I giornalisti delle Marche alla Fnsi: “Riforma Inpgi da rivedere. Difendiamo la specificità del Giornalismo”

Pubblichiamo la lettera che il segretario generale del Sigim ( il Sindacato delle Marche), Giovanni Rossi, ha scritto al segretario della Fnsi, Raffaele Lorusso, e a tutta la Giunta Esecutiva, per comunicare le considerazioni del suo Consiglio direttivo sull’ipotesi di riforma trasmessa dall’Inpgi il 19 giugno.

di Giovanni Rossi

Caro Segretario, Cari Colleghi,

il Consiglio direttivo del Sigim, riunitosi il 22 giugno per valutare l’ipotesi di riforma Inpgi trasmessa alla Federazione, ha sviluppato le seguenti considerazioni che affida al dibattito federale in vista della prevista riunione di Giunta del prossimo 8 luglio.

In premessa, apprezziamo il lavoro fatto dall’Inpgi (presidenza, dirigenza e uffici) per rendere la materia – così complessa – il più possibile fruibile. E’ uno sforzo dovuto, certo, ma non di meno lo consideriamo come elemento di positività e di chiarezza.

Sul piano politico, è evidente e dichiarato il tentativo del Cda Inpgi di spalmare i tagli su una molteplicità di prestazioni per non pesare solo su alcune. E’ un’idea certamente rispettabile, che ha una sua ratio.

Sul piano prospettico, crediamo tuttavia non sfugga ad alcuno che esiste una distanza tra gli obblighi di legge che l’Istituto ha con i suoi studi attuariali e l’evoluzione di una realtà che spesso travolge le previsioni. Fare calcoli di sostenibilità quando la platea contributiva e gli scenari professionali cambiano continuamente è esercizio particolarmente arduo.

Vista la scivolosità della materia, e ricordato che l’estrema fragilità del momento ci costringe sempre più spesso a rivedere le previsioni a distanza di pochi anni, invochiamo che sul piano del metodo debba anche stavolta prevalere (come nel 2011) un principio generale di cautela traducibile con questa chiara filosofia di intervento:

– la compressione delle prestazioni oggetto di riforma deve avvenire con la massima attenzione alla gradualità e alla solidarietà.

Anche da questa filosofia discende la nostra richiesta di revisione della proposta formulata dall’Istituto, che in alcuni passaggi ci è parsa viceversa radicale.

Gli obblighi di legge e il passaggio della manovra ai ministeri vigilanti non sono infatti a nostro avviso ragione sufficiente per blindare i singoli capitoli con ipotesi di ‘afflittività preventiva’ finalizzata al presunto agile scorrimento della pratica.

Poiché anche in presenza di tagli pesanti e vistosi non c’è alcuna certezza che le burocrazie ministeriali non richiedano comunque variazioni, il Consiglio direttivo del Sigim propone che ogni singolo punto della manovra vada più attentamente tarato, nella consapevolezza che ogni livello di prestazione oggi cancellato mai potrà tornare domani e sarà quindi irrimediabilmente perduto.

Sul piano del merito il Consiglio direttivo del Sigim esprime:

parere favorevole a tutti gli incrementi delle aliquote IVS (per datori di lavoro, giornalisti, sostegno Cigs e contratti a termine);

parere non favorevole alla limitazione-sospensione delle prestazioni facoltative per assegni di invalidità e una tantum ai superstiti, in particolare per l’introduzione del tetto di almeno 20 anni di contribuzione Inpgi per l’attivazione della prima misura, ipotesi che non ci appare compatibile perché escluderebbe dalla copertura di eventi eccezionali colleghi o loro familiari che ne fossero vittima prima del raggiungimento del requisito (un sacrificio vistoso sul piano solidale cui peraltro corrisponderebbe un contenimento dei costi non particolarmente rilevante);

parere non favorevole all’innalzamento a 66 anni (da 65) del requisito per la pensione di vecchiaia per gli uomini dal 2016 e con progressione quadriennale – serrata – per le donne, ritenendo l’innalzamento un pericoloso avvicinamento alla normativa generale, da posporre caso mai a data successiva, quando la misura impatterà principalmente su quella parte di categoria che avrà carenza di contribuzioni e legittimo interesse a costruirsi una pensione adeguata;

parere non favorevole sull’innalzamento a 62 anni e 40 anni di contribuzione per l’accesso alla pensione di anzianità piena (40 anni di lavoro ci sembrano, da soli, requisito sufficiente indipendentemente da ogni datazione anagrafica);

parere favorevole ad ipotesi di flessibilità nell’accesso alla pensione anticipata, purché attuata senza prerequisito anagrafico fisso dei 62 anni e penalizzando invece in egual misura la distanza dal futuro ‘tetto’ sia in termini di età sia in termini di contribuzione, con una misura del 4% per ciascun anno mancante fino a 4 anni anagrafici e 4 anni di contribuzione, per una ipotetica penalizzazione massima totale del 32%.

Ci pare che una flessibilità così declinata otterrebbe l’effetto di:

* mitigare l’inasprimento del prospettato nuovo regime di anzianità e di vecchiaia;

* rispettare i percorsi personali, professionali e contributivi dei colleghi più ‘usurati’ (quelli che hanno cominciato con la macchina per scrivere e ora sono su Twitter e tra dieci anni saranno professionalmente impegnati chissà come) che potrebbero optare per l’uscita penalizzata aprendo trattative personali con i datori di lavoro, perché magari ‘non ne possono più’, minimizzando così la perdita;

* mantenere un’uscita di sicurezza – per quanto stretta e poco vantaggiosa – per i colleghi che restassero a spasso per chiusura aziendale o che non potessero altrimenti uscire da aziende ‘decotte’ causa mancanza di requisito anagrafico ex art. 33 o impraticabilità del canale prepensionamenti sempre più intasato;

* favorire nuove assunzioni e un ricircolo di energie fresche di cui le redazioni hanno e avranno sempre più bisogno.

La sempre invocata flessibilità impone in questo caso un’altra fondamentale considerazione. Poiché non v’è alcuna certezza che l’attuale riforma Inpgi possa reggere a ulteriori violenti scossoni del mercato del lavoro e sussiste anzi il forte rischio che in un futuro molto prossimo la pensione d’anzianità possa venire cancellata, appare necessario attivare sin da ora canali di uscita flessibili come quelli su prospettati, così da evitare – quanto meno – autentiche beffe generazionali: in uno scenario di progressivo allineamento alle misure già in vigore all’Inps, la ‘leva’ dei colleghi assunti negli anni Ottanta si troverebbe infatti coscritta al desk fino a 45 anni consecutivi, che in realtà diventerebbero oltre 50 considerando l’impatto del lavoro domenicale (una media di 35 domeniche lavorate all’anno per 45 anni fa 1575, ovvero quasi 7 anni di lavoro in più rispetto a quelli di un normale lavoratore di pari età considerando una media di 235 giorni annui lavorati). Premunirsi rispetto a questo rischio è una questione di equità. Anzi, di previdenza.

parere non favorevole alla determinazione delle nuove aliquote di rendimento per le contribuzioni future nella misura prospettata in quota E e revisione delle stesse con minor sacrificio secondo le seguenti ipotesi:

* aliquota al 2,40% per i redditi fino a 44.456,00 euro;

* aliquota al 2% per i redditi sino a 59.126,48;

* aliquote inferiori a quelle in bozza – o aliquota unica opportunamente tarata – per tutti i redditi superiori a a 59.126,48 euro, realizzando così una concreta solidarietà a vantaggio dei colleghi con redditi meno alti o che entreranno nel mercato del lavoro dipendente successivamente all’approvazione della riforma;

parere favorevole alle previste clausole di salvaguardia;

parere non favorevole al ricalcolo delle pensioni ai superstiti;

parere favorevole all’istituzione di un contributo di solidarietà da applicare a tutte le pensioni – per fasce di importo e percentuali crescenti – ovviamente rispettando lo spirito e la ratio delle specifiche sentenze della Consulta;

parere totalmente sfavorevole alla modifica delle vigenti disposizioni in materia di disoccupazione che, pur con migliori previsioni rispetto alla normativa generale, avrebbe ricadute devastanti e non ammortizzabili nell’attuale contrazione del mercato del lavoro (anche in questo caso un sacrificio vistoso sul piano solidale cui peraltro non corrisponderebbe un decisivo contenimento dei costi).

Concludendo il ragionamento, il Consiglio direttivo del Sigim ritiene che dovere della Fnsi e di tutti i giornalisti sia la difesa di quel patrimonio di differenze e peculiarità che la professione ha eretto negli anni. Ogni avvicinamento alla legislazione generale costituisce un cedimento di fatto e rivela, soprattutto, una pericolosa negazione della reale storia di questa categoria. Una storia fatta quasi sempre di lungo precariato, forte abusivato, orari lunghissimi, notti in redazione, trasferte scomode, presenze fisse al lavoro nei festivi e nei domenicali. Questa è stata ed è la vita del giornalista in Italia. Una vita lavorativa fortemente usurante e, tranne rari casi, di pesante e generalizzato sacrificio. Sembra invece prevalere in questa fase del dibattito professionale una autorappresentazione falsa e ingenerosa di categoria del privilegio. Nessun privilegio. Solo lavoro e, specie in provincia, in condizioni sempre più difficili.

Per questo il Sigim auspica che, nella distinzione dei ruoli che la separa dall’Inpgi, la Fnsi come parte sociale apra un confronto pieno (anche con la Fieg) per mitigare gli effetti di una riforma certamente necessaria ma che deve difendere anche idealmente e nel massimo grado – almeno fino a quando sarà possibile – la diversità e l’orgoglio del Giornalismo. Se non ci crediamo più neppure noi, sarà ben difficile che la nostra specificità resti credibile per gli altri.

Il Consiglio direttivo del Sigim

Cordialità

Il Segretario regionale

Giovanni Rossi

Ancona, 25 giugno 2015

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