Inpgi, i calcoli dell’attuario: default nel 2030 senza interventi, ma la riforma è solo il preludio a future manovre

di Daniela StiglianoGiunta Esecutiva Fnsi

Marco Micocci, professore di Statistica e attuario dell'Inpgi
Marco Micocci, attuario dell’Inpgi
Dritti verso il default. A restare fermi, senza fare nulla ma anzi rassicurando i giornalisti italiani sulla “salute” dei conti e delle pensioni come hanno fatto negli ultimi anni, i vertici dell’Inpgi avrebbero portato il patrimonio dell’Istituto ad annullarsi entro il 2030, molto probabilmente anche prima, e a dichiarare fallimento.

La riforma appena approvata dal Cda, e ora al vaglio dei ministeri vigilanti (del Lavoro e dell’Economia), migliora la situazione. Ma non è per nulla risolutiva. E costituisce solo il preludio a nuovi interventi da qui al 2020. Le uscite previdenziali continuano infatti a superare le entrate per contributi fino al 2044, le prestazioni e i costi di struttura vengono quindi pagate erodendo il patrimonio e facendo conto sul rendimento degli investimenti immobiliari e mobiliari, anche se le casse dell’Inpgi si assottigliano senza annullarsi mai completamente. Questo però a fronte di tali e tante condizioni da non far dormire sonni tranquilli a nessuno.

A mettere sull’avviso per il futuro dell’Istituto è Marco Micocci, ovvero il professore con cattedra di Matematica finanziaria e attuariale all’università di Cagliari, a cui è stato affidato il compito di sostenere con proiezioni attuariali a 50 anni la validità della manovra varata il 27 luglio.

Nel suo documento di 57 pagine, che l’Inpgi non ha reso pubblico, il professore premette e ricorda più volte che l’analisi viene condotta su dati di bilancio (o forniti direttamente dagli Uffici dell’Inpgi) e sulla base di indicatori economici e di crescita dell’occupazione fissati per i prossimi decenni dal ministero del Lavoro per il sistema Paese, quindi per tutti i settori produttivi, non mirati al sistema giornalistico-editoriale. E se questi indicatori non saranno soddisfatti, scrive Micocci nelle sue conclusioni, “la sostenibilità dell’Istituto ne sarebbe necessariamente compromessa“.

DOVE SIAMO OGGI

Con le regole attuali, pur applicando le previsioni ministeriali di sviluppo economico-finanziario, di crescita dell’occupazione e di rendimento del patrimonio, la fine dell’Inpgi è inesorabilmente dietro l’angolo. Come qualcuno (pochi) ha provato a sostenere anche in tempi non sospetti. I calcoli dell’attuario adesso non lasciano più spazio a equivoci o dubbi.

imageNel 2014, base di partenza per tutte le elaborazioni, lo squilibrio tra entrate e uscite è evidente (e lo era peraltro già da almeno tre anni), e questa forbice tra quello che viene versato nelle casse per contributi e quello che esce per prestazioni tende ad allargarsi sempre più. La differenza non può che essere coperta dal patrimonio (insieme con il suo rendimento), posto in partenza a 2,23 miliardi di euro (a valori di mercato), che si riduce progressivamente anno dopo anno, per arrivare a 326 milioni a fine 2029 e quindi esaurirsi totalmente nel 2030, quando l’Inpgi non sarà più in grado di pagare le pensioni.

imageAssolutamente speculare è l’andamento del cosiddetto “Indice di garanzia“, che corrisponde al rapporto tra il patrimonio e cinque annualità di pensioni correnti: uno di quegli indicatori su cui si sofferma ogni anno la Corte dei Conti, nella sua relazione sul bilancio dell’Istituto, perché costituisce un obbligo della legge di privatizzazione degli enti previdenziali del 1994. Se l’Indice è superiore a 1 significa che il requisito di accantonamento delle cinque annualità è soddisfatto, se è inferiore (ha quindi un valore decimale) no. Ebbene, nel 2014 l’Indice è a quota 0,85, quindi sotto la parità, dopo 15 anni arriva a 0,07 e nel 2030 è nullo.

La fotografia mostrata dalle tabelle è drammatica. La causa prima dello sprofondo è la crisi, certo. Con quei 3 mila posti di lavoro persi in cinque anni. Ma un quinquennio è lungo. Ed è difficile pensare che tutto sia stato scoperto negli ultimi mesi.

Tanto che qualcuno inizia ad ammettere che il cantiere per la riforma in via Nizza era aperto da un anno. In gran segreto e mentre i vertici ostentavano garanzie di solidità assoluta per l’Istituto e per le nostre pensioni. Preferendo affidarsi a tre successivi accordi contrattuali tra Fnsi e Fieg (l’ultimo a giugno 2014, dopo quelli di marzo 2009 e luglio 2011) a misura di aumento dei contributi (per pensioni e ammortizzatori sociali) e a crescenti contributi statali, invece di rimboccarsi le maniche e studiare per tempo una via di uscita efficace sul lungo periodo.

LA RIFORMA VARATA DAL CDA

imageL’insieme di misure elaborate e decise solo ora dal Cda dell’Inpgi modifica ovviamente lo scenario delle simulazioni. Lo squilibrio tra entrate e uscite però permane molto molto a lungo, seppur con un andamento più rallentato: fino al 2044 il gettito contributivo non è in grado infatti di coprire le prestazioni, mentre il bilancio dell’Ivs (entrate contributive e uscite per prestazioni) è negativo ancora più a lungo, fino al 2047.

imagePer pagare pensioni e altro, per 30 anni tutto si regge sul patrimonio e sul rendimento che è capace di generare. Tanto che la cassa dell’Istituto si riduce dai 2,23 miliardi iniziali fino a raggiungere il punto minimo di 169 milioni nel 2045. Solo dall’anno successivo, il patrimonio riprende a risalire.

Destino analogo per l’Indice di garanzia, che dallo 0,85 di fine 2014 continua ad assottigliarsi fino allo 0,03 degli anni 2044-45, per poi risalire fino a superare quota 1 nel 2060. Quando l’intera generazione che oggi ha dai 40 anni in su sarà andata in pensione da almeno 15-20 anni e al lavoro resteranno solo giornalisti soggetti alle nuove regole di calcolo previdenziale.

IPOTESI MINISTERIALI (PER TUTTI)

Questi sono i risultati delle elaborazioni dell’attuario. Che certificano la situazione di squilibrio strutturale dei conti dell’Inpgi con la normativa attuale, e mostrano una sostenibilità a lungo termine precaria e sul filo di lana con le riforme approvate dal Cda il 27 luglio. E questo pur applicando indicatori di crescita decisamente “generosi“, per non dire irrealistici.

imageL’ultima comunicazione, arrivata dal ministero del Lavoro a luglio, è valida per i 40 anni dal 2020 al 2060. La prima ipotesi è di un’inflazione fissa al 2% (mentre nella realtà viaggia tra lo 0,1% e lo 0,2%), che si associa a un tasso di interesse per il debito pubblico del 3% costante (oggi invece a livelli inferiori all’1,5%). Tradotto ai fini Inpgi, significa che il rendimento del patrimonio dell’Ente applicato dall’attuario non potrà superare il 5% annuo. E infatti il professor Micocci ipotizza un guadagno di circa il 4,6% ogni 12 mesi, al netto di tutti i costi di gestione.

GUADAGNI REALI E GUADAGNI DI CARTA

Una misura decisamente molto ottimistica. Non solo guardando i dati reali correnti di inflazione e tasso di interesse per il debito pubblico, che porrebbero il limite del rendimento ben sotto il 2%. Ma anche per le condizioni oggettive del mercato attuale e in prospettiva. In particolare per quel che riguarda il patrimonio immobiliare.

Negli ultimi otto anni, dal 2008 al 2014, la media di rendimento degli investimenti complessivi dichiarata dall’Inpgi è stata in effetti del 4,4%, vicina dunque al 4,6% ora ipotizzato. Ma la percentuale è frutto a sua volta della media tra il 6,5% annuo della parte mobiliare e il 2,4% dell’immobiliare. La componente finanziaria più liquida del patrimonio, quella che ha reso di più, è però stata già saccheggiata in questi anni per far fronte alle esigenze di liquidità, e si è quasi dimezzata. Mentre il peso del mattone è cresciuto, anche per effetto delle rivalutazioni decise a tavolino prima del conferimento degli immobili al Fondo Amendola.

Nel futuro, insomma, anche sperando di ripetere le performance degli ultimi anni, inevitabilmente la percentuale penderà verso il 2,4% e non sarà compensata dai guadagni degli investimenti finanziari.

I dubbi riguardano inoltre la cifra di partenza utilizzata dall’attuario, in base alle comunicazioni fornite dall’Inpgi: 2,23 miliardi di euro. Il patrimonio viene infatti preso a valori di mercato e non a quelli indicati nel bilancio (1,93 miliardi). Che cosa significa tutto questo?

Per gli investimenti in fondi e in altri strumenti finanziari significa che sono calcolati ai prezzi a fine 2014, mentre si sa bene che i valori vengono stabiliti ogni giorno in base all’andamento delle Borse: quale sarebbe in questi giorni, per esempio, con la tempesta finanziaria che la crisi cinese ha scatenato sui listini mondiali? Per quanto riguarda gli immobili, invece, il valore è quello basato sulle rivalutazioni con cui i palazzi dell’Inpgi sono stati inseriti nel Fondo Amendola, equivalgono insomma a calcoli tutti sulla carta.

I guadagni ipotizzati, già molto elevati, sono dunque anche basati in gran parte su numeri teorici. Pensare che siano moneta sonante, capace di far fronte al pagamento di pensioni e altre spese, è quantomeno un azzardo. Anche perché, nel momento in cui l’Istituto avrà bisogno nei prossimi anni, come previsto dalle proiezioni dell’attuario, di fare cassa e di cedere pure gli immobili per pagare pensioni o altre spese, se il mercato fosse in una fase di calo dei prezzi questi guadagni potrebbero essere nettamente inferiori se non trasformarsi in perdite.

A CACCIA DI 2.900 POSTI DI LAVORO IN 5 ANNI

Le altre tre misure in tabella sono invece variabili nel tempo, con valori differenti per ogni singolo quinquennio. Per quanto riguarda l’occupazione, in particolare, si parte da una crescita dell‘1,03% per i cinque anni dal 2020 al 2025. Nei tre quinquenni successivi si prevede sempre un aumento, ma più contenuto, per arrivare a una diminuzione tra il 2041 e il 2055 e a una stabilità (+0,1%) fino al 2060.

Determinanti per le simulazioni attuariali sono però soprattutto i prossimi cinque anni, compreso il 2015 in corso. Per i quali si utilizzano le precedenti indicazioni del ministero del Lavoro, fornite alle casse previdenziali nel 2011. In questo caso, inflazione e tasso di interesse reale per il debito pubblico sono sempre rispettivamente del 2% e del 3%, mentre l’occupazione è vista in espansione dell’1,1%.

Quando si parla di crescita, è il caso di sottolinearlo, si intende crescita netta, cioè sottraendo alle nuove assunzioni i posti persi e i pensionati in uscita. Facciamo due conti. Con un aumento dell’1,1% l’anno si passerebbe dagli attuali 15.700 giornalisti con contratto di lavoro a circa 16.600 a fine 2019, pari a 900 occupati netti in più. La media dei nuovi pensionati nell’ultimo decennio è stata però di circa 502 l’anno: tra il 2006 e il 2009 era di 401 uscite ogni 12 mesi, mentre negli ultimi cinque anni è salita a 604.

L’ipotesi minima, utilizzando le 401 uscite pre-2010, è insomma di 2 mila nuovi pensionati tra il 2015 e il 2019. Anche ipotizzando che nessun giornalista resti senza lavoro nei prossimi cinque anni, per centrare l’obiettivo dei 16.600 occupati a fine 2019, i nuovi posti di lavoro effettivi dovrebbero essere 2.900 in cinque anni.

Davvero c’è qualcuno che crede sia possibile, sapendo che negli ultimi cinque anni si è perso il 15% dell’occupazione giornalistica? E chi si fa avanti, tra i componenti del Cda (presidente Andrea Camporese e vicepresidente Paolo Serventi Longhi compresi), a mettere la mano sul fuoco di fronte alla categoria che questa previsione sarà rispettata? Perché se nessuno è pronto ad assicurarlo, tutta l’impalcatura su cui si basa la riforma si sgretola immediatamente.

COSTI DI STRUTTURA: ASPETTANDO LA SPENDING REVIEW

C’è infine una intera voce di spesa, quella dei costi di struttura, che nel bilancio attuariale (e nelle tabelle) prende il nome di “Spese di gestione“. Si tratta delle uscite per il personale e gli organi, i beni e servizi, compresi quelli alle Associazioni di stampa e alla Fnsi, e le altre spese. Un costo corrente non rinviabile, che ai fini dell’efficacia della riforma ha una sua rilevanza.

Si tratta per il 2014 di 24,8 milioni di uscite riportati a bilancio, anche se, in base alla “riclassificazione di alcune voci” e al “riaddebito dei costi” all’Inpgi 2 (Gestione separata), vengono posti alla partenza del 2014 a 19,5 milioni: “La loro entità anche prospettica – scrive il professor Micocci – è stata fornita dai preposti uffici di Inpgi“. E per gli anni a venire queste spese “sono state immaginate crescenti al ritmo dello 0,5% annuo“, per arrivare a poco più di 26 milioni nel 2064.

Peccato però che, almeno dal 2008-2009, queste uscite siamo aumentate tra il 2% e il 3% l’anno. A meno di una spending review decisa (in ogni caso necessaria), che al momento non è stata neppure ipotizzata, anche questa previsione potrebbe insomma venire smentita dai numeri reali.

TRE “CRITICITÀ” DA MONITORARE

Le proiezioni attuariali, del resto, dipendono sempre e per definizione strettamente, vale la pena sottolinearlo, dai dati di partenza su cui si basano e dalle ipotesi di evoluzione economica-finanziaria sviluppate. Al cambiare di una di queste variabili, anche il risultato risulta ovviamente differente. Tanto che è lo stesso professor Micocci a sottolineare, nelle conclusioni del suo lavoro, una serie di “criticità” a cui porre attenzione.

imageLa prima è relativa all’Indice di garanzia, che “riprende a crescere solo nel 2044/45 e supera il livello di legge solo nel 2058″. Indice che già oggi violerebbe l’obbligo di avere in cassa le 5 annualità di pensioni correnti se non fosse per un escamotage che si trascina da quasi vent’anni, e che consente alle Casse privatizzate di utilizzare come riferimento per essere in regola le pensioni a fine 1994, pari a circa 149 milioni (contro i 444 milioni del 2014).

Continuando ad utilizzare questo valore moltiplicato per 5 (per un totale di 970 milioni), l’Indice di garanzia scenderebbe sotto la parità nel 2036: che cosa accadrebbe a quel punto in termini di legge?

imageSegue la preoccupazione sul patrimonio, che – come visto – “subisce una erosione che culmina in un punto di minimo nel 2044/45 quando è prossimo a valori molto esigui“. Inutile dire che, se i prezzi di mercato si rilevassero gonfiati e il rendimento annuo fosse inferiore al 4,6%, il minimo (o fors’anche l’azzeramento) si verificherebbe molti anni prima.

Infine, il nodo cruciale – che ricorre molte volte, nel testo e nelle note dell’attuario – resta l’aderenza delle previsioni ministeriali all’industria dell’informazione, visto che “poggiano su un set di ipotesi che potrebbero rivelarsi ex post non corrette per il settore giornalistico e editoriale; qualora dette ipotesi fossero una sottostima delle dinamiche empiriche le conseguenze sarebbero positive; in caso contrario invece sarebbero negative e la sostenibilità dell’Istituto ne sarebbe necessariamente compromessa“.

Il riferimento diretto, insieme con la preoccupazione più forte del professor Micocci, si scopre però in particolare nella nota a piè di pagina: “Si sottolinea ancora, in questo senso, la rilevanza dell’ipotesi ministeriale inerente la dinamica occupazionale“. Come dire che la prima cosa a saltare potrebbe essere proprio la crescita dei posti di lavoro posta a base anche dell’aumento delle entrate contributive. Una crescita che si regge, secondo la relazione dell’attuario, su alcune ipotesi di “eventi” condivise con i vertici dell’Inpgi, che dovrebbero combinarsi e sommarsi tra loro.

PIÙ OCCUPATI, MENO PENSIONATI: OBIETTIVO POSSIBILE?

Gli incentivi alle assunzioni, prima di tutto, sbandierati dai vertici dell’Inpgi e della Fnsi come la leva in grado di sollevare il mondo dell’occupazione giornalistica ora che devono difendere la riforma delle pensioni. Fino a un paio di mesi fa la musica era invece ben diversa. Ed era molto critica e preoccupata rispetto alla prospettiva che gli sgravi – previsti per un triennio dall’accordo siglato a margine del rinnovo del contratto Fnsi-Fieg del giugno dello scorso anno e garantiti dal decreto Lotti per il solo 2014 – potessero confluire nella norma generale che incentiva le assunzioni a tempo indeterminato per tutti i settori produttivi. Come è puntualmente avvenuto, con delibera approvata dal Cda dell’Inpgi lo stesso 27 luglio.

Gli sgravi originali, che funzionavano in misura ridotta anche per i contratti a termine, avrebbero consentito secondo i calcoli fino a un massimo di 1.500 assunzioni nel triennio (il che non significava aumento netto dell’occupazione per 1.500 posti). E il timore dichiarato pubblicamente era che, limitando l’azione ai soli tempi indeterminati, questo numero potesse scendere notevolmente. Ora invece si vuole dare l’impressione che questi sgravi possano portare addirittura a un numero di assunzioni superiore a quanto ipotizzato un anno fa.

Poi c’è il capitolo dei cosiddetti “silenti” da riattivare, cioè quei quasi 11 mila colleghi iscritti all’Inpgi ma senza contratto da almeno un anno (per alcuni molti molti di più), perché hanno cambiato lavoro oppure perché diventati freelance, che potrebbero tornare al lavoro. La “riattivazione” è stata in ogni caso prevista in misura graduale e solo per “una parte minoritaria del contingente”. Si può comunque immaginare che anche i “silenti” che saranno assunti potranno usufruire degli sgravi, e quindi non determineranno numeri aggiuntivi sull’occupazione.

Passando al fronte delle uscite, le proiezioni partono dal presupposto opposto, cioè che saranno in netta diminuzione rispetto al passato, grazie all’eliminazione delle pensioni di anzianità penalizzate (da 57 a 62 anni di età con almeno 35 di contributi) e a prepensionamenti definiti “residuali e contingentati“. Il che è assolutamente vero, per l’attuario che ragiona sul lungo periodo dei 50 anni. Ma sottovaluta l’impatto delle clausole di garanzia nei primi due anni della riforma e in particolare quel che potrebbe accadere in questi ultimi mesi del 2015.

La sensazione – e non solo la sensazione – è che chi può andare in pensione andrà di corsa appena possibile. E pure la partita dei prepensionamenti non si chiuderà prima del 2020. I numeri in uscita, insomma, saranno ancora centinaia perlomeno nei tre anni fino al 2017.

TAGLIO NETTO A CIGS, SOLIDARIETÀ E DISOCCUPAZIONE

Allo stesso modo, la spesa per gli ammortizzatori sociali viene ipotizzata in netto declino già da subito. E questo nonostante il balzo registrato tra il 2009 e il 2014, quando è passata da un peso del 3,1% rispetto alle uscite per pensioni all’8,2% dello scorso anno. Mentre nello stesso periodo le cosiddette “altre uscite“, prestazioni garantite dall’Inpgi oltre a pensioni e l’insieme di cigs, contratti di solidarietà e indennità di disoccupazione, sono variate poco, tra il 2,5% e il 2,3%, scendendo nel 2013 appena sotto il 2%. In totale, la somma di queste due voci rappresentava nel 2009 una spesa del 5,6% rispetto alle uscite per pensioni, quasi raddoppiata al 10,5% cinque anni dopo.

Nelle simulazioni attuariali, invece, l’incidenza si riduce sensibilmente. Se si pongono le “altre uscite” a un valore medio del 2% l’anno, gli ammortizzatori sociali risultano, inspiegabilmente, al 6,3% nel 2015, al 5,6% nel 2016, al 4,8% nel 2017, al 4,1% nel 2018, fino al 3,4% dal 2019 in poi. Poiché nessuno può con onestà affermare che la spesa si sia così tanto ridotta in questi primi otto mesi dell’anno, né che gli ultimi quattro mesi faranno la differenza, e neppure che la crisi nelle aziende editoriali sia finita,  è certo che i numeri per il 2015 e con ogni probabilità per il 2016 saranno ben diversi. Del resto, persino nel bilancio preventivo 2015, pubblicato sul sito dell’Inpgi, la percentuale è fissata all’8%. Mentre per il futuro tutto lascia pensare che l’obiettivo degli attuali vertici dell’Inpgi – condiviso dal nuovo corso della Fnsi – sia di mettere ancora mano pesantemente agli ammortizzatori sociali.

CINQUE ANNI CRUCIALI: LA RACCOMANDAZIONE DELL’ATTUARIO

A conti fatti, appare chiaro, la riforma non dà garanzie assolute (per usare un eufemismo). E molto dipenderà dai primissimi anni post-riforma. La preoccupazione arriva, ancora una volta, dalle parole scritte dall’attuario. Il professor Micocci, nella frase finale delle sue conclusioni, esprime una raccomandazione fondamentale: “Le dinamiche economiche da un lato e attuariali dall’altro dovranno essere monitorate con estrema attenzione nel quinquennio a venire“, per “cogliere gli scostamenti” tra le proiezioni teoriche e quel che succederà nella realtà. In primo luogo per quanto riguarda “i tassi di crescita della platea degli attivi” contenuti nelle indicazioni del ministero del Lavoro su cui si basano tutte le elaborazioni.

Se qualcosa non dovesse andare come ipotizzato (e potrebbero essere molte le cose ad avere un andamento differente) bisognerà dunque essere pronti a rivedere la situazione. Con necessità di nuovi interventi, come in molti temono. Non sarebbe allora meglio trovare già ora una soluzione diversa e più efficace allo squilibrio strutturale dell’Inpgi? A ottobre, quando i ministeri avranno avuto il tempo di esprimere il loro giudizio sulla manovra, potrebbe essere troppo tardi.

UNA STRADA ALTERNATIVA

Perché delle due, l’una: o i ministeri valuteranno solo l’aspetto diciamo “formale” del bilancio attuariale, cioè la sostenibilità calcolata in base agli indicatori di sviluppo economico comunicati a tutte le Casse previdenziali dal dicastero del Lavoro, non ponendosi neppure il problema della probabilità reale degli stessi indicatori e del rispetto di legge delle 5 annualità e, di conseguenza, senza valutare la “bontà” e l’efficacia della riforma. E allora, dobbiamo tutti prepararci a ritrovarci, tra due o tre anni, in condizioni peggiori rispetto a ora.

Oppure i ministeri, a cui certo non mancano capacità e competenze per andare oltre i numeri del bilancio attuariale e leggere la realtà per quella che è, certificheranno che la riforma non allontana le prospettive di default dell’Inpgi nel giro di breve tempo. E prenderanno direttamente loro in mano l’Istituto e il destino delle nostre pensioni.

A meno che, appunto, non si trovi – nel giro di un mese o poco più – una strada alternativa. Da opporre all’inutile (e tardiva) riforma varata da chi ha messo, con la propria inerzia, l’Inpgi e le nostre pensioni in ginocchio.

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