Prepensionamenti, i 23 milioni della Finanziaria lasciano fuori 300 in attesa

A gennaio prime convocazioni al ministero del Lavoro. L’incognita del decreto che cambierà i requisiti e della riforma Inpgi

I 23 milioni di euro in cinque anni stanziati nella legge di Bilancio 2017 a carico della presidenza del Consiglio basteranno a coprire forse nemmeno il 20% dei 377 prepensionamenti in lista da attesa. Lasciandone fuori circa 300. A cui rimarrà qualche speranza di rientrare in gioco con i cosiddetti “inoptati”, posti prenotati ma poi non utilizzati grazie a uscite ad altro titolo. A meno che non si riesca a trovare, in altro modo, quel centinaio di milioni necessari a soddisfare tutti.

A gennaio dovrebbero comunque partire le prime convocazioni al ministero del Lavoro per l’assegnazione dei finanziamenti «in ordine di presentazione delle richieste», come recita la norma. Due incognite condizioneranno però numero di uscite e costo per ogni giornalista prepensionato: i nuovi requisiti che il governo dovrà stabilire in uno dei decreti della legge sull’Editoria e l’innalzamento dell’età per la pensione di vecchiaia prevista dalla riforma dell’Inpgi varata a fine settembre dal Consiglio di amministrazione di via Nizza e ancora al vaglio dei ministeri vigilanti. Ecco perché, chi può andare via con le attuali norme sta facendo i suoi calcoli. Mentre a muoversi d’anticipo con determinazione è stata la Rai, che ha varato da qualche settimana un piano di incentivazioni all’esodo per circa cento colleghi con i requisiti per la pensione di anzianità.

Da 68 a 90 posti coperti
L’emendamento alla legge di Bilancio che ha rifinanziato i prepensionamenti è contenuto nel nuovo articolo 33-bis, che prevede oneri da 5,5 milioni annui per il triennio 2017-2019, da 5 milioni per il 2020 e da 1,5 milioni nel 2021. In tutto, appunto, 23 milioni. Che vanno ad aggiungersi ai 51,8 milioni stanziati dalla legge Madia dell’agosto 2014 e che sono già totalmente impegnati.

Ai 23 milioni della presidenza del Consiglio va sommato il contributo aggiuntivo richiesto agli editori, pari al 30% della riserva tecnica (il costo dell’assegno mensile fino all’età della pensione di vecchiaia oltre agli oneri ventennali per lo scivolo), pari a circa 9 milioni, che porta la cifra complessiva a disposizione per i prepensionamenti a 32 milioni. A quanti “posti” corrisponde?

Il numero non può essere assoluto e definitivo, perché ogni prepensionamento ha il suo costo e i conti si fanno dopo l’uscita del singolo giornalista. Se prendiamo i dati del bilancio tecnico attuariale dell’Inpgi elaborato lo scorso anno, il valore medio dei prepensionamenti (sulla base dei 386 giornalisti con età media di 62,4 anni che risultavano a carico dello Stato a fine 2014) sarebbe pari a circa 354 mila euro, per una “capienza” fino a 90 posizioni. Se invece si utilizza la cifra di 467 mila euro di media indicata dagli uffici Inpgi al ministero del Lavoro, allora il numero dei prepensionamenti possibili scende a 68.

Chi ne avrà diritto
In ogni caso, delle 377 posizioni in attesa ne resteranno fuori circa 300. I quattro quinti e pure di più. Perché per soddisfare tutti servirebbero 160 milioni, tra quota a carico del governo e quella degli editori, secondo i calcoli che risulterebbero all’Inpgi. A rientrare di sicuro nei conti sono le prime tre aziende della lista di attesa: Rcs Mediagroup (per i periodici), Il Sole 24 Ore e il Messaggero, che fanno in tutto 73 prepensionamenti. Dovrebbero però riuscire a farcela anche Il Biellese e Il Gazzettino, non solo se il numero tendesse verso la cifra massima dei 90, ma anche per effetto degli inoptati.

Sono infatti già ipotizzate alcune posizioni inutilizzate di stati di crisi che si sono chiusi negli ultimi mesi e che l’Inpgi contabilizzerà solo a partire da gennaio. E altre dovrebbero arrivarne nei prossimi mesi. Le prime dovrebbero coprire interamente i prepensionamenti residui del piano dei Periodici Rcs, liberando quindi 11 posti. E così via. Addirittura, se gli inoptati fossero in numero importante, almeno altri 20 o più, potrebbero rientrare in gioco anche L’Unione Sarda e Hearst magazines Italia.

I tempi
Il meccanismo utilizzano fino a oggi dall’Inpgi è chiedere al Fondo della presidenza del Consiglio per ogni anno la quota parte annuale della riserva tecnica per i prepensionamenti autorizzati e richiesti dai singoli giornalisti, mentre gli editori versano il loro terzo interamente al momento del prepensionamento. Questo significa che già nel 2017 il ministero del Lavoro potrebbe finanziare almeno una cinquantina di posizioni e forse pure di più contando sulle sole risorse statali, per poi passare alle altre, probabilmente nel 2018, una volta versate nelle casse dell’Inpgi la quota degli editori.

Il nodo dei requisiti
Sull’intera operazione incombe però prima di tutto l’incognita dei requisiti per il prepensionamento che il governo è chiamato a definire in base alla delega contenuta nella legge sull’Editoria. Già oltre un anno fa ci eravamo posti interrogativi validi ancora oggi (leggi qui): che cosa succede se i minimi attuali dei 58 anni di età e 18 di contributi vengono rivisti? Da quando entreranno in vigore? Varranno anche per gli stati di crisi in corso i cui prepensionamenti sono stati appena rifinanziati?

La differenza, e le conseguenze, non sarebbero da poco. L’ipotesi più accreditata tra quelle in circolazione è che il sottosegretario Luca Lotti stia pensando a una combinazione di 61 anni di età (che potrebbero però anche essere 62) e 25 di contributi. Applicare questi requisiti significherebbe tagliare le gambe a molti piani di prepensionamento, nelle aziende che non hanno giornalisti prepensionabili alle nuove condizioni. Penalizzando di fatto qualcuno e agevolando altri stati di crisi, successivi in ordine di presentazione della domanda, che potrebbero invece occupare i posti disponibili.

Equità vorrebbe che, fino a quando non saranno esauriti i 23 milioni di rifinanziamento della legge Madia (e gli eventuali altri che dovessero sopraggiungere), quindi anche considerando gli inoptati, i nuovi requisiti non entrassero in vigore.

L’intreccio con la riforma Inpgi
Sui costi dei prepensionamenti, e quindi anche sul loro numero complessivo, influisce inoltre la riforma dell’Inpgi (leggi qui e qui). La nuova età per le pensioni di vecchiaia è infatti per il 2017 a 64 anni per le donne e a 65 anni e 7 mesi per gli uomini, per il 2018 rispettivamente a 65 anni e 7 mesi e a 66 anni e 7 mesi, e dal 2019 a 66 anni e 7 mesi per tutti. Ciò significa che bisognerebbe calcolare più anni di costo a carico del Fondo alimentato da governo ed editori per singolo prepensionamento, e quindi accorciare la coperta dell’attuale rifinanziamento.

Per il 2017 la differenza non sarebbe troppo importante. Ma per gli anni successivi invece sì. Anche se, a leggere le date di conclusione dei piani della lista di attesa, perlopiù concentrate tra il 2017 e i primi mesi del 2018, si può ipotizzare che il grosso delle uscite potrebbe avvenire già nel prossimo anno.

E chi resta fuori?
Il destino dei molti stati di crisi in corso che resteranno – salvo nuovi finanziamenti – senza prepensionamenti è la preoccupazione maggiore. Perché, in assenza di quelle uscite, potrebbero ritrovarsi con il ricorso a soluzioni ben più traumatiche, fino ai licenziamenti collettivi minacciati da molti editori. Soprattutto per chi ha esuberi strutturali.

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