Inpgi, nel Cda del 28 gennaio ok a disinvestimenti già effettuati, l’ultimo conferimento di immobili al Fondo e un lungo elenco di “contributi” (pre-elettorali?) da elargire

imageConferimento della quarta e finale tranche di immobili al Fondo “Giovanni Amendola”. Approvazione di delibere presidenziali su disinvestimenti decisi ed effettuati a dicembre. Pioggia di contributi a organizzazioni varie, compresa l’Usigrai, l’Ungp e il Gruppo cronisti della Lombarda.

L’ultimo colpo di mano della gestione del presidente Andrea Camporese e del suo Consiglio di amministrazione andrà in scena all’Inpgi domani, giovedì 28 gennaio. A meno di un mese dalle elezioni per il rinnovo degli organismi, il Cda si riunisce per decidere appunto su un lungo elenco di questioni. Per distribuire prebende e regalie. E mettere ulteriori ipoteche sui vertici che verranno e sui conti che troveranno (in fondo, l’ordine del giorno della riunione).

La partita più importante, dal punto di vista della somma in ballo, è quella legata agli immobili. Ed è l’operazione che più legherà le mani al Cda che uscirà dalle urne a fine febbraio. Non a caso, la decisione arriva in forte anticipo, rispetto ai tre precedenti conferimenti al Fondo Inpgi “Giovanni Amendola”, sempre varati verso la fine dell’anno, evidentemente per evitare “ripensamenti” da parte del prossimo vertice dell’Istituto.

Il conferimento al Fondo “Giovanni Amendola” (Comparti Uno e Due) e la conseguente rivalutazione delle proprietà dell’Inpgi porteranno al bilancio 2016 un beneficio contabile di 135 milioni di euro, con il quale si potrà nascondere per il quarto anno consecutivo il profondo squilibrio previdenziale. Un rosso nel saldo tra entrate per contributi e uscite per pensioni e altre prestazioni che il preventivo di quest’anno pone a 92 milioni, prevedendo però la partenza operativa dal primo gennaio scorso della riforma varata dal Cda a luglio 2015 che è invece ancora bloccata alla valutazione dei ministeri vigilanti. Facile pronosticare, insomma, che lo sbilancio previdenziale sarà in effetti ben più elevato, e con ogni probabilità ben superiore ai 106 milioni dell’assestamento 2015.

In ogni caso, con il conferimento di domani, l’Inpgi si sarà spogliato totalmente dei propri immobili (a parte quelli dedicati agli uffici romani di via Nizza e piazza Apollodoro). La proprietà sarà del Fondo “Giovanni Amendola” (gestito da Investire sgr della famiglia Nattino), al momento al 100% dell’Inpgi. Ma quegli stessi immobili dovranno essere venduti nei prossimi anni, per far fronte al bisogno di liquidità necessaria per pagare pensioni e stipendi dei dipendenti, con il rischio di cederli a prezzi inferiori a quelli della valutazione con cui sono stati conferiti, e quindi di registrare future perdite in bilancio.

Secondo il piano dei consulenti di MangustaRisk approvato dal Cda il 2 dicembre, entro il 2018 dovranno essere infatti cedute proprietà per circa 550 milioni e altri 150 milioni nei due anni successivi.

Sempre sul fronte del patrimonio dell’Inpgi, il Consiglio di amministrazione sarà chiamato ad approvare delibere presidenziali di disinvestimenti di fondi già effettuati, non si sa per quale cifra. Una procedura a cui in verità la gestione Camporese ci ha abituato, in questi anni. A partire dall’operazione di acquisto delle quote del Fip dalla Sopaf per 30 milioni di euro, al centro dell’inchiesta penale nell’ambito della quale il presidente dell’Inpgi attende la decisione del gup sulla richiesta di rinvio a giudizio avanzata dal pm.

In questo caso, le date delle delibere fanno però nascere più di un interrogativo e qualche preoccupazione. La prima operazione decisa in autonomia da Camporese, in particolare, è del 4 dicembre: appena due giorni dopo il Cda del 2 dicembre e nemmeno a tre settimane di distanza dall’ultima convocazione della Commissione finanzia, bilancio, programmazione e investimenti.

Entrambi gli organismi, insomma, potevano essere consultati per tempo senza ricorrere all’ennesima delibera presidenziale. A meno che, dopo la dismissione di fondi per oltre 100 milioni effettuata prima dell’estate (sempre con delibere presidenziali e approvazione successiva da parte del Cda, leggi qui e qui), la necessità di soldi liquidi si sia manifestata improvvisamente tra il 3 e il 4 dicembre, giustificando questa urgentissima decisione solitaria. In base al Regolamento dell’Inpgi, infatti, il presidente può procedere con propria delibera per “acquisto, alienazione e permuta di valori mobiliari allorché l’attesa della decisione del Consiglio di Amministrazione possa arrecare pregiudizio agli interessi dell’Istituto“. Che cosa sarà mai accaduto di così grave?

Valgono sicuramente molto meno, ma appaiono decisamente curiose, in un Cda pre-elettorale, e suscitano sospetti, le 14 “proposte” inserite nel lungo e dal nome apparentemente innocuo punto “E – AFFARI GENERALI“. Proposte che, secondo calcoli che girano sul web, potrebbero valere tra 300 e 400 mila euro.

Si parte con la partecipazione dell’Inpgi alla costituzione della “Fondazione europea per lo sviluppo del lavoro, della previdenza e dell’assistenza dei professionisti”, un’organizzazione di cui non si sa molto, anche se qualcuno suggerisce possa essere collegata alle iniziative che l’Adepp ha portato avanti, negli anni di presidenza Camporese, con l’appoggio del vicepresidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. In ogni caso, la partecipazione non si può pensare essere a titolo gratuito. Perché allora vincolare l’Inpgi a questa Fondazione invece di lasciare la decisione al futuro Cda?

Già varata da un anno, anche se ancora non operativa, è la Fondazione “Paolo Murialdi”, a cui partecipano anche Fnsi, Casagit e Ordine. Lo stanziamento proposto è quindi il secondo, e dovrebbe aggirarsi sui 30 mila euro o più. Così come ricorrente è la devoluzione all’Associazione Carta di Roma. Poi ci sono in ballo i contributi per due iniziative dell’Associazione stampa romana: il progetto “A mano armata” e la seconda edizione del premio intitolato a Miriam Mafai.

Nessuna motivazione dichiarata, invece, per altre nove proposte di contributi ad altrettante Associazioni territoriali o altri organismi sindacali. I due organismi di base riconosciuti dalla Fnsi, per esempio: l’Unione dei pensionati Ungp e l’Usigrai dei giornalisti Rai. L’Unione dei giornalisti sportivi, l’Ussi. Il Club Media Italie, con sede a Parigi ma formato da giornalisti italiani (votanti per l’Inpgi). Il Gruppo cronisti della Lombarda, che fa parte dell’Unci (Unione nazionale cronisti, non beneficiata da elargizioni). E, infine, quattro Associazioni: quelle di Veneto, Toscana, Friuli Venezia Giulia e Molise.

Tutti i contributi sono prelevati dal fondo che Unicredit mette a disposizione dell’Inpgi1 in segno di “riconoscenza” per essere la banca tesoriera. Soldi “regalati” per il privilegio di veder transitare sui conti i soldi dell’Istituto. Soldi di tutti i giornalisti, insomma, non a disposizione del Cda per elargirli a chi preferisce. Tantomeno in un periodo sensibile come quello pre-elettorale. E ancor meno in un momento di conti in rosso e crisi di liquidità, in cui è a rischio l’intera categoria.

Qualche domanda finale è quindi d’obbligo: chi voterà, tra i consiglieri giornalisti, questi ulteriori “colpi” ai conti dell’Inpgi? I sindaci avranno qualcosa da obiettare? Che posizione terranno i rappresentanti degli editori? E le donne e gli uomini di nomina governativa nel Cda potranno avallare proposte e azioni che mettono in ulteriore pericolo la sostenibilità dell’Inpgi?

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