Inpgi in profondo rosso: utile di carta, bilancio “core” a -142 milioni

di Daniela StiglianoConsigliere generale Inpgi

Il rosso dell’Inpgi è sempre più profondo. Il bilancio previdenziale 2015 della gestione principale si è chiuso a -142 milioni di euro, mentre il patrimonio dell’Istituto si è ridotto di quasi 140 milioni. E il 2016 non andrà meglio. Né gli anni subito successivi. Nonostante le rassicurazioni del vertice dell’Inpgi, l’aumento dei contributi scattato dallo scorso gennaio, gli escamotage contabili ancora una volta utilizzati per mostrare un utile solo apparente, la vicinissima svendita degli immobili e una riforma previdenziale che sarà ben più dura di quella già lacrime e sangue strombazzata a luglio del 2015 e poi in larga parte bocciata dai ministeri.

I bilanci 2015 dell’Inpgi, completi delle relazioni, sono stati pubblicati solo ieri, 23 maggio, sul sito dell’Inpgi, a quasi un mese dalla definitiva approvazione (leggi qui). Ma quanti giornalisti andranno a leggerli? Quanti riusciranno a interpretare i dati, che sono in alcuni casi incompleti? E quanti arriveranno fino all’interessante documento dei sindaci? Molti hanno invece ricevuto e letto quello che è immediatamente uscito dalle stanze di via Nizza ora governate dalla neo-presidente Marina Macelloni (finora in assoluta continuità con il predecessore Andrea Camporese): due comunicati scarni, quasi fotocopia e (volutamente?) poco comprensibili ai più, pubblicati sul sito e diffusi alle agenzie di stampa dopo l’approvazione del bilancio nel Consiglio di amministrazione del 20 aprile e la sua ratifica da parte del Consiglio generale il 28 aprile (leggi qui e qui).

Una sola cosa è ben chiara, leggendo il secondo comunicato: la ratifica in Consiglio generale è avvenuta con 17 voti contrari e 2 astenuti su 58 presenti. Solo due terzi dei consiglieri, insomma, hanno detto sì. Un fatto senza precedenti, nella storia dell’Inpgi, che ha la sua base nella preoccupazione per il futuro dell’Istituto e della sua autonomia. Io ho votato no. Vi racconto perché.

I numeri in sintesi
I pensionati e le uscite per pensioni aumentano, cresce anche la spesa per gli ammortizzatori sociali (nonostante diminuisca non poco la disoccupazione), mentre i contributi si contraggono. La conseguenza è uno squilibrio tra entrate e uscite previdenziali e assistenziali pari a 112 milioni di euro. I costi di struttura rimangono più o meno invariati, a quasi 25 milioni. La gestione patrimoniale mostra invece un risultato positivo per 95 milioni, a cui si aggiungono altri 5 milioni del differenza tra altri proventi e altri costi e, soprattutto, 67 milioni di saldo positivo tra entrate e uscite straordinarie. Il risultato finale, al netto di 9 milioni di imposte, è pari a un utile di 21 milioni.

È l’estrema sintesi del bilancio dell’Inpgi per il 2015 (in fondo al testo, le tabelle dello stato patrimoniale, del conto economico e del conto riclassificato). Ma questa fotografia nasconde molto di più. E di più preoccupante. Per capirlo bisogna mettere in fila altri dati, incrociare informazioni inserite in ordine sparso nei documenti del bilancio, fare attenzione a numeri che non vengono spiegati in alcun modo. Anzi, che in alcuni casi vengono commentati in maniera da portare fuori strada.

Rappresentazione “fuorviante”
L’ho detto al Consiglio generale e lo ripeto qui: il bilancio dell’Inpgi è “fuorviante”. Nel senso che non dà le chiavi di lettura per farlo comprendere davvero a chi non è un esperto di finanza. E induce – anche nelle parole scritte nero su bianco nelle relazioni al bilancio e nei comunicati pubblicati – a credere a una realtà migliore di quella che è. Proprio questa (ennesima) mancanza di trasparenza e di chiarezza è uno dei motivi maggiori di preoccupazione. Una delle ragioni per non approvare i conti.E un elemento che dovrebbe far riflettere tutti.

Nessuno, per esempio, guarda al cosiddetto conto economico riclassificato, reso obbligatorio da un decreto del Ministero dell’economia e delle finanze del marzo 2013. L’obiettivo è ordinare i dati in modo da evidenziare l’attività istituzionale, quella “core”, che per l’Inpgi è di incassare i contributi e pagare le pensioni e gli istituti assistenziali, e i costi a essa relativi, per meglio comprendere la sua sostenibilità. Proprio come si farebbe per un’azienda.

Ebbene, il risultato tra il “valore della produzione” e i “costi” (che comprendono anche tutto quello che serve per far funzionare l’Inpgi, personale, organi sociali e contributi al sindacato compresi) è di un rosso da 142 milioni di euro, quasi 33 milioni in più rispetto all’anno precedente. Solo il saldo delle attività finanziarie (che al netto delle svalutazioni scende a meno di 82 milioni) e i 90 milioni delle partite straordinarie porta alla fine il risultato in positivo. Ma fino a quando queste due voci soccorreranno i bilanci dell’Inpgi?

Patrimonio in dismissione
Le plusvalenze su carta, ovvero solo contabili senza ingresso di denaro liquido, garantite dal conferimento degli immobili al Fondo “Giovanni Amendola”, ci saranno per i conti 2016 e forse anche per il 2017 (nonostante non fosse originariamente previsto). Poi finiranno. I guadagni degli investimenti finanziari dipenderanno dai mercati e da quello che l’Inpgi deciderà di vendere. Il rovescio della medaglia è però che il patrimonio dell’Istituto si andrà sempre più assottigliando, per far fronte al bisogno di liquidità per pagare pensioni, stipendi e altre spese.

Il vecchio cda ha deciso a dicembre 2015 un piano di dismissioni molto consistente e rapido (leggi qui). E il nuovo consiglio lo ha confermato ed è in attesa del programma operativo delle vendite da parte dei consulenti finanziari. Intanto, il patrimonio in un anno si è già ulteriormente ridotto di quasi 140 milioni, ma di questo non si trova traccia nel bilancio. Per capirlo bisogna mettere a confronto la tabella sulla composizione degli investimenti riportata per il 2015 con quella contenuta nel bilancio 2014. Solo così si scopre che il patrimonio a valore di mercato (ovvero già comprensivo della rivalutazione complessiva degli immobili) è passato da 1.998 a 1.861 milioni, 137 milioni in meno. Nel 2014 la contrazione era stata di 68 milioni mentre nel 2013 di 99 milioni rispetto al 2012, l’ultimo anno in cui il patrimonio dell’Inpgi è cresciuto (sempre a valori di mercato). In totale, in tre anni sono andati in fumo oltre 300 milioni di euro.

Nel bilancio manca inoltre un altro dato fondamentale: la ripartizione degli investimenti per singoli fondi, con l’indicazione chiara di quanto ha reso ognuno di loro. Ma su questo punto, su richiesta formale presentata nel Consiglio generale dai consiglieri di Inpgi-La Svolta, la presidente Macelloni ha assicurato che queste informazioni saranno fornite presto e che saranno inserite in bilancio a partire dal prossimo esercizio. Ci aspettiamo che tutto questo avvenga.

Assunzioni e uscite dal lavoro
Nella relazione della neo-presidente (ma componente del secondo Cda di Camporese) si legge di “segnali positivi dal mercato del lavoro“. Il riferimento è alle “1.007 domande di assunzione con sgravio presentate all’Inpgi alla data del 31 dicembre 2015″, che vengono spesso e volentieri citate anche dai vertici della Fnsi. Ma dire che ci sono mille richieste di assunzioni non ha molto senso se, per esempio, non si precisa quale tipo di contratto abbiano questi colleghi, visto che l’Istituto non fa differenza tra inquadramenti diversi dei giornalisti (prende infatti per legge i contributi di chiunque sia giornalista, anche se assunto con contratto del commercio o dei metalmeccanici, dei grafici editoriali o Frt).

Ancora meno senso ha se non si specifica allo stesso tempo quanti colleghi sono usciti per pensionamento e quanti colleghi hanno perso il lavoro nello stesso periodo, qual è insomma il saldo tra le entrate e le uscite. Ricordando, peraltro, che il bilancio attuariale su cui è stata basata la riforma del luglio 2015, mai comparso sul sito dell’Inpgi e ora in fase di revisione in vista della futura manovra, prevedeva almeno 2.900 assunzioni in cinque anni per rispettare le proiezioni, ma come saldo positivo (leggi qui).

Combinando le informazioni contenute nel bilancio, nelle ultime relazioni della Corte dei Conti e altre fornite – su richiesta – dagli uffici dell’Istituto, il quadro diventa più chiaro. E decisamente meno confortante. A fine 2015, infatti, i rapporti di lavoro accertati erano 15.461, 956 in meno rispetto ai 16.417 di un anno prima. Le nuove pensioni sono state in tutto 737, ma concentrandosi solo su quelle dirette il numero è di 571 nuovi pensionati. Colleghi che hanno lasciato il posto di lavoro.

Boom di pensionati
Un numero elevatissimo, secondo solo al record precedente di 598 nuove pensioni dirette toccato nel 2010. Allora, però, oltre 240 erano stati i prepensionamenti (era il primo anno di reale operatività della legge che li ha posti a carico dello Stato), 177 pensioni di anzianità e una trentina di vecchiaia. Nel 2015, invece, i prepensionamenti sono stati 134, mentre 193 colleghi hanno scelto la strada della pensione di anzianità e addirittura 224 quella di vecchiaia.

Un effetto diretto della riforma annunciata, che ha spinto molti a usufruire delle vecchie norme prima che fosse troppo tardi. Probabilmente soprattutto donne, per le quali la vecchiaia è ancora possibile a 60 anni. E non è difficile ipotizzare che questo fenomeno si ripeterà anche nel corso del 2016, con una manovra che si annuncia ancora più rigida e penalizzante. Con l’aggiunta di chi, purtroppo, perderà il posto di lavoro per la fine di numerosi stati di crisi in corso.

Il nodo delle cinque annualità di riserva
La gravità della situazione è però davvero racchiusa in un dato fondamentale: la riserva tecnica Ivs. Si tratta delle cinque annualità di pensioni che l’Inpgi è obbligata a garantire, in base alla legge che ha portato alla sua trasformazione in Fondazione e alla privatizzazione nel 1994, altrimenti potrebbero scattare iniziative da parte dei ministeri vigilanti (fino al commissariamento). Grazie a un intervento legislativo del 1997, queste annualità sono ancora ferme a quelle di 22 anni fa. E questo requisito è soddisfatto: la riserva è pari addirittura a 12,130 volte le pensioni del 1994.

Prendendo però in considerazione le pensioni in essere a fine 2015, la riserva per la prima volta non arriva a garantire nemmeno quattro annualità, 3,928 per l’esattezza. E con il patrimonio in caduta libera, è facile prevedere che difficilmente risalirà. Anzi. E qui sta il pericolo. Perché esiste un’altra norma che avrebbe imposto ai ministeri di aumentare il parametro di anno in anno. Non l’hanno mai fatto. E se decidessero di farlo proprio adesso? Qualcuno avrebbe dovuto, negli anni scorsi, pensarci da solo.

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2 pensieri su “Inpgi in profondo rosso: utile di carta, bilancio “core” a -142 milioni

  1. Condivido in pieno l’analisi di Daniele Stigliano. Anzi, secondo me, la situazione è addirittura peggiore. Purtroppo, per mancanza di dati, al momento attuale non si può tener conto del presumibile “esodo” verificatosi all’inizio del 2016, quando i ministeri competenti hanno espresso il loro parere sulla riforma Inpgi. La riforma, come è noto, è stata approvata e varata, ma solo in parte. Per il resto, i ministeri hanno espresso dubbi e raccomandazioni, bocciando, in particolare, le cosiddette clausole di salvaguardia. A quel punto, molti colleghi avranno fatto un calcolo molto semplice: approfitto della vecchia (e unica) riforma ancora in essere e metto al sicuro i miei contributi e la mia pensione, prima della nuova riforma che sarà inevitabilmente ancora più penalizzante, anche accettando decurtazioni sul trattamento di anzianità. I bilanci di un ente previdenziale sono molto semplici da capire: va fatta la differenza tra le entrate contributive e le uscite pensionistiche, che nel nostro caso è pesantemente negativa. Tutto il resto fa parte di aggiustamenti, pie intenzioni, promesse e propositi di riscatto che possono anche avere una loro importanza, ma sicuramente non tranquillizzano.

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