Riforma pensioni, l’Inpgi sapeva da settembre dei “no” di Poletti. Ma non l’ha detto a nessuno

IMG_1208Il primo giudizio sulla riforma delle pensioni dell’Inpgi da parte del ministero del Lavoro è arrivato il 22 settembre scorso. Con la richiesta di nuovi calcoli rispetto a quelli contenuti nel bilancio tecnico consegnato a fine giugno, in particolare limitando il tasso di interesse sul patrimonio al 3% rispetto al 4,6% ipotizzato dall’Istituto. Calcoli che sono stati inviati da via Nizza al dicastero di Giuliano Poletti il 9 novembre, nel silenzio più totale. Non l’hanno infatti saputo i giornalisti italiani tutti. Ma non risulta siano stati informati ufficialmente neppure il Consiglio di amministrazione e il Collegio sindacale dell’Inpgi. O perlomeno non tutti i componenti dei due organismi.

A rivelarlo è la lettura integrale della comunicazione che il ministero del Lavoro ha inviato prima di Natale ai colleghi dell’Economia (in coda, il testo completo), di cui ha scritto per primo sul Sole 24 Ore di sabato 9 gennaio il collega Vitaliano D’Angerio (leggi qui). Nella lettera il giudizio degli uomini di Poletti è tranchant: “Si ritiene che la delibera CdA 24/2015, nella sua attuale formulazione, non possa avere ulteriore corso”. E scorrendo le lunghe pagine di missiva tra i due ministeri vigilanti si capisce il perché.

Proviamo a ricostruire i passaggi più importanti, e a “interpretarli” dal gergo burocratico-legale. Per valutare anche quali potrebbero essere gli effetti sul futuro pensionistico dei giornalisti italiani. E per capire bene come difendersi.

LO SQUILIBRIO DELL’INPGI RESTA ANCHE CON LA RIFORMA

Proprio in apertura della lettera, il Lavoro precisa che ha già dato un suo primo parere a settembre con nota ufficiale e che vuole un nuovo incontro con il ministero dell’Economia per approfondire la situazione dell’Inpgi, alla luce del fatto che l’Istituto non riesce a risolvere la situazione di squilibrio anche se venisse adottata la riforma delle pensioni varata dal Cda.

Si tratta del primo giudizio consegnato dal Lavoro non appena esaminata la delibera del Cda dell’Inpgi del 27 luglio 2015. Senza riforma, commenta il ministero, il patrimonio dell’Inpgi sarebbe destinato ad azzerarsi entro il 2030. Con la riforma la situazione non peggiora, ma la stabilità dell’Istituto non è comunque garantita: “L’iniziativa di modifica regolamentare in esame, seppur non peggiorativa, risulta invero parziale e non riesce a ricondurre la gestione ad una significativa stabilità delle risultanze”.

Le uscite sono maggiori delle entrate per 25 anni, arrivando a “mangiare” quasi tutto il patrimonio, e il saldo torna positivo solo nel 2045. Mentre il famoso indice di garanzia, che per legge deve garantire cinque annualità di pensioni accantonate, non arriva a questo livello prima del 2059. E questo nonostante in entrambi i casi (senza e con la riforma) si faccia conto su interessi sul patrimonio ipotizzati al 4,6% annuo.

Gli esperti del Lavoro sottolineano che le proiezioni del bilancio tecnico si basano sulle indicazioni standard dettate dal ministero invece che far uso di dati relativi al mondo giornalistico, come invece – viene ricordato in un altro passaggio – era stato fatto nel 2012. In particolare, l’attenzione è puntata sulle ipotesi di aumento dell’occupazione, che contraddicono l’andamento effettivo di riduzione di posti di lavoro della categoria: “(…) tali ipotesi (soprattutto quelle connesse ai livelli occupazionali) non sono aderenti alla categoria professionale dei giornalisti, il cui settore sta registrando duraturi segnali di sofferenza”.

NUOVI CALCOLI E PRESTITO PER 17 ANNI

Il 22 settembre dunque il Lavoro chiede all’Inpgi nuovi calcoli. Anche perché, è spiegato nella lettera, il 15 settembre il ministero ha inviato una nota a tutti gli enti previdenziali in vista dell’elaborazione dei bilanci tecnici che devono provare la sostenibilità dei conti a 50 anni. Nella nota è precisato che, per il calcolo dei rendimenti del patrimonio, bisogna utilizzare gli stessi criteri del 2012, ovvero non più del 3% per tutto il periodo. La prima richiesta è dunque è che l’Inpgi applichi il 3% invece del 4,6%.

Inoltre, il Lavoro chiede all’Inpgi di motivare perché ha scelto di prevedere un’occupazione in aumento, scelta che contraddice l’andamento reale dei dati della categoria. E vuole inoltre sapere esattamente a quanto ammontino le maggiori entrate e i risparmi delle singole misure contenute nella riforma.

La risposta dell’Inpgi arriva il 9 novembre, dopo un mese e mezzo, e contiene le nuove proiezioni dell’andamento di entrate e uscite a 50 anni con interessi al 3%. Ovviamente peggiori di quanto ipotizzato a luglio (leggi qui). Il patrimonio, infatti, nonostante la riforma, si esaurisce nel 2036. E non torna positivo prima del 2052. Ferma restando, ben inteso, la crescita dell’occupazione ipotizzata.

La proposta del’Istituto per far fronte a 17 anni di “buco” è quello che viene definito un “intervento esogeno”, con il pagamento di interessi passivi. Ovvero di un prestito, anche se non è precisato da parte di chi. Difficile ipotizzare che arrivi da una banca o da un altro istituto finanziario. Mentre potrebbe trattarsi – in linea del tutto teorica – dell’utilizzo del patrimonio della Gestione separata (la cosiddetta Inpgi2), a cui verrebbe poi restituito appunto con gli interessi. A settembre scorso, del resto, questo patrimonio ammontava a poco meno di 500 milioni di euro.

AUTONOMIA SOLO SE NON C’È DISAVANZO

Gli esperti del Lavoro fanno anche un inciso, che suona come un pericoloso avvertimento, per sottolineare che l’Inpgi non è soggetto a quelle regole, introdotte nel 2006, che consentono alla vigilanza dei ministeri di accorgersi in anticipo di un andamento non positivo dei conti delle casse di previdenza per i professionisti che non sostituiscono l’Inps. Questo significa, è la chiosa del Lavoro, che l’autonomia dell’Istituto dei giornalisti è garantita per legge solo se non vanno in negativo i bilanci annuali e purché i saldi positivi siano confermati anche dal bilancio tecnico.

Al contrario, continua il ministero, anche con la riforma le risorse non saranno sufficienti e lo squilibrio della gestione esisterà. Del resto, gli ultimi quattro anni di bilancio dell’Inpgi evidenziano un saldo negativo crescente tra entrate e uscite per le pensioni (da -11,5 milioni del 2011 a -84,3 milioni del 2014), anche se il rosso è minore se si tiene conto anche della gestione assistenziale, cioè gli ammortizzatori sociali (da -1,3 milioni del 2011 a -81,6 milioni del 2014).

Il Lavoro sottolinea comunque che i bilanci sono stati finora sempre positivi grazie ai risultati degli investimenti. In particolare, dal 2013, gli utili “a livello contabile sono stati raggiunti per l’inserimento nel bilancio della rivalutazione degli immobili conferiti al Fondo “Giovanni Amendola”.

LA BOCCIATURA DEL LAVORO

La conclusione dell’analisi che il Lavoro consegna al ministero di Pier Carlo Padoan, con il quale dovrà poi dare un giudizio finale unico, è molto severa. E non lascia spazio a dubbi su come la pensino gli uomini di Poletti. Le modifiche previste dalla riforma sono “di modesta entità”, soprattutto se paragonate alle regole della previdenza pubblica dell’Inps.

Il sistema delle pensioni va sì riformato, e pure in fretta, ma le misure decise dal Cda dell’Inpgi, così come sono, non vanno bene: “Pur ritenendo necessario e improcrastinabile modificare l’attuale sistema di tutela sociale di categoria, si ritiene che la delibera CdA 24/2015, nella sua attuale formulazione, non possa avere ulteriore corso“.

CINQUE PUNTI DA RISPETTARE

Ecco i punti che, secondo il Lavoro, sarebbero indispensabili per una futura riforma delle pensioni dei giornalisti. Punti che, si legge nella lettera, erano già stati indicati nella nota del 22 settembre, che i vertici dell’Inpgi non hanno ritenuto di rivelare: “Come già suggerito anche da codesto Ministero, nella sua prima analisi di cui alla nota n. 72273 del 22/09/2015, con cui è stata segnalata “…la necessità di un approfondimento sulle disposizioni e proiezioni presentate insieme con la delibera per valutare ulteriori provvedimenti che mettano in sicurezza la gestione…”, gli Organi potranno considerare soluzioni che consentano di conciliare tra loro almeno le seguenti leve”.

Sono misure che avrebbero un impatto decisamente negativo su tutti noi. E che, forse proprio per questo, è stato ritenuto di occultare, soprattutto in vista delle elezioni. L’introduzione del meccanismo dell’aspettativa di vita per definire l’età in cui si potrà andare in pensione, prima di tutto, che significherebbe allontanare per qualcuno di moltissimo l’addio al lavoro rispetto alle regole attuali, che prevedono l’uscita a 65 anni.

Unita a un’altra misura pesante, cioè l’adozione di aliquote di rendimento pari a quelle dell’Inps, con un massimo del 2% (finora è del 2,66%). Che si aggiunge al passaggio al sistema contributivo, rispetto al retributo (corretto) in essere, con un tetto per il reddito, o in alternativa – propone il Lavoro – al retributivo ma con le regole dell’Inps, decisamente più penalizzanti rispetto a quelle dell’Inpgi.

Altri due punti sono – per fortuna – meno definitivi, e prevedono la verifica della spesa per ammortizzatori sociali rispetto alle entrate relative e altrettanto per le prestazioni facoltative. Il sottinteso è che, in caso di previsioni di uscita maggiori delle entrate, bisognerebbe ridurre le prestazioni.

I DUBBI SULLE CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA

Anche sulle clausole di salvaguardia il Lavoro solleva dubbi. Legati tra l’altro al fatto che non è stata presa in considerazione l’eventuale maggiore spesa. E anche perché non sembrerebbero corrispondere, nei criteri, a quelle tutelate nel sistema generale dalla L. 201/2011(la cosiddetta riforma Fornero, ndr). L’attenzione degli uomini di Poletti sembra concentrarsi in particolare “sui giornalisti che hanno già perfezionato i requisiti di età e contributivi per il diritto a pensione prima dell’entrata in vigore della riforma.

Un’eventualità, quella di ritoccare o addirittura eliminare le clausole di salvaguardia, che avrebbe effetti molto penalizzanti su un grande numero di colleghe e di colleghi, con il rischio di creare degli esodati. Ed è per questo che bisognerà difenderle in ogni modo.

SALVE SOLO TRE MODIFICHE

Il Lavoro salva solo tre misure varate dal Cda dell’Inpgi. La prima è l’aumento delle aliquote contributive. Via libera anche a una più bassa rivalutazione delle retribuzioni ai fini pensionistici, che verrebbe portata al livello dell’Inps (solo in base all’indice Istat del costo della vita senza il +1% oggi previsto).

Infine, la più penalizzante: l’abbassamento delle percentuali di rendimento dei contributi. L’aliquota massima oggi è posta al 2,66%, nella riforma sarebbe prevista al 2,3%, mentre il Lavoro la vuole portare, come detto, al 2%. Com’è all’Inps.

UNA PROFONDA RIFORMA AFFIDATA AL FUTURO CDA

La riforma che chiede il ministero del Lavoro è dunque profonda e da realizzarsi in fretta. E la deve realizzare l’Inpgi, nel rispetto della sua autonomia: “Si reputa necessario che l’Istituto stesso, in tempi estremamente brevi, assuma, nell’ambito della propria autonomia riconosciuta dal d.lgs. 509/1994, un radicale e compiuto progetto di riforma complessivo, che miri ad individuare le misure più consone a ristabilire l’equilibrio di gestione”.

Un’affermazione importante, questa, perché apre gli spiragli per trovare soluzioni più equilibrate e rispettose delle caratteristiche proprie della categoria dei giornalisti. Anche se alcune misure, per gli uomini di via Veneto, come abbiamo visto, sembrano essere irrinunciabili.

In ogni caso, il compito dovrà essere assolto entro il 2016. E questo perché gli uomini di Poletti intendono attendere l’appuntamento elettorale di fine febbraio, con cui verranno rinnovati gli organismi dell’Inpgi: “L’Istituto dovrà essere perentoriamente invitato ad adottare, urgentemente e comunque entro il 2016, tenuto anche conto dell’imminente rinnovo delle cariche, un provvedimento di riforma radicale che metta definitivamente in sicurezza la gestione“.

Ad occuparsene non sarà insomma il Cda in carica, che ha prodotto una riforma giudicata non accettabile dallo stesso ministero del Lavoro, ma quello che uscirà dal prossimo voto. Sperando che le donne e gli uomini che andranno a comporlo siano più competenti, responsabili e trasparenti di chi ha guidato l’Inpgi negli ultimi anni, con lauti guadagni e risultati a dir poco discutibili.

IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA DEL MINISTERO DEL LAVORO

AL MINISTERO DELL’ECONOMIA

Si fa riferimento alla delibera in oggetto, con la quale l’INPGI – Gestione sostitutiva dell’AGO apporta modifiche al Regolamento delle prestazioni previdenziali e assistenziali e, contestualmente, adotta variazioni delle aliquote contributive.

Visti gli interventi prospettati dall’Istituto, e preso atto di quanto già espresso da codesto Dicastero con nota n. 72273 del 22/9/2015, si ritiene necessaria un’ulteriore interlocuzione ministeriale al fine di chiarire in maniera puntuale e precisa alcuni aspetti significativi della complessa situazione in cui versa l’Istituto che non supera la propria situazione di squilibrio anche in esito alle disposizioni adottate con la delibera in oggetto.

Allo scopo si sintetizzano a seguire le principali leve oggetto di modifica, distintamente per le misure di natura previdenziale e non, ed evidenziando per le prime gli effetti prodotti sulla gestione dal lato delle entrate e delle uscite.

  1. Misure di natura previdenziale:

– che determinano variazioni dal lato delle entrate:

1.1.incremento dell’aliquota contributiva IVS, a decorrere dal 1° gennaio 2016, da 8,69% a 9,19% (+0,5%) della retribuzione imponibile per i giornalisti dipendenti e da 22,28% a 23,81% (+1%+0,53%) per i datori di lavoro. Con tale modifica, l’aliquota contributiva IVS si attesta complessivamente al 33% della retribuzione imponibile, equiparandosi alla misura prevista nel sistema AGO;

1.2.introduzione, in via temporanea per 5 anni, di un contributo straordinario di partecipazione al riequilibrio finanziario della gestione previdenziale a carico dei pensionati con redditi fino 91.251,15 euro e contestuale proroga per 5 anni del contributo di solidarietà, introdotto per effetto dell’art. 1, comma 486 della legge n. 147/2013, attualmente in vigore per i redditi superiori a 91.251,15 euro.

– che determinano variazioni dal lato delle uscite:

1.3. innalzamento dei requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione di vecchiaia (da 65 anni a 66 per gli uomini e, progressivamente fino al 2020, da 62 anni a 66 per le donne) e per la pensione di anzianità (da 35 anni a 36 di anzianità, aumentando progressivamente a 40 nel 2022, fermo restando il requisito di età minima per l’accesso a 62 anni; ovvero, fino al 2021 compreso, con una anzianità contributiva di almeno 40 anni a prescindere dall’età). Per il calcolo dei relativi trattamenti, dal 2016, le retribuzioni pensionabili sono rivalutate all’indice dei prezzi senza l’aumento di un punto percentuale per ogni anno solare (art. 6, c. 1, lett. e);

1.4. in deroga ai requisiti di cui al punto precedente, sono previste le clausole di salvaguardia di cui alla tabella A), richiamata dall’art. 4, comma 7, del nuovo Regolamento;

1.5. riduzione dell’aliquota di rendimento utilizzata per il calcolo della pensione, da 2,66% a 2,30%, per le retribuzioni inferiori alla retribuzione minima annua del redattore ordinario. Contestuale riduzione anche delle aliquote di rendimento da applicarsi alle retribuzioni eccedenti il suddetto limite (art. 7, c. 2);

1.6. incremento della percentuale di abbattimento, che si attesta al 5% annuo, delle pensioni di anzianità in rapporto agli anni mancanti al raggiungimento dei requisiti minimi.

  1. Misure di natura non previdenziale:

2.1 applicazione, a decorrere dal 1° gennaio 2017, in via strutturale, dell’aliquota dell’1% a carico dei datori di lavoro, destinata al sostegno della CIGS, già prevista fino al 31.12.2016 dalla delibera CdA n. 41/2014;

2.2 rimodulazione del trattamento di disoccupazione: per la durata del trattamento ordinario, pari, come in precedenza, al massimo a 360 giorni, sono previste percentuali di riduzione dell’indennità giornaliera inferiori o uguali al 30% attualmente vigente, che comportano un corrispondente maggior onere; invece, per la durata del trattamento straordinario, sempre di 360 giorni, come in precedenza, a decorrere dal primo giorno successivo alla cessazione della corresponsione dell’indennità ordinaria, le aliquote di riduzione dell’indennità giornaliera sono superiori al previgente 30% fino ad arrivare al 50%, comportando un risparmio di spesa;

2.3 rivisitazione della disciplina delle prestazioni facoltative, con abrogazione dell’assegno temporaneo di inabilità e della prestazione una tantum in caso di morte. Contestuale modifica dei requisiti per l’accesso all’assegno di superinvalidità e per il ricovero in case di riposo.

Il progetto di riforma contenuto nella delibera in argomento è supportato da un apposito bilancio tecnico al 31/12/2014, per la redazione del quale sono state utilizzate solo le basi tecniche standard. La scelta di non elaborare stime secondo parametri specifici, come chiarisce l’attuario nelle proprie conclusioni, sembrerebbe essere dettata dall’opportunità di un “approccio prudente” di analisi, pur nella considerazione che tali ipotesi (soprattutto quelle connesse ai livelli occupazionali) non sono aderenti alla categoria professionale dei giornalisti, il cui settore sta registrando duraturi segnali di sofferenza.

Ciò posto in termini generali, la documentazione tecnica descrive complessivamente una situazione gestionale, attuale e tendenziale, in evidente discontinuità con quella risultante dal bilancio tecnico al 31/12/2010, redatto ai fini della verifica straordinaria di stabilità cinquantennale, ex art. 24, comma 24, del D.L. 201/2011. Sulla base di dette proiezioni, sviluppate secondo ipotesi specifiche della categoria e con un tasso di rendimento del patrimonio contenuto nel limite dell’1% in termini reali, i Ministeri vigilanti avevano a suo tempo attestato la sostenibilità economica dell’Istituto, ritenendo dunque non necessario attivare, come previsto dalla norma, le ipotesi di passaggio al sistema contributivo per il calcolo delle prestazioni e il prelievo di solidarietà sui trattamenti pensionistici nella misura dell’1%, per gli anni 2012-2013. Rispetto a queste evoluzioni attese, però, il bilancio tecnico al 31/12/2014 a normativa vigente, presenta una redditività nominale del patrimonio pari al tasso di inflazione ipotizzato +2,5%, ed evidenzia una situazione di squilibrio strutturale, con saldo previdenziale e totale sempre negativi per tutto il periodo di valutazione, con azzeramento del patrimonio a partire dal 2030. Le modifiche regolamentari introdotte con il progetto di riforma in argomento, complessivamente più restrittive, determinano un miglioramento dei risultati marginali: il saldo pensionistico IVS rimane negativo fino al 2047, mentre il saldo totale, comprensivo dei rendimenti del patrimonio e delle altre prestazioni erogate, assume negativi fino al 2045 ad eccezione del periodo 2018-2023.

Pertanto, l’iniziativa di modifica regolamentare in esame, seppur non peggiorativa, risulta invero parziale e non riesce a ricondurre la gestione ad una significativa stabilità delle risultanze: i prospetti a normativa variata, infatti, sviluppati con un tasso tecnico del 4,6%, indicano un disavanzo dei saldi totali per una durata di 25 anni che, erosa la quasi totalità del patrimonio, tornano positivi e ricominciano a crescere solo dal 2045. L’indice di garanzia delle riserve riferito alle 5 annualità di pensioni in essere non raggiunge l’unità fino al 2059.

Considerato quanto sopra, si è ritenuto opportuno acquisire (cfr. e-mail INPGI prot. arr. Minlavoro n. 16876 del 9/11/2015 che si allega), relativamente alle stime attuariali, un ulteriore esercizio di simulazione le cui risultanze derivano dalle seguenti indicazioni:

  • adozione di un tasso di rendimento del patrimonio contenuto entro il limite dell’1% in termini reali (3% nominale), in coerenza con le disposizioni recentemente impartite agli enti previdenziali privati per la redazione dei bilanci tecnici al 31/12/2014 (rif.: nota Minlavoro n° 13754 del 15/9/2015);
  • conferma che l’asset parametrico standard piuttosto che uno specificamente definito rappresenta verosimilmente le linee tendenziali della platea assicurata, provvedendo a motivare esaurientemente la scelta effettuata, per altro in discontinuità rispetto al recente passato;
  • evidenza separata degli effetti scaturenti dalle singole modifiche, di natura previdenziale e non, precisando, in particolare, il gettito derivante dal contributo di solidarietà.

L’Istituto ha, poi, spiegato che, tra gli interventi in materia di entrate contributive, diversamente da quanto indicato nel bilancio tecnico, non è stata in definitiva adottata l’introduzione di un’aliquota aggiuntiva per la disoccupazione pari all’1,40% a carico del datore di lavoro per i soli contratti a termine. Pertanto le stime non ricomprendono tale vettore di entrata.

La nota tecnico-attuariale fornita a riscontro della richiesta documentale, per le vie brevi, unitamente alla tabella riepilogativa dei risparmi scaturenti dalle proposte di modifica, fornisce nuove proiezioni attuariali (come detto, al tasso di rendimento del patrimonio pari al 3% nominale in luogo del 4,6%) che descrivono scenari comunque di disequilibrio, anche a seguito degli interventi di riforma, con saldi previdenziali e totali sempre negativi ed azzeramento del patrimonio al 2036. A partire da tale data, al fine di poter continuare ad assicurare l’erogazione delle prestazioni in essere, è prospettato un intervento esogeno che si fa carico anche del pagamento di ipotetici interessi passivi sul capitale, cosicché, dopo un periodo di squilibrio di 17 anni, il patrimonio tornerebbe a crescere dal 2052.

Il seguente prospetto riassuntivo riporta le risultanze di bilancio tecnico al 31/12/2014 secondo gli scenari a normativa vigente e tasso di crescita del patrimonio al 4,5%, a normativa variata e tasso al 4,6% e a normativa variata con tasso del 3%.

(*****)

Tutto quanto premesso, nel trasmettere l’ulteriore documentazione acquisita in data 9/11/2015, per quanto di competenza, si rappresentano le seguenti considerazioni.

Indipendentemente dal sistema di ipotesi, già a normativa vigente ed anche imponendo al patrimonio fattori di crescita particolarmente premianti, l’Istituto registra una situazione di squilibrio strutturale. Le modifiche apportate al settore previdenziale, pur finalizzate al perseguimento di canoni di sostenibilità, appaiono di modesta entità, anche in considerazione dei requisiti più stringenti in vigore per il sistema pubblico per l’accesso ai trattamenti pensionistici e per le relative modalità di calcolo.

Con particolare riferimento all’istituzione del contributo straordinario per il riequilibrio finanziario – sebbene possa essere ritenuto uno degli “strumenti coerenti alle indicazioni risultanti dal bilancio tecnico”, cosi come previsti dalla normativa di settore, cioè l’art. 2, comma 2, del d. lgs. 509/1994 – si ritiene di porre in evidenza, sotto un profilo di legittimità, che, in quanto imposto da un atto non avente forza di legge che incide su pensioni già maturate e in pagamento (c.d. diritti acquisiti) nonché al di sotto della soglia di salvaguardia posta dall’attuale normativa (14 volte il trattamento minimo Inps), espone l’Ente ad un probabile contenzioso dagli esiti molto incerti. Ciò anche alla luce delle numerose pronunce contrarie della Corte di Cassazione in relazione ad analoghe iniziative adottate da altri enti previdenziali di diritto privato.

Pertanto, tale particolare misura potrebbe comportare per l’INPGI, in definitiva, addirittura maggiori oneri nel prossimo futuro a fronte di disponibilità, nell’immediato, peraltro presumibilmente esigue.

In relazione alla “proroga” del contributo di solidarietà previsto dall’art. 1, comma 486, della L. 147/2013, già applicato dall’Istituto ai sensi di legge, si ritiene che lo stesso, in quanto ancorato ad una specifica disposizione di carattere primario, che ne circoscrive durata e decorrenza (1/1/2014 – 31/12/2016), non possa da essa discostarsi senza incorrere nel rischio di generare, anche in tal caso, un contenzioso fondato sull’assenza di una espressa previsione legislativa.

Correlata ad esiti economici incerti in termini di maggiore spesa in quanto non ricompresa tra le stime tecniche, anche la misura derivante dall’introduzione delle clausole di salvaguardia di cui alla tabella A), che individua sotto-platee di assicurati INPGI da escludere dall’applicazione dei nuovi requisiti di pensionamento di vecchiaia ed anzianità, consentendo alle medesime di mantenere i previgenti requisiti. Per altro, pur ammettendo un adattamento della disciplina alle caratteristiche della categoria, talune classi salvaguardate (ad esempio, quella relativa ai giornalisti che hanno già perfezionato i requisiti di età e contributivi per il diritto a pensione prima dell’entrata in vigore della riforma) non sembrerebbero corrispondere, nei criteri, a quelle tutelate nel sistema generale dalla L. 201/2011.

In termini più generali, è poi necessario tener presente, da un lato, che l’INPGI, in quanto forma di previdenza sostitutiva dell’AGO, ha adottato la delibera 24/2015 richiamando, quale ambito di individuazione delle singole misure, quello contrattuale, definito dalle determinazioni scaturenti dalla contrattazione collettiva nazionale, secondo le previsioni espressamente recate dall’art. 3, comma 2, lett. b), del d. lgs. 509/1994 e, dall’altro, che ai sensi dell’art. 2 del medesimo decreto, “la gestione economico-finanziaria deve assicurare l’equilibrio di bilancio mediante l’adozione di provvedimenti coerenti alle indicazioni risultanti dal bilancio tecnico da redigersi con periodicità almeno triennale”. Si ritiene, pertanto, che l’ambito delle determinazioni definite dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria debba essere necessariamente tracciato dalle possibili soluzioni compatibili con la sostenibilità della gestione economico finanziaria dell’Istituto, tra le quali l’INPGI è chiamato ad individuare quelle più consone allo scopo, in coerenza con le indicazioni risultanti dal bilancio tecnico.

Sul punto, si ricorda che, diversamente dagli enti previdenziali privati non sostitutivi, per l’INPGI non trova applicazione la definizione di sostenibilità economica delle forme di previdenza, di cui all’art. 1, comma 763, della L. 296/2006. Detta disposizione ha introdotto nell’ordinamento una modalità di vigilanza ministeriale che consente di verificare dinamiche di non equilibrio gestionale, periodicamente e con anticipo rispetto al loro manifestarsi. Nella fattispecie, venendo meno tale previsione normativa, affinché la gestione INPGI possa svolgersi secondo principi di autonomia, occorre che la stessa quanto meno non registri casi di disavanzo economico-finanziario, rilevato dai rendiconti annuali e confermato anche dal bilancio tecnico (art. 2.4 del d. lgs. 509/1994).

Come si è potuto verificare, le simulazioni attuariali delineano – anche laddove la delibera CdA 24/2015 fosse approvata – scenari caratterizzati da insufficienza delle risorse disponibili e dunque di squilibrio gestionale. Inoltre, dagli ultimi rendiconti dell’Istituto, emerge il progressivo peggioramento del saldo della gestione pensionistica IVS, che da -11,5 mln di euro nel 2011 passa a – 84,3 mln di euro nel 2014. Tali disavanzi sono poi parzialmente assorbiti nell’ambito della più generale gestione previdenziale ed assistenziale (- 1,3 mln di euro nel 2011 che passa a – 81,6 mln di euro nel 2014). I risultati di esercizio sono stati, comunque, sino ad oggi positivi per effetto del contributo della gestione patrimoniale. In particolare, a partire dal 2013, anno in cui i negativi saldi previdenziali e pensionistici IVS cominciano a registrare una forte crescita, il recupero in positivo della gestione, a livello contabile, è stato conseguito attraverso l’apposizione in bilancio di plusvalenze connesse all’operazione di conferimento degli immobili di proprietà al Fondo immobiliare Amendola.

Posto il quadro così delineato si evince che il processo di revisione ordinamentale assunto dall’Istituto non determina impatti particolarmente significativi sugli scenari di simulazione – per il riallineamento dei quali sarebbe invece necessaria una profonda riforma del sistema previdenziale e di welfare.

Infatti, sono già ad oggi prevedibili alcune modifiche da apportare al sistema previdenziale di categoria, affinché si vada verso i criteri in vigore per le platee assicurate presso l’INPS-gestioni AGO-IVS. Si reputa necessario che l’Istituto stesso, in tempi estremamente brevi, assuma, nell’ambito della propria autonomia riconosciuta dal d.lgs. 509/1994, un radicale e compiuto progetto di riforma complessivo, che miri ad individuare le misure più consone a ristabilire l’equilibrio di gestione, tenendo conto di una contrattazione collettiva che si muova consapevolmente al riguardo.

Come già suggerito anche da codesto Ministero, nella sua prima analisi di cui alla nota n. 72273 del 22/09/2015, con cui è stata segnalata “…la necessità di un approfondimento sulle disposizioni e proiezioni presentate insieme con la delibera per valutare ulteriori provvedimenti che mettano in sicurezza la gestione…”, gli Organi potranno considerare soluzioni che consentano di conciliare tra loro almeno le seguenti leve, alcune delle quali particolarmente consone ad un regime previdenziale di sostitutività, quale quello dei giornalisti dipendenti:

– adeguamento dei requisiti di accesso agli istituti previdenziali di categoria a quelli previsti dal sistema generale, con gli stessi meccanismi di adeguamento dinamico;

– adeguamento dell’aliquota di rendimento per il calcolo del trattamento pensionistico a quella vigente nel sistema generale (2%);

– verifica della sostenibilità delle altre prestazioni obbligatorie diverse da quelle IVS rispetto alle contribuzioni ad hoc previste;

– verifica degli impatti sui risultati di gestione delle prestazioni facoltative ancora previste dal Regolamento;

– passaggio al sistema di calcolo contributivo pro-rata dei trattamenti pensionistici, con l’individuazione di un massimale reddituale mirato a contenere gli impegni pensionistici differiti o quanto meno di un sistema di calcolo retributivo allineato con i requisiti del sistema pubblico.

Tutto ciò premesso, richiamate le osservazioni sopra evidenziate in materia di contribuzione ordinaria e straordinaria di solidarietà e di salvaguardia – in ordine alle quali sarebbe in ogni caso opportuno conoscere il parere di codesto Ministero -, pur ritenendo necessario e improcrastinabile modificare l’attuale sistema di tutela sociale di categoria, si ritiene che la delibera CdA 24/2015, nella sua attuale formulazione, non possa avere ulteriore corso.

Tuttavia potrebbero, comunque, essere assentite, così da consentirne l’efficacia dei risultati di risparmio sin dal prossimo 1° gennaio, solo le misure relative a:

– le variazioni di aliquote vigenti di cui al punto 3, lettere a) e b) della delibera 24/2015;

– la modifica di cui all’art. 6 “Retribuzione pensionabile”, c. 1, lett. e) del Regolamento, come risultante dall’allegato A alla delibera 24/2015;

– la modifica apportata all’art. 7, c. 2 del Regolamento, come risultante dall’allegato A alla delibera 24/2015, ma a condizione che, in luogo delle aliquote di rendimento ivi indicate siano previste quelle vigenti per il sistema generale, in caso di pensioni calcolate con il metodo retributivo.

Allo stesso tempo l’Istituto dovrà essere perentoriamente invitato ad adottare, urgentemente e comunque entro il 2016, tenuto anche conto dell’imminente rinnovo delle cariche, un provvedimento di riforma radicale che metta definitivamente in sicurezza la gestione.

 

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4 pensieri su “Riforma pensioni, l’Inpgi sapeva da settembre dei “no” di Poletti. Ma non l’ha detto a nessuno

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