I prepensionamenti hanno salvato centinaia di colleghi dalla disoccupazione. Con un impatto minore sull’Inpgi

IMG_0033Pubblichiamo la lettera inviata ieri da Daniela Stigliano a Franco Abruzzo per intervenire nel dibattito sugli stati di crisi aperto da Carlo Chianura (portavoce di Puntoeacapo) a cui ha risposto Guido Besana (Nuova Informazione).

di Daniela StiglianoGiunta Esecutiva Fnsi

Carissimo Franco,

ti chiedo ospitalità per qualche considerazione sul botta e risposta tra i due consiglieri generali dell’Inpgi, Carlo Chianura e Guido Besana, il primo anche membro del Consiglio di amministrazione dell’Istituto, il secondo presidente (da più mandati) della commissione Vigilanza e vicefiduciario lombardo dell’Ente, membro di Giunta e viceresponsabile del Dipartimento sindacale della Fnsi.

Io ti scrivo prima di tutto come sindacalista che ha seguito decine di vertenze e firmato – mai a cuor leggero, anzi – molti stati di crisi. Ti scrivo però anche come giornalista che ha subìto personalmente riorganizzazioni e ristrutturazioni aziendali. E come persona, che ha visto lasciare le redazioni a molti amici capaci di dare ancora molto alla professione e che in qualche caso ha raccolto insulti da parte di chi più soffriva questo comunque doloroso allontanamento.

Quello che Chianura e Besana non dicono, perdendosi tra sterili polemiche e diatribe su commi e articoli di contratto e di legge, è una verità che tutti conoscono e in troppi negano: gli stati di crisi, e in particolare i prepensionamenti, hanno salvato in questi anni centinaia, migliaia di posti di lavoro. Quando si dice e si scrive che il numero degli occupati è diminuito di 3 mila e oltre unità, non si ricorda mai che la gran parte dei giornalisti è uscita con la protezione di una pensione (senza decurtazioni) e, in molti casi, anche con generosi incentivi.

Senza prepensionamenti, le uscite ci sarebbero state comunque. Ma avrebbero perso il posto di lavoro colleghi più giovani, gettati in un mercato difficile, con scarsissime prospettive di ritrovare un’occupazione stabile, senza alcuna protezione oltre i due anni di disoccupazione. Qualcuno, troppi, ha vissuto e sta vivendo comunque questa condizione, perché quando una testata o un’azienda chiudono, spesso non c’è alternativa a perdere retribuzione e certezze.

Di questo stiamo parlando, non di commi e codicilli. Parliamo di persone, di famiglie, di donne e uomini con figli da far crescere, mutui sulle spalle, bollette da pagare.

Ho spesso discusso, di questi temi, pure nella commissione Finanza, bilancio, programmazione e investimenti dell’Inpgi, di cui faccio parte da esterna. Sostenendo anche la tesi che, senza prepensionamenti pagati dal 2009 dallo Stato e in parte dalle aziende, le cose non sarebbero andate meglio, per le casse dell’Istituto. Anzi. Perché l’occupazione sarebbe comunque diminuita, si sarebbero dovuti pagare gli ammortizzatori sociali e la disoccupazione a colleghi che avrebbero smesso di versare contributi e non avrebbero ripreso mai più. Tutto a carico del solo Inpgi. Dopo qualche anno, al massimo sette, al raggiungimento dell’età “naturale” per la pensione, i giornalisti non-prepensionati sarebbero andati in pensione comunque, aumentando il calo degli occupati. Nel frattempo, conoscendo gli editori, i nuovi ingressi sarebbero stati pochissimi, e con retribuzioni e contributi ben più bassi di tutti i colleghi andati via.

Quello che si sarebbe dovuto fare, era mettere in campo strategie di protezione dei conti della Cassa di previdenza, senza mai rinunciare alla solidarietà della categoria. Ma i vertici, il cda e il Consiglio generale dell’Inpgi hanno sottovalutato tutti i segnali noti da molti anni, hanno messo la testa sotto la sabbia e ideato operazioni immobiliari per salvare (solo sulla carta) i bilanci, invece di affrontare da subito il problema. E oggi paghiamo tutti noi le conseguenze di questi ritardi.

Questo è quello che Chianura e Besana non dicono.

Per quanto riguarda infine la discussione più specifica – se il decreto Sacconi abbia effettivamente liberalizzato o no gli stati di crisi (che alle orecchie dei colleghi suona un po’ come litigare su chi sia nato prima tra l’uovo e la gallina) – la risposta la affido alle parole di un collega esperto e stimato, che ha la rara dote della coerenza e pure di riconoscere i suoi errori: Pier Luigi Roesler Franz.

Scrive Franz: “La legge n. 416 del 1981 – lo dico da 10 anni – è una piovra che incombe sul futuro del nostro Istituto di previdenza”. E poi aggiunge: “È una normativa che consente alle aziende editoriali – anche quotate in Borsa – con bilanci in utile di dichiararsi in ristrutturazione o in fase di riorganizzazione, prepensionando e scaricando in mare un po’ di giornalisti anziani, con scivoli, scivoloni e p che poi paga l’Inpgi, cioè tutti noi”.

Il pezzo è apparso sul numero 1 del 2005 di Tabloid, il periodico dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. E si riferiva al contestato accordo Riffeser, firmato dal Cdr e avallato dalla Lombarda, a cui la Fnsi aveva provato inutilmente a opporsi, proprio contestando la mancanza di bilanci in rosso. In base alla 416, l’allora ministro del Lavoro Roberto Maroni firmò il decreto. Una vicenda avvenuta cinque anni prima del decreto Sacconi.

In conclusione, le regole della legge 416 sulla concessione degli stati di crisi per l’editoria non hanno mai previsto che i bilanci delle aziende fossero in rosso. Mai. Nel 2009, semmai, si è almeno introdotto il concetto di crisi “prospettica”, che prima non esisteva. La scommessa, oggi, è di riuscire a migliorare ancora le regole.

Un caro saluto,

Daniela Stigliano
Giunta Esecutiva Fnsi

L’intervento di Daniela Stigliano, con il botta e risposta tra Carlo Chianura e Guido Besana, è disponibile sul sito francoabruzzo.it a questo link.

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