Il ministero del Lavoro boccia la riforma dell’Inpgi: non risolve la situazione di squilibrio. La nuova manovra sarà affidata al prossimo Cda

imageSonora bocciatura per la riforma dell’Inpgi. La delibera varata dal Consiglio di amministrazione il 27 luglio scorso non passa l’esame del ministero del Lavoro, che sottolinea come non sia sufficiente a superare la “complessa situazione di squilibrio” dell’Istituto. E conclude con una formula lapidaria: “Si ritiene che la delibera del Cda, nella sua attuale formulazione, non possa avere ulteriore corso“.

A rivelarlo è un articolo del Sole 24 Ore in edicola oggi a firma di Vitaliano D’Angerio (a destra e in formato leggibile in fondo al testo), che riporta il contenuto della lettera inviata prima di Natale dal ministero guidato da Giuliano Poletti al Mef di Pier Carlo Padoan, a cui spetta un’ulteriore valutazione sui conti prospettici in base alla riforma e sulla stabilità futura dell’Inpgi. Anche sulla base delle nuove proiezioni attuariali sviluppate a inizio novembre con rendimento del patrimonio ridotto al 3% nominale rispetto al 4,6% considerato nelle ipotesi di luglio (leggi qui).

La manovra sulle pensioni è sì necessaria, è in sostanza il giudizio del Lavoro, ma i conti sono così messi male che quella tracciata da Andrea Camporese e i suoi consiglieri di amministrazione è inutile, un’aspirina data a un malato grave. Con un errore da matita blu persino nel contributo chiesto ai pensionati, che potrebbe portare più oneri, per ricorsi dall’esito incerto, di quanto garantirebbe di entrate.

Ecco perché le correzioni alla manovra sulle pensioni dei giornalisti italiani che suggerisce (per usare un eufemismo: si tratta infatti di un “invito perentorio“) il ministero sono decisamente drastiche: contributivo pro-rata per tutti con tetto massimo per la futura pensione (o quantomeno il contributivo con le regole Inps), aliquota di rivalutazione non superiore al 2%, “adeguamento dinamico” per i requisiti di accesso alla pensione, che significa utilizzo del calcolo sull’aspettativa di vita, e utilizzo di altre regole pubbliche.

I giornalisti italiani, in particolare i più giovani, avranno insomma pensioni analoghe a quelle erogate dall’Inps, e per tutti gli assegni saranno comunque ben più ridotti rispetto al passato e si otterranno a un’età più avanzata. Pagando nel frattempo contributi più elevati. E tutto grazie a una gestione di donne e di uomini che si sono occupati di “salvare” i bilanci con operazioni di rivalutazione del patrimonio puramente contabili, mentre i conti previdenziali andavano a picco.

Forse anche per questo, tutto fa ritenere che il giudizio finale dei ministeri vigilanti non arriverà prima della nuova governance che uscirà dal voto di fine febbraio. Nella stessa lettera del ministero del Lavoro, non a caso, si ricorda “l’imminente rinnovo delle cariche” nell’invitare ad adottare “urgentemente, e comunque entro il 2016, un provvedimento di riforma radicale che metta definitivamente in sicurezza la gestione“.

La soluzione non può essere che una: mandare a casa tutti i responsabili della gestione dissennata di questi anni. E dare all’Inpgi una speranza di sopravvivenza grazie a persone serie, trasparenti e competenti.

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