Ritocchi positivi minimi, stretta sulla disoccupazione, penalizzazione per i redditi più alti: quello che sappiamo della (possibile) riforma Inpgi

IMG_0731di Daniela StiglianoGiunta Esecutiva Fnsi

Una strada più lenta e capace di maggiori risparmi nel breve periodo (ma non nel lungo) verso l’età pensionabile, di anzianità (per tutti) e di vecchiaia (solo per le donne). Cinque anni di “grazia” per il ritiro a qualsiasi età con 40 anni di contribuzione, per evitare la corsa alla pensione entro dicembre di quest’anno. Un ennesimo taglio drastico all’indennità di disoccupazione. Contributo di solidarietà sulle pensioni confermato, con la garanzia però dell’assegno sociale minimo (6 mila euro lordi annui). E una pesante penalizzazione – che non appare in nessun comunicato – per chi ha redditi sopra gli 84 mila euro lordi l’anno, “stangato” con un’aliquota di rivalutazione di appena lo 0,78.

Sono i ritocchi dell’ultim’ora apportati dal consiglio di amministrazione dell’Inpgi alla riforma delle nostre pensioni prima di approvarla a maggioranza. Che non risolvono davvero nessuno dei temi posti da più parti della categoria nelle ultime settimane. Né sgombrano il campo dai dubbi dei giornalisti sul futuro proprio e dell’Istituto di previdenza. Anzi.

All’indomani dei trionfalismi di chi gioca con la vita degli altri, forse perché la sua pensa di essersela messa al sicuro in altra maniera, restano solo le preoccupazioni, i dubbi, le paure di chi non sa ancora se e come dovrà rivoluzionare i progetti del suo futuro. E se, una volta rivoluzionati, avrà davvero almeno la prospettiva di portarli in porto. Chi ha voglia, e capacità, di ascoltare i colleghi, invece di crogiolarsi nella pienezza tronfia di sé, avverte subito la tensione inquieta di un’intera generazione, quella già ribattezzata “di mezzo“, più che dei più giovani e dei pensionati, su cui invece si concentrano le attenzioni nel nome di una guerra e pace generazionale. Proviamo allora a “decifrare” le maggiori novità contenute nello schema con le misure ritoccate pubblicato dal sito dell’Inpgi, insieme con il nuovo regolamento modificato e trasmesso ai ministeri.

Nuova stretta sulla disoccupazione

La misura più odiosa e criticata di tutte è stata quella sull’indennità di disoccupazione. Perché va a colpire i più sfortunati tra noi, quelli che perdono il proprio posto di lavoro. E perché è un ammortizzatore sociale su cui l’Inpgi è già intervenuto più volte. Per questo da più parti era venuta la richiesta di non procedere con una nuova stretta. Ebbene: invece di ascoltare l’invocazione di una maggiore solidarietà con i più deboli, il cda dell’Istituto ha addirittura scelto la più severe tra le due ipotesi presentate il 18 giugno.

Viene innanzitutto confermata l’eliminazione della maggiore contribuzione figurativa per i colleghi che perdono il lavoro da aziende in stato di crisi. Motivo? Non è più un fatto eccezionale. Come dire che, se aumentano i furti nelle abitazioni, possiamo pure depenalizzare il reato! Inoltre, l’indennità si riduce del 5% al mese a partire dal settimo mese fino a raggiungere un taglio del 50% che resta immutato dal sedicesimo al ventiquattresimo mese. L’alternativa (un po’ meno penalizzante) prevedeva il 100% di indennità per il primo anno e il 50% per tutto il secondo, ma è stata scartata per una differenza da appena 350 mila euro di risparmio annuo.

IMG_1446Fustigata sui redditi alti

Ugualmente antipatica è la modifica – compiuta con un blitz – dell’aliquota di rivalutazione dei redditi sopra circa 85 mila euro. Per due motivi: primo, perché viene taciuta e si cerca di farla passare sotto traccia e nel silenzio; secondo, perché tradisce la prima garanzia data dai vertici dell’Inpgi sulla riforma, assicurare trattamenti superiori a quelli dell’Inps. Ma così non è.

L’aliquota di rendimento percentuale per lo scaglione da 84.466,40 euro della cosiddetta retribuzione pensionabile non sarà più dello 0,90, com’è attualmente anche per l’Inps, ma diventerebbe dello 0,78. Questo significa che, da una certa cifra di reddito in su, la futura pensione dei giornalisti diventerà inferiore a quella di qualsiasi lavoratore con gli stessi guadagni assicurato con l’Inps, in regime retributivo e anche contributivo.

Com’è giusto, e come per i giornalisti l’Inpgi ha sempre assicurato ancor più dell’Inps, chi ha redditi più bassi deve essere più garantito per il futuro. E rivalutare sotto la parità i guadagni oltre un certo livello rappresenta una forma di solidarietà assoluta. Ma quando l’aliquota diventa così bassa, la manovra assume il sapore di una sorta di rivincita differita su chi ha avuto di più. E non c’entrano nulla il patto generazionale e maggiori garanzie per i giovani, ma riguarda colleghi di pari età che hanno lavorato nelle medesime condizioni di mercato, con percorsi di carriera differenti.

imageAnzianità rallentata

Un anno di contribuzione in più ogni 18 mesi: è l’ipotesi meno ripida quella scelta dal cda dell’Inpgi, ma anche quella che porta più soldi di risparmio all’Inpgi nei primi anni di riforma (e meno nel lungo termine). Resta dunque ferma a 62 anni l’età anagrafica in cui sarà possibile andare in pensione di anzianità piena, senza penalizzazioni, ma sale il numero degli anni di contribuzione, partendo dai 36 dal gennaio 2016 (rispetto ai 35 attuali) e salendo fino ai 40 dal gennaio 2022, aumentando appunto di un anno ogni 18 mesi.

Dal primo luglio 2017, inoltre, si potrà optare per un’anzianità a 62 anni e 36 di contributi, ma con un abbattimento permanente del 5% per ogni anno che manca al raggiungimento dei requisiti per l’anzianità piena o per la vecchiaia (la più favorevole).

Rinvio di un quinquennio per i 40 anni

Il cda dell’Inpgi ha inoltre reintrodotto la possibilità di andare in pensione senza penalizzazioni a qualsiasi età con almeno 40 anni di contributi. Ma solo a termine, per un quinquennio, fino al 31 dicembre del 2021, quando i 40 anni diventeranno il requisito contributivo della pensione di anzianità a 62 anni.

Questa decisione va incontro alle richieste di molte parti anche del Sindacato (che chiedevano però l’opzione restasse per sempre). Ma la ragione determinante, che viene taciuta, è più squisitamente “contabile” e bilancistica a breve periodo: evitare che proprio tutti i 600 e oltre colleghi, che avrebbero entro il 31 dicembre di quest’anno la possibilità di “scappare” in pensione per sottrarsi agli effetti della riforma, presentino effettivamente domanda. Causando un’emorragia ulteriore e fatale alle casse, e in particolare alla liquidità, dell’Istituto.

imageDonne e vecchiaia

Riguarda solo le donne la scelta compiuta per l’avvicinamento all’età delle pensione di vecchiaia, fissata dal prossimo gennaio per gli uomini a quota 66 anni (oggi sono 65), pur senza l’applicazione dell’aspettativa di vita in vigore all’Inps. Le ipotesi proposte alle parti sociali erano pure in questo caso due, ed è stata scelta anche per la vecchiaia delle colleghe la strada più lenta, con incremento rispetto agli attuali 62 anni di un anno subito, a gennaio 2016, e poi uno ogni 18 mesi fino a raggiungere i 66 a luglio del 2020. Resta fermo il requisito minimo dei 20 anni di contribuzione.

Poche deroghe in più (e qualcuna in meno)

Le deroghe sono numericamente aumentate. Ma le modifiche apportate alla prima versione della riforma sono soprattutto una razionalizzazione, che nasconde in qualche caso una marcia indietro. Le clausole di salvaguardia presentate il 18 di luglio erano in tutto cinque, mentre a contare ora sono esattamente il doppio. Prima però si faceva genericamente riferimento all’accesso “alla pensione di vecchiaia e d’anzianità con i requisiti previsti dalla normativa previgente la data di approvazione della riforma”, che tradotto voleva dire che – rispettando i criteri – si poteva puntare alla vecchiaia di 65 anni per gli uomini e 62 per le donne (con minimo 20 di contribuzione), all’anzianità con 62 anni e 35 di contribuzione senza penalizzazioni, a quella con tagli permanenti fino al 20% dai 57 ai 61 anni con 35 di contribuzioni, fino – a rigor di logica – ai 60 anni con 20 di contribuzione e penalizzazioni per le sole donne.

Invece no. Ora ogni categoria ha le sue deroghe e pure le scadenze temporali sono state anticipate: lo spartiacque non è più quasi per nessuno l’entrata in vigore della riforma, che dovrebbe essere il primo gennaio 2016, ma la data di approvazione del regolamento da parte dell’Inpgi, cioè il 27 luglio. Con il risultato che per qualcuno le possibilità spariscono completamente. Mentre le casse dell’Inpgi recuperano qualche soldo in più, sottraendo cinque mesi di “finestra” ai colleghi.

Le cinque clausole originarie, per esempio, si arricchiscono di un’ipotesi, riferita a disoccupati o inoccupati prima del 27 luglio, che non siano rioccupati successivamente e raggiungano i requisiti entro 24 mesi, sempre dall’approvazione del cda. Ma valgono solo per chi può andare in pensione di vecchiaia (65 anni gli uomini, 62 le donne) o di anzianità piena, ovvero senza abbattimenti (62 anni e 35 di contribuzione).

Per chi ha tra 57 e 61 anni, sempre con 35 di contributi, le vie di uscita sono invece solo tre: chi ha interrotto il rapporto di lavoro, chi si dimette per accordi individuali o collettivi, chi viene collocato in mobilità (ovvero, licenziato) o è dipendente di un’azienda in stato di crisi. Per tutti, il paletto da tenere presente è il 27 luglio. Se un accordo non è stato sottoscritto prima, oppure i requisiti si raggiungono oltre i 24 mesi da questa data, il diritto decade.

Stesso vincolo temporale per le donne che vogliono usufruire della possibilità della pensione di vecchiaia anticipata con decurtazione permanente, con 60 anni di età e almeno 20 di contributi: ne ha diritto solo chi prima del 27 luglio sia stata ammessa alla contribuzione volontaria, non trovi un nuovo posto di lavoro successivamente e raggiunga i requisiti entro il 31 dicembre 2021.

Abrogazione inabilità temporanea

Confermate tutte le ipotesi avanzate per le prestazioni facoltative: limitazioni per l’assegno di superinvalidità e per il contributo per le case di riposo (solo ai titolari di pensione diretta, con redditi entro i 38 mila euro lordi annui e almeno 20 anni di contribuzione), sospensione dell’una tantum ai superstiti, e intervento sull’indennità per inabilità temporanea a esercitare la professione di massimo un anno, che però non è più di sospensione ma di abrogazione definitiva, nonostante un risparmio nullo visto che – per dichiarazione dell’Inpgi – nessun giornalista risulta ne abbia fatto richiesta.

Praticantato scuole giornalismo e aliquota aggiuntiva

Nel capitolo delle entrate contributive aggiuntive, una novità che potrebbe in teoria essere sfruttata da centinaia di colleghi è la possibilità di riscattare il praticantato per chi lo ha svolto in una scuola di giornalismo riconosciuta dall’Ordine. Un biennio di anzianità che per qualcuno potrebbe fare la differenza. Mentre non si parla più dell’aliquota aggiuntiva dell’1,4% per i contratti a termine.

Tutti confermati, invece, gli altri incrementi di contribuzione: lo 0,50% in più per i giornalisti, il 2,53% complessivo per gli editori, di cui l’1% era già previsto per il gennaio 2016 da accordi assunti tra Fnsi e Fieg in sede di trattative contrattuali e un altro 1% deriva dall’addizionale temporanea triennale a sostegno della cigs, in vigore fino a dicembre 2016 sempre per intese contrattuali, che diventerebbe così strutturale.

Contributo sulle pensioni con garanzia dell’assegno minimo

Il contributo di solidarietà sulle pensioni, infine, su cui incombono i dubbi di costituzionalità e i possibili ricorsi dei colleghi interessati. Le percentuali vengono in questo caso tutte confermate, con una scala che parte dallo 0,5% fino a 30 mila euro di importo lordo annuo e arriva al 18% oltre i 195.538,20 euro. Unica novità, la garanzia che in ogni caso verrà erogato il trattamento minimo previsto dall’Inps, pari a circa 6 mila euro.

Ma quanti sono i pensionati Inpgi diretti e indiretti che hanno davvero questo reddito? Sarebbe interessante scoprirlo. Per capire se la “garanzia” introdotta sia quello che appare, cioè un contentino davvero esiguo per quanti, pure tra i dirigenti del Sindacato a livello territoriale, premevano per una maggiore protezione dei redditi pensionistici più bassi. Oppure è quello che si può sospettare: una sonora presa in giro per tutti.

Riforma ancora più inutile?

Sommando conferme, ritocchi e novità, l’ipotesi finale di riforma approvata dal cda dell’Inpgi servirà almeno a qualcosa? A una prima occhiata, si può senza dubbio dire che porterà meno benefici rispetto alla prima versione. Questo, ovviamente, in attesa di conoscere il bilancio attuariale, quello da 54 pagine (sostiene chi lo avuto in mano), redatto dal professor Marco Micocci, dal quale – si dice solo questo, nella delibera del 27 luglio – “è emersa, in particolare, la necessità e l’urgenza di ripristinare le condizioni di equilibrio e di sostenibilità finanziaria nel medio-lungo periodo”. E fin qui, sinceramente, c’erano arrivati tutti i giornalisti italiani.

Di questo documento parlano, in verità, da settimane alcuni consiglieri di amministrazione dell’Inpgi, e se ne ritrova traccia anche nella delibera della Giunta Fnsi dell’8 luglio, alla quale però non è mai stato consegnato (lo avrà visto solo qualcuno dei componenti, in palese violazione delle norme statutarie: ma questa è un’altra storia). Di certo si sa che le proiezioni compiute si basano su una dinamica del mercato del lavoro ben lontana da quella realmente vissuta dai giornalisti in questi anni, con ipotesi di crescita constante dell’occupazione per il futuro. E anche così, l’andamento dei conti e del patrimonio dell’Inpgi non appaiono godere di una salute brillante, nei prossimi 20-30 anni, pure a fronte dei grandi sacrifici richiesti dal cda dell’Ente.

Le ipotesi utilizzate, sia ben chiaro, sono quelle fornite a tutte le Casse dai ministeri in vista dell’impegno a consegnare un bilancio attuariale entro fine 2015 che dimostri la sostenibilità a 30 anni dei conti dell’Istituto. Ma per capire se gli interventi della riforma hanno almeno una possibilità di funzionare, sarebbe forse stato meglio fare le proiezioni a uso interno sui dati reali del nostro mondo. Questo, ovviamente, se l’obiettivo è davvero mettere al sicuro le pensioni dei giornalisti di oggi e di domani.

La “palla” è ora ai ministeri vigilanti

La riforma, benché passata in Cda, è ben lungi dall’essere operativa. Prima è indispensabile attendere il giudizio dei ministeri vigilanti, Economia e Lavoro. Che potrebbero approvarla così com’è, chiedere qualche modifiche, oppure bocciarla completamente. In altri casi e in altri tempi, questa eventualità era remota. In presenza di un’intesa tra le parti sociali, Fnsi e Fieg. Ma questa volta tutto è saltato. E non è detto che i ministeri mettano il timbro su interventi che non convincono almeno una delle parti.

Fiorella Kostoris
Fiorella Kostoris

Il cda dell’Istituto, di fronte alla richiesta degli editori di avere più tempo per valutare la riforma e i suoi effetti sui conti a medio-lungo termine, ha voluto “andare avanti come un treno“, narrano le cronache sia stata l’espressione dei più alti dirigenti. E alla fine a dire sì alla riforma sono stati otto consiglieri giornalisti su 12: il presidente Andrea Camporese, il suo vice vicario Paolo Serventi Longhi, Silvia Garambois, Marina Macelloni, Giuseppe Marzano, Edmondo Rho, Claudio Scarinzi e pure il segretario della Fnsi, Raffaele Lorusso, che siede in cda Inpgi in rappresentanza del Sindacato, a cui sarebbero dovute stare a cuore più che le conseguenze del suo gesto per la categoria che l’appartenenza a un gruppo. A loro si è unito Andrea Mancinelli, designato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Mentre la rappresentante dei ministeri, Fiorella Kostoris, si è astenuta non senza però essere intervenuta nel dibattito. Due no sono arrivati dai consiglieri giornalisti Carlo Chianura e Silvana Mazzocchi, mentre Roberto Carella era assente e Massimo Marciano, rappresentante della Gestione separata, non aveva diritto di pronunciarsi sull’argomento.

Fabrizio Carotti
Fabrizio Carotti

Lo strappo con la Fieg

Non hanno invece preso parte all’intero Cda il vicepresidente Fabrizio Carotti e il consigliere Francesco Cipriani, entrambi designati dalla Fieg. Un particolare che spiega plasticamente perché il voto di fine luglio a tutti i costi rappresenta uno strappo non indolore, nella storia delle relazioni sindacali tra giornalisti ed editori in tema di Inpgi e previdenza. Una svolta improvvisa, e preoccupante, rispetto alla comune azione degli ultimi anni a favore della salute e della stabilità dei conti dell’Inpgi. Che non potrà non avere effetti sul prossimo rinnovo contrattuale che, secondo gli impegni reciproci, dovrebbe partire in autunno, in vita della scadenza del Cnlg del marzo 2016.

Scegliere una strada diversa dal muro contro muro con gli editori sarebbe stato non un segno di debolezza, ma l’affermazione “alta” della politica sindacale, che si basa e si nutre di dialogo e compromessi accettabili, mai di bracci di ferro. Che sono inutili quanto sterili di risultati. Come insegnano i lunghi anni di scioperi senza trattative (e senza contratto) quando alla guida della Fnsi c’era lo stesso Serventi Longhi, attuale vicepresidente dell’Inpgi.

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