Pensioni Inpgi, i ministeri avvertono: il peggio potrebbe ancora arrivare. Solo un Cda competente e responsabile può evitare il disastro

Nota ministeri
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Il peggio potrebbe ancora arrivare. La sintesi delle dieci pagine di comunicazioni all’Inpgi dei ministeri vigilanti del Lavoro e dell’Economia (scaricabile qui e dall’immagine accanto) è tutta qua. Le misure approvate sono solo una minima parte della riforma, e certo non il “cuore” del provvedimento che interessa le persone che ne subiscono e ne subiranno gli effetti. Il grosso della manovra è bocciato. E il futuro Consiglio di amministrazione avrà la responsabilità enorme di tracciare una nuova strada per curare un Istituto malato e risolvere i problemi che lascia in eredità la gestione di Andrea Camporese e del suo Cda.

La lettera dei ministeri, dunque, è apparsa a sorpresa su alcuni siti online e persino sul sito della Fnsi, anche se ancora non pubblicata sul sito istituzionale dell’Istituto (forse per non rinunciare in extremis alla tradizione di mancanza di trasparenza che ha contraddistinto la presidenza Camporese). Mentre il direttore generale dell’Inpgi, Mimma Iorio, ha scritto una “Nota di sintesi sul contenuto della comunicazione del ministero del Lavoro del 3 febbraio 2016” (scaricabile qui), per spiegare la portata delle misure promosse.

In entrambi i casi, e al di là dei diversi linguaggi, il risultato non cambia anche rispetto a quanto avevamo già commentato (leggi qui). L’Inpgi non è più sostenibile, le prime modifiche approvate sono solo una goccia nel mare, e appena insediato il nuovo Cda dovrà rimboccarsi le maniche. Con competenza, serietà e grande responsabilità.

La lettera degli uomini di Giuliano Poletti e Pier Carlo Padoan ripercorre quasi integralmente quanto espresso dal Lavoro prima di Natale (leggi qui e qui), inasprendo però alcune soluzioni prospettate. Iorio – nel suo ruolo di “tecnica” – dà alcuni dati e conclude che i ministeri avrebbero approvato il “cuore” della riforma. Tutto formalmente corretto. Da apprezzare, anzi, per il desiderio di chiarezza che traspare. Ma non tutto è detto. E molto è lasciato alla capacità dei giornalisti di leggere dietro i numeri.

Il 75% della riforma è approvato, hanno annunciato trionfalmente i sostenitori della gestione Camporese. Ma le percentuali dipendono dai punti di vista. Se si contano le  misure contenute nella delibera trasmessa dall’Inpgi ai ministeri (leggi qui il comunicato), il risultato è 22: la percentuale delle quattro approvate è del 18%. E quelle che sono state bocciate sono molte di più, l’82% del totale. Se invece si considera la suddivisione in macrocategorie fatta dal ministero del Lavoro, in tutto nove (sei di natura previdenziale e tre non previdenziale), l’ok è arrivato per tre e mezzo, nemmeno il 40%, mentre oltre il 60% non ha passato l’esame.

In ogni caso, la gran parte delle misure non approvate sono proprio quelle che potrebbero maggiormente incidere sul prossimo futuro di molti colleghi. Dall’età della pensione (con “invito” ad alzarla in base all’aspettativa di vita, passando contemporaneamente al sistema contributivo) agli abbattimenti per le uscite anticipate, dall’indennità di disoccupazione a tutte le prestazioni facoltative, passando per il nodo sensibile delle salvaguardie.

La frase condivisa dai ministeri vigilanti è (purtroppo) chiara: bisognerà “procedere alla verifica delle clausole di salvaguardia, escludendo deroghe di ampio respiro rispetto ai requisiti stabiliti per la generalità degli iscritti“. Come si tradurrà, in concreto? Che cosa succederà a chi è disoccupato oppure si è dimesso con accordo da aziende in crisi, rassicurato sulla possibilità di pensionamento con le attuali regole ancora per qualche anno? E alle giornaliste che stanno versando i contributi volontari contando sull’uscita a 60 anni fino al 2021?

Iorio conclude la sua nota con una frase proprio su questo punto: “le fattispecie ipotizzate nelle clausole di salvaguardia restano, allo stato attuale, prive di ogni effetto“. Tradotto, significa che nessuno può più farci conto.

Gli ideatori della riforma tardiva quanto inutile, come hanno oramai certificato Lavoro ed Economia, adesso si affrettano invece a dire: tranquilli, al momento nulla cambia. Una ennesima, penosa rassicurazione che fa a pugni con quello che veniva detto appena sei mesi fa, quando i sostenitori di Camporese si affannavano a convincere tutti di come le misure fossero già praticamente in vigore. Scoraggiando (scientemente?) chi voleva andar via prima del tempo utilizzando le regole vigenti. Questione di priorità: c’è chi ha a cuore i colleghi, chi altro. E questa differenza sarà fondamentale, quando il prossimo Consiglio di amministrazione dovrà elaborare la nuova riforma discutendo con i ministeri vigilanti.

Anche perché c’è un’altra indicazione, ancora più dura, che i ministeri condividono: bisogna “intervenire in breve con ulteriori modifiche che permettano il rientro del disavanzo, adottando norme che potrebbero risultare anche più restrittive di quanto prevede il sistema generale“.

L’Inpgi, insomma, non dovrebbe solo orientarsi verso i criteri in vigore per le platee assicurate all’Inps, ma addirittura andare oltre e far stringere la cinghia ancor più ai giornalisti. E tutto per colpa di chi, in questi anni, si è rifiutato di ammettere la realtà di un Istituto che perdeva soldi e solidità e di prendere per tempo provvedimenti meno penalizzanti per i colleghi e più efficaci per i conti futuri.

Ma come nasce, il 75% sbandierato da tanti? Il direttore generale Mimma Iorio lo chiarisce nella sua nota: “I provvedimenti che hanno avuto il via libera ministeriale comportano un effetto finanziario, a regime, pari a 45 milioni di euro annui, rispetto ai 60 milioni annui riferiti all’intera manovra proposta“. E 45 milioni su 60 fa, appunto, il 75%.

A regime, sottolinea Iorio responsabilmente. Cioè, quando? La domanda, spontanea, non trova però una risposta certa. L’incremento delle aliquote (+0,5% per i giornalisti, +1,53% per gli editori) porta un risultato complessivo di 22,3 milioni l’anno, anche se 11 milioni erano già previsti e messi nel bilancio preventivo perché l’1% in più dei datori di lavoro era stato deliberato e approvato cinque anni fa. Il vero beneficio, insomma, è di 11,3 milioni l’anno da subito.

Dal 2017 diventa strutturale l’aliquota dell’1% a carico delle aziende per il sostegno alla cigs che doveva scadere a fine di quest’anno. Il beneficio si sentirà dal prossimo gennaio, e sarà pari a 6 milioni perché a pagare questa percentuale sono solo gli editori che possono utilizzare la 416, ovvero agenzie, quotidiani e periodici, ma per esempio non la Rai, Mediaset, le radio-tv private e così via.

Poi ci sono le altre due misure, la nuova quota “E” con la rivalutazione delle retribuzioni (ai fini del calcolo della pensione) del solo aumento del costo della vita senza l’1% in più finora applicato e i coefficienti di rendimento che scendono (per l’aliquota massima) dal 2,66 al 2,30. I due provvedimenti, spiega il direttore generale, porteranno “minori spese stimate in 17,6 milioni di euro annui”.

In questo caso, però, l’andare “a regime” assume un significato particolare. Perché, per il momento, si tratta di minori spese future, anche molto lontane nel tempo. L’impatto sulle pensioni (e uscite reali) in essere è ovviamente nullo. Chi poniamo andrà in pensione tra uno o due anni costerà meno del previsto per i suoi ultimi 12-24 mesi, ma il risparmio per l’Inpgi sarà molto contenuto. Già chi andrà tra dieci o quindici anni porterà maggiori benefici alle casse dell’Inpgi (con assegni più magri per sé). Chi inizia a lavorare ora avrà un impatto totale, ma tra almeno trent’anni e più.

Molto a lungo, insomma, le entrate o le minori uscite per le misure a cui i ministeri hanno dato il via libera non raggiungeranno i 30 milioni l’anno. Detto in percentuale, meno del 50% della manovra prevista. Ma soprattutto nemmeno un quarto del fabbisogno di liquidità, soldi veri e sonanti, di cui ha bisogno l’Inpgi per pagare pensioni e stipendi dei dipendenti, che gli uffici calcolano tra 120 e 130 milioni l’anno.

Svendere il patrimonio, soprattutto immobiliare, è l’unica strada che il miope Cda di Camporese sembra vedere. Consapevole, o meno, della spada di Damocle che incombe sull’Inpgi e sulle nostre pensioni presenti e future, a cui Mimma Iorio fa riferimento esplicito: i ministeri, scrive il direttore generale, nella lettera hanno ricordato “che, sulla base delle disposizioni legislative vigenti, per quanto riguarda il regime previdenziale dell’INPGI, i profili di sostenibilità della gestione sono da ricondurre ai singoli esercizi – e non, come avviene diversamente per altri enti previdenziali non sostitutivi dell’AGO, alle risultanze dei bilanci tecnici a 50 anni“.

Iorio si ferma qui, senza rispondere a una questione esiziale: che cosa succede se il bilancio dell’Inpgi va in rosso anche per un solo anno? Inutile fare scenari apocalittici. Bisogna che non ci vada. Mai. E questo sarà compito del futuro Cda.

Post Scriptum

Sul sito istituzionale dell’Inpgi, come detto, non c’è traccia della lettera dei ministeri e nemmeno della nota di Mimma Iorio. Appare, invece, il comunicato con cui il presidente Andrea Camporese si difende dalle accuse che gli vengono contestate dalla Procura di Milano, che lo ha rinviato a giudizio per corruzione e truffa aggravata, senza peraltro pubblicare alcuna notizia sulla vicenda.

Inoltre, Camporese fa un ingresso a gamba tesa nell’arena elettorale. Il presidente dell’Inpgi invita di fatto i giornalisti italiani a non votare chi in questi anni ha chiesto – invano – chiarezza, trasparenza e responsabili passi indietro, soprattutto su vicende giudiziarie che sarebbero esclusivamente personali se le accuse non fossero rivolte al numero uno dell’Istituto per presunti reati penali commessi ai danni dell’Istituto stesso.

Un insolito uso privato di uno strumento istituzionale e di servizio alla categoria. Ma tant’è.

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