Il Cda Inpgi come la Fornero: crea esodate. A rischio centinaia di giornaliste

IMG_1208Donne, con poco meno di 60 anni, oltre 20 di contributi previdenziali, che hanno perso o lasciato il lavoro in aziende in crisi nella convinzione della vicina pensione, ma dovranno ora attendere sette, otto, anche nove anni prima di ottenere l’assegno. Sono decine, forse centinaia, in tutta Italia, le giornaliste esodate create dal Cda dell’Inpgi con la riforma approvata il 27 luglio e ora al vaglio dei ministeri vigilanti.

Senza lavoro, senza reddito, spesso unica fonte di guadagno in famiglia, si stanno rivolgendo in questi giorni agli uffici dell’Istituto per capire quale sarà il loro destino. E ottengono la risposta peggiore: loro no, non sono comprese nelle clausole di salvaguardia previste per altre colleghe e per i colleghi. Anche se gli stati di crisi che hanno subìto sono precedenti alla delibera del Cda, anche se hanno vissuto mesi in cassa integrazione, anche se hanno concordato uscite incentivate nell’ambito di accordi sindacali. Per loro, non c’è niente da fare.

Come è potuto accadere tutto questo? E che cosa si potrebbe fare per rimediare?

Partiamo dall’inizio, cioè dalla prima ipotesi di riforma presentata dal Cda dell’Inpgi, in cui erano previste deroghe alle nuove norme sul pensionamento di vecchiaia e di anzianità che lasciavano però fuori moltissimi giornalisti: uomini e donne con 40 anni di contributi che non avrebbero più potuto lasciare il lavoro a qualsiasi età, colleghi e colleghe che erano usciti dal proprio giornale con accordi sindacali di incentivazione all’esodo in vista della pensione di anzianità pur decurtata, giornaliste uscite dalle aziende con medesime modalità in attesa dei 60 anni e dei 20 minimi di contribuzione per accedere, secondo le regole fissate nel 2012, alla pensione di vecchiaia con penalizzazioni.

Ebbene: nella delibera finale, presentata e approvata il 27 luglio dal Cda dell’Inpgi, si sono definite deroghe temporanee a molte di queste situazioni, su pressione di tante parti della categoria. Con modalità e regole differenti. Ma sulle giornaliste è stato fatto un pasticcio.

IMG_1546Le giornaliste potranno infatti continuare ad accedere alla pensione di vecchiaia decurtata con 60 anni di età e 20 minimo di contributi, ma a una condizione: che abbiano continuato a versare i contributi volontariamente dopo aver lasciato il lavoro. Le altre, no.

Un paletto che crea di fatto una condizione discriminatoria e soprattutto assurda. Perché è del tutto evidente che, nella gran parte dei casi, ha proseguito con i contributi volontari chi non aveva ancora i 20 anni di Inpgi. Mentre chi ne aveva già 20 e più non aveva alcun interesse a continuare a pagare, in una situazione peraltro di mancanza di reddito e con la certezza di regole definite solo pochi anni prima. Che cosa succederà, dunque? Succederà che potranno andare in pensione a 60 anni fino al 2021 colleghe che hanno solo 20 anni di contributi, mentre chi ne ha 25 o 30 dovrà attendere i 66 anni di età.

Per rimediare, l’unica strada sarebbe una delibera urgente del Cda, da inviare immediatamente ai ministeri per modificare la clausola di salvaguardia e introdurre la possibilità di accedere alla pensione anche alle giornaliste che hanno perso o lasciato il lavoro per stati di crisi anche se non hanno proseguito con la contribuzione volontaria. In piena analogia con quanto deciso per colleghi e colleghe nel caso della pensione di anzianità con 35 anni di contributi e almeno 57 anni di età.

Il Cda dell’Inpgi lo farà? Difficile dirlo. Forse, però, di fronte a una protesta e a una richiesta corale da parte di tanti e tante qualcosa potrebbe smuoversi. Altrimenti, bisognerà rivolgersi direttamente ai ministeri vigilanti. Che non è del resto detto che approveranno l’intera riforma.

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