Riforma Inpgi: sì, no, nì. Quale sarà il giudizio dei ministeri? Ecco gli scenari che si aprono. E i rischi che si corrono

IMG_1208Ma la riforma delle pensioni dell’Inpgi è già entrata in vigore? La domanda può apparire retorica, ingenua o fors’anche provocatoria. È però la prima cosa che viene da chiedersi ad ascoltare i discorsi dei colleghi. Siamo infatti tutti impegnati a fare i conti con norme future (disponibili a questo link) date per acquisite e in verità ancora incerte, perché varate dal Cda dell’Istituto il 27 luglio scorso ma non approvate dai ministeri del Lavoro e dell’Economia. Mentre nessuno sembra più pensare a quello che prevedono le regole attuali, ancora pienamente in vigore (si possono consultare qui) Né tantomeno ai rischi di un giudizio non nettamente positivo da parte dei dicasteri vigilanti.

L’avvertimento è stato lanciato dallo stesso presidente dell’Inpgi, Andrea Camporese, presentando a giugno la sua riforma: i ministeri – ha spiegato – possono approvare la manovra così com’è, o rigettarla in toto, oppure dire sì ma imponendo una serie di correzioni, ritenendola di fatto non sufficiente a mettere i conti dell’Inpgi al sicuro. E che la riforma sia del tutto inutile a garantire la sostenibilità, perché studiata troppo tardi da chi ha in questi anni messo in ginocchio il nostro Istituto, è dimostrato dai calcoli ufficiali del bilancio tecnico del professor Marco Micocci (non reso pubblico dall’Istituto, ma rivelato su questo blog a questo link).

Che cosa accade, o potrebbe accadere, in ognuno di questi tre scenari? E come questo può condizionare le decisioni personali?

I MINISTERI DANNO L’OK

I ministeri approvano l’intera riforma varata dal Cda, deroghe e clausole di salvaguardia comprese. Le nuove regole entrano a quel punto in vigore dal giorno della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Fino a quel momento, però, tutte le norme attuali sono pienamente operative. Nessuna legge può del resto – com’è noto – avere efficacia retroattiva.

Questo significa, per fare un esempio, che chi perde oggi il lavoro avrà il trattamento di disoccupazione pre-riforma, senza il pesante taglio disegnato dal Cda. E alle regole dell’attuale regolamento dell’Inpgi bisogna rifarsi per ogni eventuale caso di reversibilità, pensione ai superstiti, ricoveri in casa di riposo, e qualsiasi altra disposizione.

La stessa cosa vale ovviamente anche per tutti i giornalisti che hanno già raggiunto i requisiti per la pensione di vecchiaia e di anzianità, o li stanno raggiungendo in queste settimane: i 65 anni di età, i 40 di contribuzione con qualsiasi età, i 35 di contribuzione con almeno 57 anni anagrafici, e per le donne60 anni di età con almeno 20 di contribuzione (in questo caso, la regola varrà fino a fine 2015 anche se l’approvazione ministeriale dovesse arrivare in data precedente).

I colleghi che rispondono a questi requisiti hanno quindi ancora il diritto di presentare domanda di pensionamento agli uffici dell’Inpgi oppure scaricando il modulo accedendo al sito dell’Istituto qui e inviandolo con la documentazione richiesta al Servizio prestazioni (Ufficio pensioni) con raccomandata con ricevuta di ritorno (via Nizza 35, 00198 Roma) e/o con posta certificata all’indirizzo mail prestazioni@inpgi.legalmail.it.

I MINISTERI BOCCIANO LA RIFORMA

È una delle possibilità prospettata anche dal presidente Camporese. Anche se tutti la danno al momento come la meno probabile delle tre. La conseguenza sarebbe, salvo decisioni ministeriali estreme che nessuno vuole neppure ipotizzare, che l’Inpgi dovrebbe ricominciare daccapo e studiare una riforma capace di mettere in sicurezza i conti e ottenere il via libera dei ministeri.

Ma potrebbe un Cda in scadenza, a pochi mesi da elezioni già fissate per la fine di febbraio 2016, mettere a punto nuove modifiche regolamentari? Difficile e inopportuno. La “patata bollente” passerebbe quindi alla dirigenza che uscirà dalle urne tra cinque mesi. Mentre il deficit dell’Inpgi continuerebbe a correre verso il default, previsto al massimo entro il 2030 dalle proiezioni del professor Micocci.

I MINISTERI ESPRIMONO UN SÌ CONDIZIONATO

Ok alla riforma, ma con correzioni imposte dai ministeri, che il Cda della Cassa previdenziale dovrebbe velocemente recepire e tradurre in norme regolamentari. Di fatto, un nì. In questo caso, che qualcuno dà come probabile, fare previsioni sulle modifiche che potrebbero essere richieste da Lavoro ed Economia è difficile. Si possono fare solo ipotesi. Certo, però, più d’un giornalista sarebbe costretto a rifare i conti rispetto al proprio futuro. Proprio per questo, vale la pena valutare bene la propria situazione a oggi, e i rischi che si potrebbero correre.

Uno dei punti più controversi è sicuramente il contributo sulle pensioni in essere e dei prossimi cinque anni, su cui ha espresso dubbi nella riunione del Cda del 27 luglio la stessa rappresentante del ministero del Lavoro, Fiorella Kostoris (che si è poi astenuta sulla manovra). E contro il quale concorrono sentenze della Corte Costituzionale. Potrebbe dunque essere cancellata dalla riforma, con la conseguenza di dover recuperare in altro modo il risparmio di uscita previsto.

Ma come? E, anche confermando il contributo sulle pensioni correnti, che cosa potrebbero chiedere di modificare i ministeri vigilanti per contenere ulteriormente le spese? Provare a fare delle ipotesi può servire a qualcuno per riflettere anche sulle scelte personali.

Con le regole varate dal Cda dell’Inpgi, la reversibilità sarebbe già di fatto equiparata a quella prevista dall’Inps e pure la disoccupazione si avvicinerebbe molto al sussidio generale: difficile pensare a un ritocco peggiorativo. In ogni caso, poco o nulla si potrebbe fare in anticipo.

L’aliquota di rivalutazione resterebbe invece più elevata rispetto a quella dell’Inps, fissata al 2% contro il 2,3% previsto dalla riforma (oggi è al 2,6%), ma questo significa che ci sarebbe possibilità di intervento all’ingiù da parte dei ministeri. Anche nell’eventualità di una ulteriore riduzione, niente si potrebbe decidere di cambiare, nelle proprie scelte.

Impatto più determinante sui destini a breve di tanti colleghi avrebbe invece una ipotetica cancellazione delle deroghe temporanee e delle clausole di salvaguardia, molte delle quali introdotte in extremis, e sulla flessibilità in uscita. Quelle norme su cui molti si stanno, appunto, concentrando per capire quando potranno accedere alla pensione. E in base alle quali alcuni stanno, o non stanno, prendendo decisioni importanti.

Facciamo qualche esempio.

1) Un giornalista al lavoro che ha 57 anni di età e 37 di contributi: potrebbe andare in pensione di anzianità subito con le regole attuali, con un abbattimento dell’assegno di circa il 13%. Leggendo la riforma varata dall’Inpgi, il collega avrebbe però ben più convenienza ad aspettare tre anni, utilizzando la norma che permette di andare in pensione di anzianità piena con 40 anni di contributi e qualsiasi età fino a fine 2021.

Se i ministeri eliminassero questa deroga, che all’Inps non esiste più già da un po’, il giornalista dovrebbe aspettare altri 24 mesi per la “finestra” dei 62 anni sempre per la pensione di anzianità piena. Ma se anche questa possibilità in uscita dovesse essere modificata, oppure fosse confermata ma introducendo abbattimenti percentuali (come il governo sta ipotizzando per le pensioni Inps), per ottenere un assegno pieno dovrebbe resistere in tutto nove anni, fino ai 66 anni dell’età della pensione di vecchiaia.

2) Giornalista (uomo o donna) in cassa integrazione da prima del 27 luglio (per chiusura di testata o fallimento dell’azienda) con 35 anni di contribuzione e meno di 60 anni di età: potrebbe dimettersi per andare in pensione di anzianità subito con gli abbattimenti relativi alla sua situazione, prendendo i quattro mesi di indennità previsti dalle norme sulla cigs.

Con le clausole di salvaguardia contenute nella riforma, il o la collega avrebbe maggiore convenienza però a rimanere in cassa integrazione fino alla fine, aumentare la sua contribuzione con i mesi figurativi, ridurre il taglio dell’assegno e aggiungere ai quattro mesi di indennità gli altri otto di mancato preavviso che scattano se a interrompere il lavoro al termine della cigs è il datore di lavoro. Ma se la clausola di salvaguardia dovesse saltare, potrebbe ritrovarsi senza lavoro e senza pensione per alcuni anni (fino ai 66 di età).

3) Una giornalista al lavoro che ha 61 anni di età compiuti entro giugno 2015 e poco più di 20 di contributi: potrebbe andare in pensione subito con un abbattimento poco superiore al 2%. Potrebbe però aver deciso di restare ancora poco meno di un paio di anni in attività, per aumentare la contribuzione ed eliminare il taglio dell’assegno futuro.

Scelta corretta, sulla base della norma della riforma che prevede un innalzamento progressivo dell’età pensionabile delle donne di un anno ogni 18 mesi dai 62 anni del 2016 ai 66 del 2020: fino al luglio 2017, infatti, la collega potrebbe ritirarsi con i 63 anni di età. Ma se la progressione salta per decisione ministeriale, oppure diventa più rapida (per esempio, un anno ogni 12 mesi, come inizialmente previsto dallo stesso Inpgi), dovrà restare al lavoro tre anni in più del previsto, quasi cinque da oggi.

Questo, ovviamente, sempre che i 66 anni di età per la pensione di vecchiaia vengano confermati e non si vada verso altri interventi. Tutte questioni su cui riflettere attentamente, per chi ha possibilità di scelta.

SENZA SCELTA

Ci sono però due grandi categorie di giornalisti che subiranno qualsiasi decisione senza poter mutare nemmeno una virgola dei propri destini: i giovani che hanno iniziato a lavorare da pochi anni (e gli altri che arriveranno) e la generazione “di mezzo”, chi ha tra i 40-45 anni e i 55 o poco più.

La prima categoria, i più giovani, pagheranno comunque moltissimo in termini di minori prestazioni complessive e di pensioni ridotte rispetto a tutti gli altri colleghi.

I giornalisti “di mezzo”, che con i loro contributi anche consistenti stanno pagando gli assegni di chi è già in pensione (come questi avevano fatto in passato per i loro colleghi più anziani), hanno davanti sicuramente molti più anni di lavoro del previsto (per chi ha la fortuna di avere un lavoro), l’incertezza di poter usufruire di paracadute sociali per chi è a rischio di disoccupazione e la prospettiva di ottenere comunque alla fine una pensione più magra.

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