La nuova riforma salva (per qualche anno) l’Inpgi ma non le nostre pensioni. Lo dice l’attuario, conti alla mano

imagedi Daniela StiglianoConsigliere generale Inpgi

Il patrimonio non si annullerebbe mai. Ma la riserva per le pensioni scenderebbe in picchiata fino al 2040 per poi risalire e raggiungere il valore minimo richiesto dalla legge solo nel 2052. Sempre a patto che si avverino previsioni basate su ipotesi di crescita irrealistiche per l’industria dell’informazione, in particolare quelle – fondamentali – legate all’aumento dell’occupazione e delle entrate per contributi. E senza tener conto di un dato di partenza del patrimonio maggiorato di quasi 370 milioni rispetto al dato del bilancio 2015.

Tradotto in parole povere, la nuova riforma varata il 28 settembre dal Consiglio di amministrazione dell’Inpgi non servirà a salvare le nostre pensioni. Ma basterà al massimo a mandare avanti l’Istituto per qualche anno, forse non più di cinque.

A parlare chiaro sono le conclusioni dell’attuario che accompagnano e sono parte integrante delle misure approvate (e che sono, chissà perché?, tenute nascoste).

Insomma, ci risiamo. Il Cda dell’Inpgi, sostenuto dalla maggioranza del Sindacato, vuole far credere ai giornalisti italiani che i sacrifici enormi che sta chiedendo loro saranno capaci di rimettere in sesto un Istituto che versa, secondo la Corte dei Conti, in “una situazione in modo serio compromessa“. Pur sapendo benissimo che così non è. E senza aver valutato nessun’altra soluzione possibile (e meno penalizzante).

Esattamente come il Consiglio di amministrazione uscito a febbraio, di cui quello attuale è erede diretto, che aveva approvato a luglio del 2015 una prima manovra assicurando che sarebbe stata sufficiente a garantire l’equilibrio prospettico a 50 anni dei conti (leggi qui), mentre è poi stata bocciata in larga parte dai ministeri vigilanti del Lavoro e dell’Economia. E se i due dicasteri dovessero questa volta dare il via libera, solo perché sono riusciti a imporre ai giornalisti le stesse condizioni dell’Inps e forse pure peggiori, si assumeranno anch’essi la responsabilità di condurre il nostro Istituto di previdenza verso il baratro, avallando di fatto la soluzione più semplice da percorrere e meno sicura per il nostro futuro.

Indice di garanzia fuori legge
Nei 50 anni di simulazione che viene fatta, prendendo come base i dati a fine 2015 e applicando le misure varate dal Cda, il patrimonio (in valore nominale) non arriva mai a zero, pur riducendosi fino al 2039 a un minimo di 1,640 miliardi di euro, per poi ricominciare a crescere. Questo però prendendo per buono il dato di partenza di 2,230 miliardi di euro comunicato “dagli Uffici”, come si affretta a precisare l’attuario. Una cifra stranamente più alta di 369 milioni rispetto al valore del patrimonio registrato nel bilancio a fine 2015 (leggi qui), pari a 1,861 miliardi (rivalutazioni immobiliari comprese).

Con il patrimonio, e a ritmo più accelerato, si riduce nel tempo anche l’Indice di garanzia previsto dalla legge in almeno 5 volte le annualità di pensioni correnti, che già oggi è sotto questa soglia e che non riesce a portarsi in parità prima del 2052.

Tutto bene, dunque? A parte sperare che per i prossimi 36 anni nessun Governo chieda mai all’Inpgi di rispettare l’Indice di garanzia, cosa che porterebbe diritti al commissariamento, il punto è che i calcoli dell’attuario devono reggere, almeno per un discreto numero di anni. E questo non solo non è scontato, ma molto molto improbabile.

 

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Le ipotesi di crescita per l’Italia fino al 2060 (clicca sulla tabella per ingrandirla)

Ipotesi “non aderenti” e monitoraggi annuali
La frase chiave di tutto il bilancio attuariale arriva infatti nelle ultime pagine, tra le conclusioni: “Le simulazioni attuariali – si sottolinea – sono fondate su basi tecniche fornite dal Ministero (nella tabella a sinistra, ndr) che potrebbero essere non aderenti alle dinamiche del settore giornalistico; un chiaro esempio è quello dell’occupazione che è anche una delle variabili principali a base delle proiezioni“. Tutto quello che si è calcolato e dichiarato, ovvero che la manovra riesce a garantire la sostenibilità dell’Istituto, potrebbe in definitiva essere sbagliato.

Al punto che l’esperto si spinge oltre, ribadendo le “potenziali limitazioni derivanti dall’utilizzo delle basi tecniche ministeriali” e suggerendo al Cda dell’Inpgi “di monitorare attentamente le dinamiche attese delle principali grandezze tecniche (contributi, prestazioni, masse imponibili, numerosità delle platee…) e raffrontarle con quelle effettive al fine di cogliere in modo tempestivo eventuali scostamenti tra le ipotesi adottate nei calcoli e le effettive dinamiche registrate nel periodo e poter intervenire conseguentemente e in modo efficace“. E dovrebbe farlo con “monitoraggi attuariali regolari con carattere annuale e finalità gestionali“, capaci di “evidenziare gli aspetti strutturali degli eventuali disallineamenti e delle potenziali contromisure a disposizione del Cda“.

Assunzioni e stipendi in crescita
L’impianto dei calcoli che sostengono e giustificano la riforma si basa su un’ipotesi principale: i contributi previdenziali in aumento per tutti i 50 anni considerati. Una crescita che sarebbe spinta da due fattori: nuove assunzioni e maggiori retribuzioni. Entrambi difficilmente ipotizzabili, perlomeno nel breve-medio periodo, da chiunque conosca almeno un po’ l’editoria.

Eppure, l’attuario lo fa. Applicando pedissequamente le percentuali di espansione previste dal ministero. Ecco allora che fino al 2019 l’occupazione è vista in salita dell’1,1% ogni anno, a partire dal 2016 in corso, di cui conosciamo già in gran parte la dinamica non certo così positiva. Anche perché parliamo di ingressi al netto delle uscite. Sul fronte delle retribuzioni, l’incremento è ancora maggiore, perché si somma l’inflazione (al 2%), con la produttività (un po’ meno dell’1%) e gli scatti contrattuali. Specificando – si badi bene – che si applica un “approccio prudente“. Mentre anche in questo caso tra il salario di ingresso dei (pochi) nuovi assunti e gli stati di crisi diffusi, chiunque sa che gli stipendi diminuiscono più che aumentare.

Il risultato è una proiezione di balzo dei contributi nel 2016 di oltre il 10%, anche conteggiando gli effetti della parte di riforma 2015 approvata dai ministeri (pari a contributi in aumento di poco più del 2%), che diventa una crescita costante intorno al 5-6% anno su anno fino al 2020 e poi una salita senza soluzione di continuità lungo il cinquantennio fino al 2065. Con un monte salari che avanza al ritmo del 5% e oltre annuo. E per fortuna che nel bilancio attuariale viene sottolineato come – sempre per prudenza – non si tenga conto, rispetto al trend medio generale, “di un probabile andamento in crescita del mercato del lavoro giornalistico derivante dagli incentivi all’occupazione“, cioè dagli sgravi previdenziali.

Richiamo al realismo
Sembra quasi che il ministero obblighi a mentire, imponendo di applicare le percentuali fissate senza lasciare alcuno spazio all’autonomia. Ma in effetti così non è. Quelle basi tecniche sono indicative e costituiscono tetti massimi che non si possono oltrepassare. Altre casse previdenziali costruiscono i propri bilanci tecnici affiancando alle proiezioni con le ipotesi ministeriali analoghe elaborazioni con parametri più aderenti al settore di pertinenza. E lo scorso anno era arrivato all’Inpgi, ancora prima della bocciatura, un richiamo a contenere l’ipotesi di rendimento del patrimonio, incautamente fissato al 2,5% oltre l’inflazione, già vista a un irrealistico 2%. Infatti, in queste nuove proiezioni il rendimento è “contenuto” all’1% oltre l’inflazione.

Proprio sull’insostenibilità di un’occupazione in forte espansione si è espressa la Fieg nel valutare la riforma. Beninteso, agli editori sta benissimo che i giornalisti vengano penalizzati con il passaggio al sistema contributivo e con altre misure. Auspicano anzi che si vada avanti, fino a una completa uniformità con l’Inps. Ma non vogliono mettere a rischio l’esistenza dell’Inpgi. Per questo chiedono una riforma che funzioni davvero, sostenuta da numeri veri. Con buona pace di chi tra loro, incautamente, vaneggia di un passaggio tout court all’Inps.

Ecco perché la Fieg, nella lettera inviata all’Istituto il 28 settembre, critica “l’impianto delle valutazioni di crescita occupazionale del settore, che sono basate sulle valutazioni Ministeriali riferite al sistema Paese e che (…) possono essere sicuramente anche considerate in chiave più prudenziale da parte di chi conosce l’andamento del settore editoriale“. Sottolineando, peraltro, che “la curva dello scenario contributivo inserita nell’odierno progetto di riforma prevede un raddoppio della contribuzione nell’arco dello scenario temporale di trent’anni, e nonostante ciò l’indice di garanzia non rispetta mai i limiti di legge“.

Sono gli unici due passaggi condivisibili dell’intera lettera di valutazione della Fieg. Perché non c’è alcuna necessità di essere “amici degli editori” per sostenere alla stessa maniera – e non da ora – che il realismo sarebbe decisamente preferibile a calcoli immaginifici che ci porteranno diritti a nuovi sacrifici, se non peggio.

In sintesi
Proviamo a riassumere tutto in un linguaggio comprensibile e schematico.

  1. La nuova riforma “lacrime e sangue” dovrebbe garantire la solidità dell’Istituto nei prossimi 50 anni, ma già in partenza lo fa solo in parte perché l’Indice di garanzia resta per 36 anni sotto la soglia di legge
  2. I calcoli potrebbero inoltre essere sbagliati perché alla base ci sono gli indicatori di crescita medi dell’Italia che, salvo miracoli, non sono applicabili all’industria dell’informazione
  3. In particolare, il nodo è la presunta (ma dubbia) crescita dell’occupazione, che è pure la variabile principale di tutti i calcoli, e in generale le entrate per contributi ipotizzate in aumento
  4. Oltre all’occupazione in crescita, i calcoli prevedono aumenti retributivi per i giornalisti: un mix che porterebbe gli stipendi complessivi ad aumentare del 5% medio ogni anno
  5. Il patrimonio di partenza è fissato a 2,230 miliari: 369 milioni in più rispetto a quello certificato nel bilancio 2015. Ed è su questa cifra che è stato calcolato il rendimento annuo del 3%
  6. Potrebbero dunque verificarsi scostamenti anche significativi tra le proiezioni (ipotetiche) dell’attuario e i risultati (reali)
  7. Il Cda dell’Inpgi dovrà far rifare i calcoli all’attuario ogni anno, sperando che non si discostino troppo dalle proiezioni
  8. In caso di numeri diversi dal previsto, dovrà studiare nuove misure. Inutile dire, peggiorative per noi. Altro che autonomia di decidere se applicare o meno l’aspettativa di vita nel 2019.

Fine corsa in un quinquennio?
A che cosa serve, dunque, questa manovra, se non garantisce le nostre pensioni? Giusto a far andare avanti l’Inpgi ancora per un po’. Il primo effetto dello scalone per le pensioni di vecchiaia e soprattutto di anzianità, dell’eliminazione della legge Vigorelli e dell’assenza di qualsiasi flessibilità in uscita sarà uno stop di alcuni anni alle uscite dal lavoro, tanto che le previsioni dell’attuario sulle spese per gli assegni pensionistici restano praticamente immutate tra il 2017 e il 2019, per poi ricominciare a crescere. E diminuiranno addirittura le altre prestazioni, se le uscite complessive saranno stabili fino al 2021.

Un quinquennio di raffreddamento che potrebbe essere “rovinato” da uscite immediate di tutti i giornalisti con i requisiti attuali di vecchiaia o anzianità. Ed è per questo che dall’Inpgi si sono affannati a spiegare che i “diritti acquisiti” si potranno esercitare anche in futuro e che non c’è alcun bisogno di scappare via, finendo per scriverlo nel regolamento al contrario di quanto sostenuto inizialmente. Questo ovviamente a patto che i ministeri siano d’accordo.

La fretta e il bilancio preventivo 2017
La riforma approvata in tutta fretta, senza prendere neppure in considerazione la richiesta dei Comitati di redazione di aprire il dibattito nella categoria (leggi qui), ha inoltre un obiettivo immediato: la stesura del bilancio preventivo 2017. Pur non avendo ancora l’ok dei ministeri, il Cda dell’Inpgi può elaborare i conti del prossimo anno applicando le misure varate. E questo consentirà tra ottobre e novembre di portare all’approvazione del Consiglio generale un bilancio in nero. Il rinvio di qualche settimana avrebbe compromesso l’operazione. Se poi davvero i conti saranno veri, si vedrà tra oltre un anno e mezzo. Tutto il tempo per modificare qualcos’altro.

Anche l’anno scorso, del resto, i conti preventivi del 2016 sono stati fatti (e approvati) considerando gli effetti della manovra ancora all’attenzione dei ministeri. Manovra che poi è stata in gran parte bocciata. Come davvero si chiuderà il 2016 si vedrà fra sette mesi. Quel che è certo è che, nel frattempo, è stata varata una nuova manovra.

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Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti

Le responsabilità di Poletti e Padoan
Lo scenario è questo, dunque. E i ministeri vigilanti senza dubbio ne sono pienamente consapevoli. Come potranno allora approvare questa riforma? Il rappresentante del Lavoro in Cda, il professor Mauro Marè, si è in effetti già espresso a favore, insieme con Antonio Funiciello, che siede in via Nizza per conto di Palazzo Chigi. Marè ha però precisato più volte che il suo voto è personale e non è direttamente attribuibile a chi lo ha designato. Mentre la parola finale spetta e spetterà ai ministeri vigilanti. Che si dice abbiano intenzione di dare il proprio responso molto in fretta.

La domanda allora si ripete: come potranno i ministri Giuliano Poletti e Pier Carlo Padoan approvare questa riforma? Come potranno dire sì a misure in qualche caso persino più rigide rispetto a quelle che si stanno profilando all’Inps, sapendo bene che nel giro di due-tre anni, forse cinque a essere ottimisti, il Cda dell’Inpgi dovrà rimetterci mano? Se lo faranno, senza tentare neppure loro di ricercare e indicare strade diverse, si assumeranno la responsabilità di segnare il destino delle pensioni dei giornalisti italiani, fingendo di salvarle.

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