Caso Regeni-Manifesto, la tempesta sui social accende i riflettori anche sui freelance sfruttati

Armanodi Antonio Armano – freelance – candidato sindaco Inpgi2 per Inpgi-La Svolta

Parafrasando Marko Vešović, “chiedo scusa se non parlo di Sanremo”. Volevo scrivere questo: cane non mangia cane. Sicuramente il famoso detto vale per i cani da guardia. Mi riferisco al ruolo che viene attribuito ai giornalisti (public watchdog, secondo la roboante definizione anglosassone). E al fatto che le magagne del mestiere sono emerse poco sui giornali. A meno che non assumessero proporzioni enormi, e almeno fino all’avvento di Internet.

La motivazione? Ai lettori dei giornali non frega niente di quanto riguarda i giornali. A volte c’erano ragioni meno confessabili: i guai o gli incidenti di percorso di un’altra testata è meglio lasciarli perdere sperando che accada altrettanto se sarà la tua testata ad avere problemi.

Ora con i social questa zona d’ombra non dico sia finita ma almeno si è in parte dissolta. Prendiamo il clamore intorno al caso Regeni-Manifesto.

Non è esagerato definire epic-fail, autogol virtuale la decisione di pubblicare l’articolo del giovane ricercatore friulano trovato morto mercoledì 3 febbraio al Cairo. Con tanto di tweet per creare aspettativa il giorno prima dell’uscita, il 4 febbraio. Scrive Simone Pieranni, della redazioni esteri, anche lui con un passato da ricercatore e da espatriato (in Cina), ma ora interno al giornale: “Domani sul Manifesto ricorderemo #GiulioRegeni (anche) con un pezzo suo che ci mandò poco prima del 25.1 (e con particolari non da poco)”. Risponde Marcella Martinelli: “Sono lettrice del Manifesto. Se quelli scritti da #GiulioRegeni erano particolari non da poco perché non pubblicarlo subito?”.

Da qui inizia una serie di tentativi di salvare la faccia che peggiorano la situazione: “i motivi sono in scambi di mail con Giulio e altri autori e non dipendono dalla richiesta di anonimato” si giustifica Pieranni genericamente. Il pezzo in realtà era stato rifiutato ed è uscito su un’agenzia di stampa, Nena News, Near East News Agency, sotto pseudonimo: Antonio Drius. Quando l’autore muore dopo giorni di torture diventa appetibile e nessuno scrupolo di coscienza ferma il “quotidiano comunista”.

Non basta. Il comunicato del legale della famiglia Regeni inviato a Ordine dei giornalisti, Garante della privacy e altri soggetti, nonché al Manifesto stesso, esprimeva contrarietà rispetto alla pubblicazione. Si è deciso di procedere comunque e sparare il pezzo in prima pagina. Il fax, dicono, è arrivato troppo tardi: alle sette di sera… I tempi erano stretti ma c’erano. Comunque la diffida aggrava la situazione ma il concetto non cambia. Piovono critiche. Mario Cipriani replica a Pieranni: “ma non ti vergogni neanche un po’? ma chi vuoi solleticare con quel: ‘e con particolari non da poco’ e ‘poco prima’? DIMETTITI”.

Sulla pagina Facebook del Manifesto, dominata dalla classica manina blu in versione pugno chiuso invece che in quella del like, la musica è la stessa. Un coro di condanna in mezzo al quale si leva qualche voce di difesa. Giovedì 4 febbraio viene annunciato anche qui il pezzo, si pubblica l’anteprima della prima pagina, e i commenti di diversi lettori sono pesanti: “Sfruttare la morte di un vostro collaboratore (pagato chissà quanto poco poi) e utilizzarlo come vostra cassa di risonanza. Inutile appellarsi al diritto d’informazione in questi casi. Sono basito”. Alla musica si aggiunge la nota dolente degli scarsi o nulli compensi che il Manifesto dà ai collaboratori. Il tentativo di pararsi il culo non fanno che peggiorare la situazione. Si risponde che c’è molta gente che scrive sul Manifesto per il puro piacere di scrivere, non per denaro. I lettori fanno presente che il Manifesto ha preso nel 2014 quasi 2 milioni di euro di finanziamento pubblico.

Il numero incriminato esce venerdì 5 febbraio. Il pezzo è intitolato “In Egitto la seconda vita dei sindacati indipendenti”. Dagospia, caustico come sempre, ironizza su quanto al Manifesto stiano a cuore i lavoratori egiziani ma non i collaboratori italiani. Il pezzo appare anche sul sito del quotidiano comunista, dove si trova tuttora, e in traduzione inglese (niente di strano; accade anche per altri articoli). I commenti sul sito sono dello stesso tenore. E con le stesse risposte suicide. Tra cui brilla questa: “nessuna famiglia può diffidare un giornale dal pubblicare alcunché se non per motivi regolati dalla legge e disposti dalle autorità competenti, e non è questo il caso”. Mai sentito parlare di diritto d’autore? Si cerca di liquidare la polemica come una cagnara dei social ma è davvero qualcosa di più; una ribellione generazionale.

Il post di Arianna Giunti, collaboratrice dell’Espresso, vincitrice del premio Guido Vergani per cronisti under 30 con una inchiesta sulle carceri (La cella liscia), supera in poche ore gli 800 like e inquadra il clima: “Ecco il quotidiano comunista il Manifesto che, dopo aver rifiutato gli articoli di Giulio Regeni da vivo, li ha pubblicati da morto. Che si vanta di non pagare i suoi collaboratori che – a sentir loro – scrivono per la gloria. (O per la disperazione?) Vergognatevi, gente. E chiedete scusa alla famiglia di quel ragazzo, per non aver tenuto conto della loro volontà di non pubblicare il pezzo post mortem dopo non averlo considerato da vivo. (E già che ci siete, chiedete scusa anche a tutti i ragazzi che – dopo esservi fatti belli ‘lottando per i diritti dei lavoratori’ nei salotti borghesi – avete fatto lavorare gratis ‘per piacere’)”.

Pat Zarate, collaboratrice del País, scrive (in inglese) sulla bacheca di Arianna: “Grazie per avere fatto emergere la verità. Giulio NON era un collaboratore del Manifesto. L’articolo non era ‘in attesa di pubblicazione’: l’avevano rifiutato. Lo hanno fatto passare per collaboratore solo per avere un tornaconto dalla sua tragedia e l’attenzione che deriva. Al massimo della falsità, hanno pubblicato il pezzo senza rispettare il desiderio di anonimato, infrangendo l’accordo della consegna del manoscritto; e contro il volere della famiglia, che chiedeva la discrezione che si deve alle indagini. Questa è una violazione della legge e di ogni codice di etica del giornalismo. Il Manifesto infama l’Italia e il giornalismo in tutto il mondo”.

Quello dei pagamenti è un punctum pruriens anzi dolens non da poco. Il Manifesto è in crisi cronica da molti anni e in mezzo alle polemiche è stato appunto accusato di non pagare i giornalisti pur ricevendo lauti finanziamenti pubblici. Un articolo di Libero ha ricordato che negli ultimi 12 anni ha incassato circa 30 milioni di euro di contributi statali (leggi qui). Luciana Castellina, storica firma del quotidiano comunista, cerca di metterci una pezza scrivendo un articolo in cui dice che proprio la scarsità di risorse ha fatto sì che la redazione esteri ricorresse al contributo di diversi italiani che si trovano all’estero: ricercatori o operatori delle Ong. Una risorsa preziosa (“i nostri inviati speciali”) che ha dato alle pagine di esteri un taglio particolare e apprezzato perché le suddette categorie vivono la realtà dei paesi che raccontano, hanno una conoscenza più profonda e personale. Se li apprezzano tanto dovrebbero dimostrarlo, viene da pensare. Comunque questo ragionamento non tocca i temi etici che sono stati sollevati sulla scelta di pubblicare quel pezzo rifiutato e contro il volere della famiglia.

Così come non li tocca l’intervento di Giampiero Mughini su Dagospia che fa notare come il Manifesto si sia retto in tutti questi anni grazie alla volontariato giornalistico, ai tanti collaboratori che scrivono gratis. Lui stesso dice di avere scritto il commento per Dagospia gratis. Michele Anselmi, firma dell’Unità e ora del Secolo XIX, fa notare su Facebook come Mughini possa permettersi di non percepire compensi perché campa di una lauta pensione. Pensione che le generazioni successive alla sua età non avranno mai. Se per questo Luciana Castellina, deputata ed eurodepudata del paese che più paga i politici al mondo, avrà pure un bel vitalizio. Alla faccia del sistema contributivo in base al quale i giornalisti non assunti, visti gli scarsi compensi, non avranno mai una pensione. E neanche l’integrazione al minimo, date le recenti riforme, visto che appartengono a un ordine professionale. Una bomba sociale che scoppierà nei prossimi anni. Per ora la media delle pensioni erogate ai giornalisti non assunti è sui 700 euro. L’anno!

Proprio per evitare lo sfruttamento di collaboratori giovani e meno giovani da parte di testate sovvenzionate pubblicamente è stata varata la legge sull’equo compenso che ha avuto un iter tormentato. Se vuoi fare il capitalista senza troppi scrupoli poi non chiedere soldi allo Stato. Sembra qualcosa di sacrosanto ma trova difficoltà di traduzione legislativa e ancora di più applicativa. Come si calcola un compenso equo? Si applica a tutti o solo ai collaboratori strategici, fissi, come ha sostenuto quell’Azzeccagarbugli di Tiziano Treu? Che cosa si intende per aiuti pubblici? Contano solo i finanziamenti alla stampa di partito e dintorni (vedi Manifesto), o qualsiasi forma di sostegno? In questo secondo caso il numero di testate interessate è molto più alto. Si salva giusto il Fatto quotidiano.

Comunque la si pensi il principio di un pagamento minimo dignitoso – superiore ai pochi euro corrisposti da alcuni pur fiorenti quotidiani, soprattutto locali – è stato recepito dall’ultimo contratto dei giornalisti nel 2014 sulla spinta dell’equo compenso. Stabilendo un conquibus non certo sontuoso. Forse neanche equo – non per niente la legge sull’equo compenso è stata oggetto di ricorso alla magistratura -, ma non proprio da fame. Anche qui l’applicazione ha incontrato difficoltà. Non legislative ma culturali, antropologiche: ci si è barbaramente abituati ad avere le mani libere nei confronti di chi non è assunto, di chi non è dipendente. E così molte testate hanno fatto finta di niente continuando a pagare pochi euro a pezzo. Quello che gli antichi romani chiamavano nummo uno… Aggiungiamo una tantum, cioè campa cavallo che l’erba cresce.

Bisogna poi chiarire un aspetto, visto che siamo partiti dal povero Giulio Regeni: queste norme si applicano ai giornalisti, agli iscritti all’albo dei giornalisti, condizione che riguarda oltre 100 mila persone in Italia. Ma non Regeni. Regeni era un brillante ricercatore di Cambridge che svolgeva un dottorato all’Università americana del Cairo, non un giornalista. Non ancora almeno. Ma questo dà il diritto di non pagarlo o pagarlo in modo ridicolo? Dal punto di vista strettamente formale forse sì. Ma da quello morale e civile? Ci sarebbe la Costituzione, certo, che sancisce un pagamento dignitoso al lavoro in generale, ma per ora si tratta dell’unico longseller di fantascienza italiano. In ogni caso si è evitato un dibattito serio sulla questione e liquidato le proteste di molti giovani per il comportamento del Manifesto come cagnara da social. Eh sì, comoda.

Proprio grazie a Internet si parla di temi giornalistici che sono stati messi sotto il tappeto troppo a lungo e nel frattempo sono diventati una montagna di polvere tossica. Un caso rumoroso di uscita dalla omertà e dal silenzio è stato l’articolo della giornalista Francesca Borri. Anche lei freelance, Borri nel 2013 ha lamentato come i suoi reportage dalla Siria venissero pagati 60 euro o giù di lì. E lo ha fatto in inglese sulla Columbia Journalism Review, il periodico della più prestigiosa scuola di giornalismo del mondo.

Il giornale a cui la Borri si riferiva, come poi si è detto e ridetto in Rete, è il Fatto Quotidiano. Il quale, va ripetuto, non riceve finanziamenti pubblici. Di nessunissimo tipo. La sua forza è proprio l’indipendenza. La coraggiosa formula di autonomia. Al di là di questo può pagare profumatissimamente i commenti di Selvaggia Lucarelli, e pagare poco dei reportage di guerra dalla Siria. Purché questo poco sia superiore al minimo previsto per i freelance, intorno ai 30 euro. Il che non è molto difficile. È il mercato. La Costituzione, per tornare al punto di prima, afferma che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (art. 1) e soprattutto che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (art. 36). I 60 euro sono comunque non molto sotto quanto pagano testate con tirature ben maggiori.

Intendiamoci: spesso ai giornali, pagati gli stipendi dei dipendenti – non miseri, diversamente dai compensi dei freelance -, non restano molti soldi, o restano dei debiti. Dunque i collaboratori sanno benissimo quali sono le condizioni e le accettano in cambio della visibilità (di questo la Borri è stata rimproverata, per esempio in un pezzo di Riccardo Puglisi su linkiesta.it (leggi qui). Oggi accontentiamoci, domani chissà. La speranza è una buona colazione ma una pessima cena, diceva quello.

Ricordate il famoso video sul freelance che cerca di pagare l’idraulico con la visibilità? Anche questo ha avuto una diffusione virale. Tra precari di vario tipo, compensati con la visibilità. Non solo giornalisti. L’area dei non garantiti è molto vasta e la dieta della visibilità molto diffusa e più efficace di quella del minestrone. Non si mai è fatto granché per chi la pratica. Non ricordo uno sciopero dei giornali per i diritti dei collaboratori. Anzi: ricordo che con l’arrivo della crisi del 2008 i giornali, tutti, come se fossero d’accordo – erano d’accordo -, hanno mandato cortesissime lettere in cui informavano del taglio del 20/30 per cento dei compensi. Che saranno ripristinati appena possibile, si diceva. Invece sono arrivate altre lettere, altri tagli. Tutto viene subìto passivamente.

Vale la pena di rischiare la vita per pochi soldi e una remota speranza futura sempre più ridotta? Spesso sono i giornalisti – o aspiranti tali – con situazioni contrattuali precarie a esporsi, proprio perché non si muovono in gruppo. Giulio Regeni era l’unico occidentale presente alla riunione dei sindacati indipendenti al Cairo. Ha dato nell’occhio. Lo hanno fotografato. Il servizio che ha scritto inizia così: “Al-Sisi ha ottenuto il controllo del parlamento con il più alto numero di poliziotti e militari della storia del paese mentre l’Egitto è in coda a tutta le classifiche mondiali per rispetto della libertà di stampa. Eppure i sindacati indipendenti non demordono”. A rileggerlo suona maledettamente bene e sembra un pezzo della trama di un film. Un Sostiene Pereira arabo finito male.

Ce ne sono anche versioni balcanico-caucasiche. Non so quanti ricordano Antonio Russo, il collaboratore di Radio Radicale, emittente che pure riceve finanziamenti pubblici. Proprio grazie al proprio status di freelance con poche risorse, Russo è stato l’unico giornalista a rimanere a Pristina durante bombardamenti del Kosovo da parte della Nato. Tutti i colleghi alloggiavano in albergo e sono stati espulsi prima di lui dai serbi. Lui stava presso una famiglia kosovara e ne ha condiviso le sorti, fino in fondo. Compreso l’esodo in treno verso la Macedonia e poi, a piedi, fino a Skopje. Antonio Russo è stato ucciso pochi mesi dopo, mentre stava documentando le torture e gli abusi dei soldati russi in Cecenia. L’omicidio è avvenuto in Georgia nel 2000. Il 16 ottobre. Aveva appena compiuto 40 anni. Il 3 giugno.

Spesso i giornalisti freelance si muovono in zone di guerra con pochi soldi mentre in quelle circostanze per cavarsela è molto meglio avere grana in tasca. La morte non è l’unico scenario. Ma se accade qualcosa, per esempio di farsi male, senza rimetterci le penne? Gli assunti hanno tutele e coperture. I freelance spesso non hanno neanche una minima assicurazione. L’Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani, ha varato lo scorso anno una assicurazione infortuni per i collaboratori. Non vogliamo buttarla sul burocratico, ci sono vite in gioco. L’Inpgi tra l’altro è intitolato a Giovanni Amendola, il giornalista e politico liberale morto a Cannes nel 1926 dopo varie bastonature fasciste.

Dunque: l’assicurazione è un passo avanti ma vale solo per quelli che hanno un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, altrimenti detto cococò. Perché il costo è stato addebitato al committente, vale a dire all’editore, in quanto è quest’ultimo che paga i contributi al giornalista. Se uno non ha un contratto cococò deve pagare di tasca sua i contributi previdenziali e quindi non si può chiedergli di autofinanziarsi un’assicurazione. Se la vuole se la paga da sé: al limite ci sono le tariffe scontate, le convenzioni Inpgi. Ma questa assicurazione potrebbe essere pagata dall’Inpgi almeno ai collaboratori che rientrano in una determinata fascia di reddito. Cioè che lavorano, fanno effettivamente il mestiere, quindi guadagnano qualcosa. Non solo a chi si fa male in guerra ma in generale sul lavoro. Di soldi ce ne sono all’Inpgi2, la gestione separata, che riguarda freelance e collaboratori cococò. Si tratta di far passare il principio di usarli per fini non puramente pensionistici. Lo stesso che l’Inpgi ha cercato di far passare approvando una convenzione con la Casagit di assistenza sanitaria integrativa. I ministeri competenti del governo Renzi, Economia e Lavoro, stanno ancora valutando, devono ancora esprimersi. Intanto i freelance si ammalano e si infortunano. E come si mantengono?

In ogni caso Internet ha dato alla categoria gli strumenti per parlare e ragionare di sé. Sui social network o sui siti. Una volta questi strumenti non esistevano e l’accesso a quelli che esistevano era molto più difficile. Lo sfruttamento e i colpi bassi nei confronti dei giornalisti o aspiranti tali alle prime armi restano un fenomeno tra i più deteriori, che mi dà personalmente più fastidio, per motivi di principio e per averla provata sulla mia pelle. Oggi si scatena subito la reazione e arriva l’etichetta di epic fail. Nella seconda metà degli anni ’90, quando i social non esistevano ancora, mi è capitato di proporre due pezzi all’Espresso. Un giornale con cui non avevo mai collaborato. Mi sono buttato candidamente, come giornalista che raccontava i paesi dell’Est, dalla Russia ai Balcani. Una proposta è stato approvata e l’altra no. Ho scritto il pezzo e passato un po’ di tempo nel cosiddetto ‘martirio dell’edicola‘. Andando in edicola il giorno di uscita per vedere se il pezzo era finalmente uscito. Niente. Quel pezzo, pur approvato, non è mai uscito.

In compenso è uscito l’altro! Ma non a firma mia, visto che non lo avevo scritto ma solo proposto. Il caposervizio degli esteri ha fatto sviluppare la proposta ad altri. Ai corrispondenti del giornale. L’idea deve averla apprezzata molto. Tanto che il servizio era amplissimo e con richiamo in copertina. Naturalmente non ha mai più risposto al telefono. In compenso mi ha chiamato il vicedirettore, Giampaolo Pansa, per scusarsi. Il direttore, Claudio Rinaldi, era malato e Pansa preferiva, mi ha detto, non coinvolgerlo in queste cose così tristi. Il giornalismo, mi ha detto, è un mestiere duro, come la boxe, ma non si dovrebbero dare colpi sotto la cintola.

Ho trovato il modo di parlarne, sul Foglio. Giornale allora appena nato. Durante una serie di note autobiografiche spedite per un concorso (“Cercasi giornalista o almeno scrittore”). Uno dei rarissimi casi di reclutamento aperto e pubblico di giornalisti, con tanto di inserzione. Quella che avete appena letto tra parentesi. Molto ironica ma concretissima. Si deve a Giorgio dell’Arti. Mai più viste inserzioni di ricerca di giornalisti nei venti anni a venire… Vale a dire fino a oggi. Ma questa è un’altra storia, un altro problema della categoria, che andrebbe risolto, in nome della trasparenza, se questa professione vuole avere un futuro.

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