Lotti cambierà i requisiti per i prepensionamenti. Ma che cosa potrebbe accadere agli stati di crisi in corso?

di Daniela StiglianoGiunta Esecutiva Fnsi

Il sottosegretario Luca Lotti
Il sottosegretario Luca Lotti

Nuovi requisiti di età e di contribuzione all’Inpgi per i giornalisti prepensionati. Li stabilirà il Governo secondo la proposta di legge sull’editoria in discussione al Parlamento, presentata dal Pd il 22 settembre scorso. La soddisfazione di chi – nella categoria – pensa più ai conti a breve termine dell’Inpgi che ai colleghi e al loro futuro è palpabile, anche se non espressa esplicitamente nelle dichiarazioni ufficiali. Forse nella speranza che lo stop tanto annunciato ai prepensionamenti arrivi per via legislativa.

In pochi, invece, sembrano interrogarsi sul destino dei molti stati di crisi in corso nelle testate e nelle aziende che, in attesa dei finanziamenti per l’uscita dei colleghi prepensionabili, hanno attivato ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione o i contratti di solidarietà. E che, in assenza di quelle uscite, potrebbero ritrovarsi con il ricorso a soluzioni ben più traumatiche: il licenziamento di chi non avrà alcun paracadute.

Ma come potrebbero cambiare i requisiti per il prepensionamento dei giornalisti? E che impatto potrebbero subire le molte richieste in lista di attesa al ministero del Lavoro?

La proposta di legge del Pd, che delega all’esecutivo di Matteo Renzi, e quindi di fatto al sottosegretario all’editoria Luca Lotti, il compito di disegnare nuove regole per l’editoria attraverso l’emanazione di decreti, all’articolo 3, comma 4, recita tra l’altro così: “Al fine di rendere l’accesso ai prepensionamenti per i giornalisti più uniforme alla normativa generale in materia, il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dall’entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti aventi ad oggetto la ridefinizione della disciplina di requisiti e criteri per il ricorso al trattamento di anzianità anticipata di cui all’art. 37, comma 1, lettera b), della legge 5 agosto 1981, n. 416 e successive modificazioni”.

I decreti, che saranno proposti dal Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali e il Ministro dell’economia e delle finanze, su questo tema dovranno seguire alcuni “principi e criteri direttivi“, ovvero la “ridefinizione dei requisiti di anzianità anagrafica e contributiva per l’accesso ai trattamenti di vecchiaia anticipata previsti dall’art. 37, comma 1, lettera b), della legge 5 agosto 1981, n. 416 e successive modificazioni e delle procedure per il riconoscimento dello stato di crisi delle imprese editrici ai fini dell’accesso ai prepensionamenti“.

Il secondo obiettivo dovrebbe portare al superamento delle regole che oggi non prevedono, per le aziende editoriali, i bilanci in rosso per accedere alla cigs, ma una crisi anche solo “prospettica” (fino al 2009 non era prevista neppure questa). Condizioni che invece sono pretese per le imprese degli altri settori. Sicuramente una buona notizia, insomma. Perché eliminerebbe la possibilità per gli editori di utilizzare i soldi dell’Inpgi per riorganizzazioni non indotte da difficoltà economiche conclamate, ma magari solo da riduzioni dei guadagni e obiettivi di tagli del costo del lavoro. E, soprattutto, consentirebbe finalmente al Sindacato di indagare sui conti delle aziende e di opporsi con norme legislative certe alle richieste di ammortizzatori sociali di dubbia motivazione.

Più complessa è la questione dei prepensionamenti. I requisiti attuali previsti dalla legge 416 fissano, com’è noto, per i giornalisti il minimo anagrafico a 58 anni e quello contributivo a 18. E l’idea è di cambiare entrambi. In apparenza, la proposta di legge sembra in effetti fornire un’indicazione chiara: uniformare le regole alla normativa generale.

Questo però è il punto. Perché la normativa generale sulle pensioni anticipate dell’Inps, che hanno preso il posto delle pensioni di anzianità con la riforma Fornero, è in piena discussione, e le proposte su come rivederla sono varie e non definitive. La pensione anticipata Inps con le norme attuali scatta (dal gennaio 2016) con 42 anni e 10 mesi di contribuzione per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, senza penalizzazioni dai 62 anni di età (la decurtazione è stata sospesa anche sotto i 62 anni per le pensioni richieste fino a fine 2017). Chi ha il solo sistema contributivo, che all’Inpgi non è previsto, può lasciare il lavoro a 63 anni con 20 di contributi effettivi.

Le ipotesi di riforma spaziano tra quota 100 (in declino), esodo volontario, prestito pensionistico, accordo lavoratore-azienda e il contributivo per tutti molto caro al presidente dell’Inps, Tito Boeri: l’unico elemento comune è forse il numero 62 per l’età dei prepensionati in regime retributivo o misto. Che corrisponde a uno “sconto” di poco più di quattro anni rispetto all’età per la pensione di vecchiaia (soggetta all’adeguamento periodico dell’aspettativa di vita). E questo criterio potrebbe essere applicato all’uscita anticipata dei giornalisti anche nel caso di stati di crisi regolati dalla 416 rivista da Lotti.

Oggi la pensione di vecchiaia Inpgi scatta a a 65 anni, applicando lo stesso “sconto” dell’Inps si potrebbe andare ai 61 anni e forse anche ai 60. Con l’ipotesi di riforma disegnata dal presidente Andrea Camporese e dal suo Cda, ancora al vaglio dei ministeri vigilanti del Lavoro e dell’Economia, si salirebbe a 66 anni per la vecchiaia, quindi il prepensionamento potrebbe essere fissato a 62 o 61 anni. A conti fatti, parliamo dai due ai quattro anni in più rispetto agli attuali 58.

Meno semplice è fare ipotesi sulla anzianità contributiva che potrebbe essere fissata dai decreti governativi rispetto agli attuali 18 anni. Non basta infatti far riferimento a quel che accade per altre categorie di lavoratori, perché l’accesso alla professione giornalistica avviene in genere a un’età piuttosto elevata e i contributi accumulati spesso non sono moltissimi. I dati ufficiali lo dimostrano: a fine 2014, l’anzianità contributiva media degli iscritti attivi all’Inpgi era di 10,92 anni ma con un’età sempre media di 46,18.

La scelta di Lotti potrebbe dunque essere puntare al livello dei 20 anni di contribuzione, il minimo per accedere alla pensione di vecchiaia, a cui aggiungere l’eventuale scivolo, oggi previsto in cinque anni. Ma il sottosegretario potrebbe anche pensare a un’anzianità più elevata, per esempio i 25 anni, come nell’ipotesi-obiettivo che circolava negli ultimi anni nella Fnsi. Mentre meno probabile appare una soluzione a quota ancora più elevata.

Qualunque sia la combinazione finale prescelta, resta un quesito cruciale: a partire da quando entreranno in vigore i nuovi requisiti per il prepensionamento dei giornalisti? Subito e con effetto immediato sulla lunga lista di attesa dei prepensionamenti, immagina (e spera) qualcuno. Ma con ogni probabilità le cose non andranno così.

Anche se in attesa dei finanziamenti, infatti, tutte le richieste di prepensionamenti sono incardinate all’interno di stati di crisi riconosciuti e autorizzati dal ministero del Lavoro: come potrebbero le nuove norme valere retroattivamente? Perdipiù creando una palese disparità di trattamento tra provvedimenti garantiti da uguali fondi statali.

I nuovi requisiti dovrebbero quindi essere applicati solo dopo il 2019, ultimo anno per il quale il Governo ha garantito la dotazione annua di 20 milioni. E comunque non per i 363 prepensionamenti già iscritti nella lista del ministero del Lavoro. Mentre voci intorno alla Presidenza del Consiglio sostengono che il sottosegretario Luca Lotti avrebbe già assicurato agli editori che ci sarà copertura finanziaria per tutti i piani e le uscite anticipate in attesa.

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