Inpgi, bilanci in rosso anche con la riforma. Ora intervenga il governo

Previste perdite milionarie nel trennio 2017-2019. Le responsabilità dei ministeri vigilanti

IMG_1208di Daniela StiglianoConsigliera generale Inpgi

L’Inpgi rischia in pochi anni il default, anche con la riforma appena varata. Nessuno lo ammette in maniera chiara. E pure i rappresentanti di governo e ministeri vigilanti nel Consiglio di amministrazione fingono evidentemente di non vederlo. Ma i numeri contenuti nel bilancio preventivo 2017, e ancor più le previsioni per il 2018 e il 2019, lo mostrano chiaramente.

Se a fine 2016 l’Istituto avrà forse un risultato positivo, grazie ancora una volta alle plusvalenze su carta da 98,6 milioni di euro per il conferimento degli immobili al Fondo “Giovanni Amendola”, nel 2017 neppure i 61 milioni per l’ultima tranche del passaggio da Inpgi a Fondo riusciranno a salvare via Nizza dal profondo rosso. E nei due anni successivi andrà ancora peggio, nonostante i presunti effetti della riforma varata dal Cda il 28 settembre (e ancora al vaglio dei ministeri) che porterebbe di fatto l’Inps dentro l’Inpgi (leggi qui e qui).

Per scoprire come stanno esattamente le cose, non serve leggere il conto economico del bilancio di assestamento del 2016 (scaricabile qui) e del preventivo del 2017 (scaricabile qui). Anzi, la lettura e l’analisi di questi dati potrebbe addirittura portare fuori strada. E non ha senso nemmeno perdersi ancora sulle singole cifre che testimoniano l’aggravarsi di un trend che si trascina da anni, nell’immobilità pressoché assoluta di chi ha guidato e guida l’Inpgi, con entrate per contributi in contrazione e uscite per pensioni e ammortizzatori sociali in crescita.

Le informazioni-chiave per tracciare il quadro della situazione sono racchiuse in un paio di tabelle, con relativa “Relazione illustrativa” di nemmeno 20 righe, che si trovano proprio nelle ultime pagine del documento di previsione per il prossimo anno. Si tratta dei Conti economico civilistico annuale e triennale, obbligatori dal 2013 in forza di un decreto del Ministero dell’Economia. Che preannunciano tre anni di perdite milionarie per l’Istituto.

2016: nessuna certezza di utile a fine anno
Partiamo però prima dall’anno in corso. Il bilancio di assestamento, che per definizione non può essere preso come definitivo, ipotizza un utile da 1,658 milioni di euro (il preventivo approvato a fine 2015 indicava un utile di 16,9 milioni). E questo solo perché il passaggio di un’ulteriore porzione di immobili al Fondo “Giovanni Amendola” permette di contabilizzare plusvalenze per 98,6 milioni. Altrimenti, il 2016 si chiuderebbe con una perdita secca (come già almeno tre esercizi precedenti).

Non è però detto che questo – la chiusura in rosso – non avvenga comunque. Prima di tutto perché i conti finali, al 31 dicembre, potrebbero comportare aggiustamenti in diminuzione, com’è del resto avvenuto nel 2015, con una differenza tra bilancio di assestamento e consuntivo finale, portato in approvazione ad aprile, che era stata di un po’ più di 1 milione. Inoltre, negli ultimi mesi del 2016, con la prospettiva di una riforma che sposta in avanti di molti anni la possibilità di andare in pensione e impedisce di utilizzare gli anni di contributi all’Inps per le uscite di anzianità, più di un collega potrebbe aver deciso o decidere in queste settimane di ritirarsi. Facendo diminuire le entrate e aumentare le uscite.

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2017: in rosso nonostante le plusvalenze immobiliari
Il prossimo anno è invece già previsto in perdita di 37,9 milioni di euro. Nonostante altre plusvalenze da immobili conferiti al Fondo “Giovanni Amendola” per 61 milioni. E nonostante si ipotizzino entrate in aumento di 2,8 milioni per effetto della crescita delle retribuzioni, per l’aumento dei minimi contrattuali per le figure di collaboratori e corrispondenti e per i rinnovi di contratti di lavoro non giornalistici. Tutti elementi non certi.

Le relazioni introduttive e le note illustrative precisano che, nell’elaborazione dei dati, non si è tenuto conto degli effetti della riforma appena varata, in attesa della sua approvazione. Come a far intendere che, se operativa dal gennaio 2017, le cose potrebbero cambiare. Ma il sì alla riforma non porterebbe in ogni caso a nuove entrate e maggiori risparmi per un totale di 38 milioni, ovvero la cifra che servirebbe per chiudere i conti in pareggio.

Il bilancio tecnico predisposto dall’attuario, ed elaborato proprio in base agli effetti della riforma, prevede infatti un saldo totale negativo per quasi 88 milioni, prima delle entrate straordinarie. Questo significa che, anche considerando i 61 milioni di plusvalenze da conferimento degli immobili, il risultato sulla carta sarebbe comunque negativo per 27 milioni.

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2018-2019: i conti sprofondano pure con centinaia di assunzioni
La cartina di tornasole è del resto il biennio successivo. Quando gli immobili da conferire al Fondo e da rivalutare sulla carta saranno finiti. In questo caso, infatti, la previsione – come precisato nella nota – è stata fatta considerando pienamente gli effetti della riforma, utilizzando i numeri delle proiezioni dell’attuario che pure suscitano molte perplessità di effettiva realizzazione (leggi qui).

A conti fatti, insomma, anche se la riforma venisse approvata dai ministeri vigilanti e se si realizzasse quella crescita importante dell’occupazione da tutti auspicata e già registrata nelle proiezioni dell’attuario, l’Inpgi si ritroverebbe a chiudere il bilancio 2018 con un rosso da 69,3 milioni e il 2019 con un’ulteriore perdita di 44,9 milioni. Come a dimostrare che la manovra predisposta dal Cda non è in alcun caso in grado di risolvere nulla nei conti disastrati di via Nizza.

Le responsabilità dei ministeri vigilanti
Come siamo arrivati a questo punto? Gli errori di gestione, la sottovalutazione della situazione, i ritardi e la scarsa capacità di reazione di chi ha amministrato l’Inpgi in questi ultimi anni sono da tempo tutti nei fatti. E molto ne abbiamo scritto e detto. Basti pensare che solo fino a poco tempo fa si comunicavano con enfasi i risultati positivi di bilanci drogati dalle plusvalenze solo contabili e si rassicuravano con superficialità e supponenza i giornalisti italiani sulla solidità dell’Inpgi e sulla messa in assoluta sicurezza delle nostre pensioni.

Poco invece ci si è soffermati sulle responsabilità di chi ha per legge il compito istituzionale di vigilare sulle casse di previdenza privatizzate, e quindi anche sull’Inpgi: i ministeri del Lavoro e dell’Economia. Il decreto legislativo 509 del 1994 di privatizzazione degli enti previdenziali prevede infatti che i dicasteri approvino formalmente statuto, regolamenti e delibere in materia di contributi e prestazioni. Ma attribuisce loro anche altri poteri.

In particolare, i ministeri hanno la possibilità di “formulare motivati rilievi su: i bilanci preventivi e i conti consuntivi; le note di variazione al bilancio di previsione; i criteri di individuazione e di ripartizione del rischio nella scelta degli investimenti così come indicati in ogni bilancio preventivo; le delibere contenenti i criteri direttivi generali“. In questi casi, gli atti vengono rinviati “al nuovo esame da parte degli organi di amministrazione per riceverne una motivata decisione definitiva“. Tradotto in parole povere, i ministeri vigilanti hanno il diritto, che si trasforma in dovere, di dire la loro di fronte a una gestione e a bilanci delle casse previdenziali che non convincono e di chiedere ai Cda un ulteriore esame.

È stato esercitato questo diritto-dovere negli ultimi anni? Sono stati inviati in via Nizza “motivati rilievi” sui bilanci drogati dalle plusvalenze immobiliari con richiesta di un nuovo esame? Se non è stato fatto, per quale motivo? Sono domande a cui i ministri Giuliano Poletti e Pier Carlo Padoan devono oggi rispondere pubblicamente, di fronte a una situazione che da difficile e poco chiara è divenuta drammatica.

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Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti

Niente riforma senza un intervento pubblico straordinario
Poletti e Padoan devono dire se i rilievi sui bilanci drogati e sull’operazione immobiliare sul Fondo “Giovanni Amendola” sono stati sollevati oppure no. Se sono arrivati all’Inpgi e nessuno lo ha detto, è una cosa. Se invece nessuno al Lavoro e all’Economia ha avuto nulla da ridire, in questi anni, sulla gestione e sugli investimenti di via Nizza, allora le responsabilità dei ministeri vigilanti diventano pesanti.

In gioco ci sono le nostre pensioni e la sopravvivenza stessa dell’Inpgi, che rappresenta uno degli istituti centrali del welfare dei giornalisti italiani e uno strumento di autonomia e di garanzia della professione. La legge 509 parla chiaro: “In caso di disavanzo economico-finanziario, (…) si provvede alla nomina di un commissario straordinario“. E dopo tre anni, se le cose non si rimettono a posto, arriva il “commissario liquidatore“.

La domanda è dunque: chi vuole salvare davvero l’Inpgi e le nostre pensioni? E che cosa rispondiamo a chi, di fronte alla portata e alla durezza della riforma, si chiede a che cosa serva, ancora, l’Istituto se nemmeno rinunciare alle peculiarità della previdenza e dell’assistenza, anzi dover accettare trattamenti peggiori dell’Inps, garantisce il futuro delle nostre pensioni?

Se vogliamo davvero salvare l’Inpgi e le nostre pensioni, dobbiamo chiedere – tutti insieme – un intervento straordinario di sostegno finanziario da parte dello Stato, con il contributo sostanziale delle aziende. Esattamente come è stato fatto per altre categorie professionali. Senza questo intervento, ritiriamo la riforma che lascia l’Inpgi nelle mani dei giornalisti al massimo per un altro anno e mezzo. E sfidiamo il governo e i ministeri vigilanti, che evidentemente hanno finora vigilato ben poco, ad assumersi loro la responsabilità di scippare le pensioni ai giornalisti.

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