Casse dell’Inpgi a secco. E il cda ora vuole disfarsi degli immobili per pagare pensioni e stipendi

IMG_1208di Daniela StiglianoGiunta Esecutiva Fnsi

Nel gergo tecnico della finanza si definisce – rigorosamente in inglese – “liabilities driven investing“, Ldi in sigla. Tradotto in italiano suona così: strategia di investimento guidata dalle passività. In parole povere significa: abbiamo finito i soldi e dobbiamo vendere i gioielli di famiglia per pagare i debiti. I debiti, in questo caso, si chiamano pensioni dei giornalisti, stipendi dei dipendenti e altre spese correnti. E i gioielli di famiglia sono il patrimonio dell’Inpgi, in particolare gli immobili.

Nei prossimi tre anni, tra il 2016 e il 2018, dovrebbero andare sul mercato tra 450 e 550 milioni di beni immobili dell’Istituto di previdenza, altri 120-150 milioni nei due anni successivi, per continuare con ulteriori cessioni per qualche centinaio di milioni fino al 2030. Non prima, però, di aver concluso rapidamente tutto il progetto di conferimento del mattone nel Fondo immobiliare “Giovanni Amendola”. E senza alcuna garanzia per il futuro dell’Inpgi e delle nostre pensioni.

È questo il radicale cambio di rotta nella politica degli investimenti dell’Inpgi che il presidente Andrea Camporese e il suo consiglio di amministrazione si apprestano a varare nella riunione del 2 dicembre, a nemmeno tre mesi dalle elezioni per il rinnovo degli organismi (e di cui già altri hanno scritto). Con un piano di azione molto dettagliato e vincolante messo a punto dal consulente Mangusta Risk, anticipato in un pre-cda dei soli componenti giornalisti la mattina del 18 novembre scorso e approvato (con un solo no, il mio) nel pomeriggio dello stesso giorno dalla Commissione (consultiva) Finanza bilancio programmazione e investimenti.

Un piano che – è scritto nero su bianco – non ammette deroghe, soprattutto nei tempi stretti previsti. E che vincolerebbe la politica e l’azione del vertice della Cassa previdenziale che verrà scelto dai giornalisti italiani con le elezioni del prossimo febbraio.

L’obiettivo chiaro è recuperare liquidità per soddisfare, appunto, la necessità di far fronte alle scadenze di pagamento incombenti. Smentendo le ipotesi sui rendimenti del patrimonio e sul suo andamento nel tempo contenute nel bilancio tecnico attuariale a 50 anni predisposto dal professor Marco Micocci a sostegno della riforma delle pensioni, approvata dal cda lo scorso 27 luglio (e prima ancora dalla maggioranza della Fnsi), ancora al vaglio dei ministeri vigilanti del Lavoro e dell’Economia. Ma mantenendo intatti gli altri scenari utilizzati nel bilancio tecnico (leggere qui). A partire dall’incremento dell’occupazione (e dei contributi relativi) che dovrebbe portare almeno 3 mila nuovi iscritti all’Inpgi entro il 2020.

Il cambio di strategia viene inoltre giustificato con l’imminente varo del decreto del ministero dell’Economia, che imporrà alle Casse previdenziali di scendere almeno al 30% del patrimonio investito in immobili (fisici o in fondi) nell’arco dei prossimi dieci anni. Un vincolo che permetterebbe però di cogliere le migliori opportunità di mercato, da qui al 2025. Se non fosse per l’imbarazzante mancanza di denaro cash che impone di vendere molto molto in fretta.

In che cosa consiste, esattamente, questa nuova liabilities driven investing in via Nizza?

Si parte dalla fotografia attuale. Oltre il 73% del patrimonio dell’Inpgi, che a prezzi di mercato varrebbe in totale (ad agosto 2015) circa 2,225 miliardi di euro, è illiquido, ovvero non si può disinvestire se non aspettando almeno 12 mesi e anche di più. A parte il circa 5% in mutui e prestiti, il 68,4% è costituito da immobili, tra quelli (ancora per poco) posseduti direttamente dall’Istituto e quelli già conferiti al Fondo “Giovanni Amendola”, con una piccola quota in private equity. Il 2% è impiegato in fondi absolute return o hedge fund ed è definito semi-liquido, perché per vendere questi fondi e portare a casa il contante ci vogliono circa tre mesi. Infine, il portafoglio finanziario liquido pesa per quasi il 25%, tra obbligazioni, azioni, titoli di Stato e fondi. Dopo essere stato già ampiamente saccheggiato negli ultimi anni e anche nel corso del 2015 proprio per mancanza di liquidità (nonostante bilanci formalmente in utile).

Nel giro di tre-cinque anni, tutto verrebbe rivoluzionato nella composizione degli investimenti. Azzerati mutui, prestiti e private equity, ridotti dal 68% al 40% gli immobili, portate a zero per poi risalire fino al massimo del 5% le azioni (dal 13% attuale), aumentati al 5% gli absolute return (dal 2%) e i titoli di Stato (da meno dell’1%) e spinte fino al 45% le obbligazioni. E nei dieci anni successivi il processo dovrebbe continuare ancora, fino ad avere il 77% in investimenti liquidi, senza più neppure un’azione, il 69,5% in obbligazioni e il 7,5% in titoli di Stato, con il 5% fisso in absolute return e il 18% in immobili.

Una strategia che dovrebbe far fronte alle necessità di cassa, calcolate in almeno 130 milioni l’anno, utilizzando parte dei soldi delle vendite e le cedole e i rendimenti a scadenza delle obbligazioni. Con un obiettivo di guadagno costante, cioè privo di rischio, del 2% medio annuo fino al 2020 (3% tra il 2021 e il 2025, 4% successivamente), rispetto all’attuale 2,75% netto atteso ma con una rischiosità decisamente elevata (6,5%) che potrebbe portare a perdite anche consistenti nel breve periodo. In particolare, gli immobili – osannati per i guadagni che avrebbero portato all’Inpgi in questi ultimi anni grazie alle rivalutazioni (sulla carta) – rendono in verità appena lo 0,5%. Insostenibile, in tempi di rubinetti secchi.

In ogni caso, si tratta di percentuali molto lontane da quel 4,6% netto annuo costante posto alla base delle elaborazioni attuariali del professor Micocci. E questo significa una sola cosa: che il patrimonio dell’Inpgi si ridurrebbe con un ritmo molto accelerato rispetto a quanto previsto dagli scenari già inquietanti del bilancio tecnico. Nel 2018, fra appena tre anni, sarebbe a quota 1,9 miliardi, 300 milioni in meno del livello attuale. Dopo un altro biennio scenderebbe a 1,8 miliardi, per precipitare a 960 milioni nel 2030 (nei calcoli di Micocci era posto a quasi il doppio, a circa 1,8 miliardi).

Questo sempre a patto che i valori di mercato attribuiti agli immobili nel passaggio al Fondo “Giovanni Amendola” vengano confermati in fase di vendita. Altrimenti, il patrimonio diminuirebbe ancora di più. Ed è questo lo scenario più probabile che l’Inpgi si potrebbe trovare ad affrontare, con il combinato disposto della riforma e della nuova strategia di investimento. Perché nessuno ipotizza una ripresa esplosiva delle compravendite di immobili, nel prossimo quinquennio cruciale, né tantomeno un aumento vertiginoso dei prezzi. Mentre l’Istituto, costretto a dismettere quantità enormi del patrimonio immobiliare con la pistola alla tempia del bisogno di soldi liquidi, dovrebbe alla fine accettare anche cessioni in perdita.

Senza considerare un ultimo particolare. Con i conferimenti già previsti, che si concluderanno secondo i piani prima delle elezioni di febbraio, il Fondo “Giovanni Amendola” avrà in pancia praticamente l’intero patrimonio immobiliare dell’Inpgi. E il regolamento del Fondo non permette vendite di asset nei primi dieci anni, quindi fino al 2024. L’unica soluzione rimarrebbe cedere le quote dello stesso Fondo ad altri investitori professionali, fino a oltre il 50%. Con il duplice, deplorevole risultato di dover accettare probabili offerte al ribasso e anche di correre il rischio di perdere il controllo diretto su tutti gli immobili dell’Istituto.

La domanda, a questo punto, è una sola: i ministeri vigilanti e il Governo permetteranno al cda dell’Inpgi di compiere questa ennesima, pericolosa forzatura?

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