Inpgi, riforma da 60 milioni l’anno: molti sacrifici, poca sostenibilità. E nessuna spending review

 In tutto, nemmeno una sessantina di milioni l’anno tra maggiori entrate e risparmi sulle prestazioni. A valori retributivi attuali e scommettendo quantomeno su uno stop al trend di uscite dal lavoro, soprattutto di pensionati di anzianità. La riforma che l’Inpgi propone per far fronte ai gravi problemi di squilibrio della gestione previdenziale ristruttura radicalmente il quadro delle prestazioni offerte dall’Istituto, che si avvicina sempre più, e in qualche caso di sovrappone integralmente, a quanto garantisce l’Inps. Senza però assicurare, a un primo sguardo, una reale sostenibilità a lungo termine dei suoi conti. Perché 60 milioni l’anno (scarsi), a fronte di un rosso 2014 di quasi 110 milioni (non considerando i proventi da investimenti e rivalutazioni), non sembrano essere in grado di mettere in sicurezza l’Istituto e le nostre pensioni.

La manovra interviene in maniera massiccia sulle pensioni future, soprattutto dei giovani che entrano ed entreranno (si spera) nella professione con un contratto da dipendente, che pagheranno di più per avere molto meno, ma anche su quella di chi è in attività da anni e ha già subito almeno una o due cambiamenti di trattamento che vede allontanarsi l’età del ritiro (di vecchiaia o di anzianità) e ridursi la rivalutazione dei propri contributi (aumentati). Penalizza i più deboli, i disoccupati tutti e ancor più quelli che perdono il lavoro perché la propria azienda è in crisi o fallita, “rei” di aver già usufruito di ammortizzatori sociali, così come invalidi, superinvalidi e superstiti. Chiede più contributi alle aziende, che hanno però risparmiato molto nei decenni passati da aliquote molto vantaggiose rispetto alle imprese di altri settori e che, con ogni probabilità, sapranno far pesare le nuove spese nelle tasche dei giornalisti. Aumenta anche i prelievi direttamente versati dai colleghi. Prevede, infine, un contributo da parte dei pensionati, per un periodo di tempo di cinque anni, articolato percentualmente a scaglioni di reddito.

Nemmeno una riga, invece, sulla spending review interna: sul costo del lavoro, sulle spese di varia natura e sui compensi degli amministratori. Che pure valgono alcune decine di milioni l’anno.

Di seguito, il documento inviato il 18 giugno dall’Inpgi alle parti sociali, Fnsi e Fieg, e su cui la categoria, attraverso il Sindacato, dovrà esprimere il suo giudizio.

   
  

    

  

  

  

  

  

  

   

   

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