Violenza e discriminazione di genere giocano un ruolo determinante contro la libertà di informazione

Michael Astordi Michael AstorThe Associated Press
(traduzione dal testo originale “New book examines gender’s role in press freedom” rilanciato dal sito ethicaljournalismnetwork.org, leggi qui)

La violenza sessuale, le molestie online e la discriminazione di genere giocano un ruolo determinante contro la libertà di stampa. Lo dimostra un nuovo libro pubblicato dal Committee to Protect Journalists (Cpj). Il libro fa parte della serie annuale dell’organizzazione “Attacks on the Press”. L’edizione 2016 raccoglie interventi di membri del Cpj e di esperti esterni che mettono in evidenza le sfide e il coraggio di giornalisti che affrontano minacce basate sul genere.

La responsabile legale del Cpj Courtney Radsch rivela che l’idea di esaminare il ruolo di genere nel limitare la libertà di stampa è nata circa cinque anni fa, quando la corrispondente della Cbs Lara Logan è stata violentata mentre si occupava delle proteste della primavera araba in Egitto. “Abbiamo compreso che c’era una mancanza di attenzione sul problema”, dice Radsch, “e da allora abbiamo cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica”.

Uno degli aspetti che il Cpj ha scoperto esaminando il problema è che essere una donna o transgender può avere una doppia faccia. A volte le giornaliste hanno un migliore accesso a mogli e figlie nelle società conservatrici e fonti transgender possono sentirsi più a proprio agio nel dialogo con giornalisti che appartengono anche loro alle minoranze di genere. Altre fonti a volte possono rivelare addirittura troppo con le giornaliste perché non le prendono sul serio.

“L’impatto di genere sulla libertà di stampa non è una cosa negativa unidirezionale, ma è sicuramente complicato”, ammette Radsch. E sottolinea anche che le donne sono sottorappresentate nelle liste dei giornalisti scomparsi e uccisi. Nel 2015, solo nove donne sono stati inseriti tra i 199 giornalisti imprigionati, secondo il Cpj.

La discriminazione a volte si traduce in casi di giornaliste che non raggiungono le posizioni professionali più interessanti, altre volte invece le donne possono essere aggredite sessualmente piuttosto che imprigionate o uccise, sostiene Radsch, notando che è spesso molto difficile ottenere informazioni sulle aggressioni sessuali.

Nel tentativo di rimediare a tale mancanza di informazioni, il Cpj ha pensato di presentare storie personali per rendere la questione più comprensibile. In una testimonianza raccolta nel libro, la giornalista colombiana Jineth Bedoya Lima descrive di essere stata violentata come ritorsione per le sue inchieste sul traffico di armi, ma spiega di aver comunque trovato la forza di andare avanti. Un altro intervento dettaglia le sfide affrontate dai giornalisti gay e transgender che subiscono discriminazioni sia all’interno che all’esterno delle redazioni.

Kathleen Carroll, vicepresidente del Cpj e direttore esecutivo di The Associated Press, ha contribuito con una riflessione su come risolvere alcuni di questi problemi, suggerendo che a volte chi ricopre ruoli di responsabilità nelle redazioni e mostra una sensibilità su questi temi può aiutare lo staff a superare le situazioni difficili. “Lo spettro della violenza sessuale è stata una delle ragioni per cui le donne sono state tenute fuori dal campo (con poche eccezioni) per tanti decenni”, racconta Carroll. “È stata una falsa scusa per tenere le donne indietro. Ma rappresenta anche una minaccia reale e, come altre minacce per uomini e donne, richiede formazione, preparazione, valutazione del rischio e decisioni difficili per tutti. E le redazioni devono avere capi che se ne intendono, impegnati, comprensivi e tenaci allo stesso tempo”.

Attacks on the Press” è in fase di lancio al Newseum di Washington e alla Columbia University di New York.

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