietà terminano prima del 20 febbraio 2018, età anagrafica e contributi, pur con le vecchie norme, dovranno essere perfezionati prima. E sono tantissimi gli accordi che sono scaduti nei primi mesi dell’anno o stanno scadendo in queste settimane. Chi compie i requisiti dopo la fine dello stato di crisi non avrà alcun diritto, nemmeno nel caso di nuovi accordi in continuità.

Nonostante questo, i colleghi potenzialmente interessati sono molti più, rispetto alla prima deroga: 153, di cui 73 uomini e 80 donne. Solo 17 (11 giornalisti e 6 giornaliste) con pensione piena, tutti gli altri con abbattimenti, tra cui 48 donne con la vecchiaia anticipata a 60 anni. Mentre 81, il gruppo più numeroso (in base a stime “prudenziali” dell’Inpgi), usufruirebbero del pro-quota con contributi Inps.

Diritti (e requisiti) già acquisiti nel 2016
Nessuna stima è invece disponibile per tutti coloro che sarebbero potuti andare in pensione già nel 2016, con la vecchiaia anticipata o con l’anzianità, piena o con abbattimenti, e sono invece rimasti al lavoro, sicuri di poter decidere di andare via in qualsiasi momento successivo. Ma non si tratta certo di poche decine di persone. Una “non-deroga”, questa, che sancisce un diritto acquisito e la possibilità di esercitarlo comunque, con in più la prospettiva accattivante di ridurre l’abbattimento aumentando l’età contributiva.

Così sarà, effettivamente. Ma non in tutti i casi il gioco varrà la candela. E questo perché nessuno, proprio nessuno, ha messo in guardia dal ricalcolo delle retribuzioni dal 2007 in poi che avrebbe ridotto l’assegno pensionistico per sempre. Nessuno ha detto nulla, neppure il segretario della Fnsi, Raffaele Lorusso, che siede nel Cda dell’Inpgi (regolarmente compensato per il suo incarico con una cifra da oltre 22 mila euro l’anno) e non poteva certo non aver compreso la portata della modifica.

I più penalizzati saranno colleghe e colleghi a cui mancava non molto per raggiungere la pensione piena. Qualcuno lo ha già scoperto sulla propria pelle, andando a farsi fare i calcoli della futura pensione e scoprendo importi inferiori, anche sensibilmente, rispetto a conti fatti uno o due anni prima. E colpiti ancor di più saranno quei giornalisti prepensionabili, costretti a uscire dalle proprie aziende in crisi, che si ritroveranno con assegni mensili ancora più magri.

TRE VIE PER I PREPENSIONAMENTI

Le nuove regole di Lotti
Le nuove regole per i prepensionamenti sono state fissate nel decreto del ministro per lo Sport con delega all’Editoria, Luca Lotti, approvato a fine maggio ed entrato in vigore il 13 giugno. L’età anagrafica è ora direttamente agganciata a quella di vecchiaia prevista all’Inpgi, a cui si devono sottrarre cinque anni. Se finora era una cifra fissa, pari a 58 anni, ora diventa insomma un requisito “mobile” e soggetto anch’esso all’andamento dell’aspettativa di vita degli italiani. Per il 2017 sarebbe pari a 61 anni per gli uomini e 59 anni per le donne; per il 2018 rispettivamente a 61 anni e 7 mesi e 60 anni e 7 mesi; per il 2019 a 61 e 7 mesi per tutti, salvo il possibile “scatto” a 67 anni che porterebbe l’età minima per il prepensionamento a 62 anni. Per il biennio 2017-2018 è però prevista una deroga, ma solo per i piani presentati entro il 2016 (vedere paragrafo dedicato).

Gli anni di contribuzione devono essere invece almeno 25, con un balzo di 7 anni rispetto agli attuali 18, e soggetti – anche loro – all’aspettativa di vita, quindi destinati ad aumentare già dal 2019 o al massimo dal 2021.

L’eventuale scivolo resta di 5 anni al massimo, con il tetto del raggiungimento di 30 anni di contributi (360 contributi mensili) ma collegato unicamente all’età pensionabile. Questo significa che, per esempio, un collega che nel 2018 avesse 62 anni non potrebbe avere più di 4 anni e 7 mesi di scivolo, anche con il minimo di 25 anni di contribuzione, e resterebbe sotto ai 30 anni massimi di contribuzione. Mentre una collega in analoga situazione potebbe averne non più di 3 anni e 7 mesi, finendo per essere ancora più penalizzata.

Il combinato disposto dei due nuovi requisiti consentirà sì – a tendere – di riservare i prepensionamenti a quei colleghi che possono aspirare a una pensione quantomeno dignitosa. Ma porterà pure un bel taglio al “costo” complessivo di ogni prepensionamento, la cosiddetta riserva tecnica, agendo sulla probabilità che la media dello scivolo sia ben inferiore ai 5 anni. E questo sia che continui a essere a carico dello Stato e degli editori, com’è avvenuto dal 2009 a oggi, sia che torni a pesare direttamente sull’Inpgi.

Norme invariate per i piani già finanziati
Le vecchie regole – minimo di 58 anni di età e 18 di contributi – restano invece valide per tutti i giornalisti di aziende che hanno già ottenuto i finanziamenti per i prepensionamenti richiesti. Compresi quelli autorizzati dal ministero del Lavoro con i 23 milioni della Finanziaria 2017.

Una lista che, grazie agli inoptati di acuni piani, si è allungata in questi ultimi mesi raggiungendo testate o società come Radiocor (gruppo Sole 24 Ore), Hearst, La Gazzetta del Sud, Il Piccolo di Trieste (Espresso-Finegil, oggi gruppo Gedi) e, in piccola parte (5 posti su 19), Il Mattino di Napoli (gruppo Caltagirone).

Deroga per i 45 milioni della “manovrina”
Un regime transitorio è stato invece stabilito dal decreto Lotti (modificato rispetto alla prima versione) per gli stati di crisi autorizzati entro il 2016, a cui andranno i 45 milioni di finanziamento per prepensionamenti approvati con la “manovrina” di agosto a carico della Presidenza del Consiglio dei ministri. Per il 2017 è prevista una dote da 6 milioni di euro, che sono già arrivati all’Inpgi e dovrebbero essere resi disponibili rapidamente. Nel 2018 saranno erogati altri 10 milioni, 11 nel 2019, 12 nel 2020 e infine altri 6 milioni nel 2021. A cui si aggiungeranno le risorse in capo alle aziende (30% del costo di ogni prepensionamento).

Per il biennio 2017-2018 le regole saranno più stringenti rispetto alle vecchie norme ma non ancora quelle definite dalla norma generale, che varranno per i piani presentati dal primo gennaio 2017 in poi. In particolare, è il requisito anagrafico a risultare ammorbidito: restano i 58 anni per le giornaliste, mentre per i giornalisti sale a 60 anni (invece di 61). Il requisito contributivo diventa invece da subito pari a 25 anni. Una stretta parziale che andrà a sfoltire la lista di attesa da 231 prepensionamenti (all’11 luglio scorso). E che sta per questo ponendo più di un problema ad alcune aziende.

Perché secondo i conti presentati nella Relazione illustrativa della prima versione del decreto Lotti, i 45 milioni sarebbero in grado di finanziare l’uscita anticipata di 175 giornalisti (leggi qui). È vero che a maggio c’erano in attesa una quindicina di posti in più, che sono stati nel frattempo soddisfatti con i finanziamenti precedenti, ma in ogni caso qualcuno tra i 231 attuali in lista non lascerà il lavoro, per mancanza dei requisiti (soprattutto in periodici come quelli dell’Editoriale San Paolo di Famiglia Cristiana) oppure per esaurimento dei fondi (per chi è in fondo all’elenco, come AskaNews o L’Eco di Bergamo).

Molti contano comunque sulla scarsa propensione a usare i (costosi) prepensionamenti da parte di Urbano Cairo, editore da un anno del Corriere della Sera, che potrebbe rinunciare in parte ai ben 37 posti prenotati a settembre del 2015.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...