Sorpresa! I soldi per i prepensionamenti ci sono. Ecco quello che Inpgi e Fnsi non dicono

di Daniela Stigliano Giunta Esecutiva Fnsi

Daniela Stigliano

Sono davvero finiti i soldi per i prepensionamenti dei giornalisti? Certo, il governo di Matteo Renzi non intende almeno fino a tutto il 2019 rivedere le regole della legge 416 del 1981, quella che regola cigs e prepensionamenti per i giornalisti. E non ha nemmeno intenzione di dare nuovi finanziamenti per le uscite anticipate negli stati di crisi, oltre ai 20 milioni l’anno previsti dal 2009 (che non si sa se saranno confermati dal 2020 in poi) e ai 51,8 milioni di euro del Fondo triennale straordinario da 120 milioni di euro voluto dal governo di Enrico Letta e poi reso operativo lo scorso anno dal sottosegretario Luca Lotti. Ma questo significa che già oggi non ci sono più soldi per soddisfare la coda di richieste di finanziamento avanzate al ministero del Lavoro né tantomeno quelle che potrebbero arrivare, come i vertici di Fnsi e Inpgi vanno ripetendo negli ultimi mesi in ogni occasione, praticamente all’unisono ma senza dare giustificazioni e dati chiari? Facendo i conti in base ai criteri di calcolo elaborati e utilizzati proprio dai massimi uffici dell’Istituto di previdenza, le cose in verità non sembrano stare così. Anzi! I prepensionamenti finanziabili fino a tutto il 2019 sarebbe addirittura almeno altri 300 e più.

 

Ma proviamo a ricostruire fatti, numeri e meccanismi, prendendo come spartiacque il 2009. Fino ad allora, infatti, tutti i costi dei prepensionamenti in base alla legge 416 del 1981 venivano sostenuti dall’Inpgi (come avviene ancora per tutti gli altri ammortizzatori sociali) che li riversava in parte sui colleghi riducendo l’importo della pensione. Dal gennaio di sei anni fa, quando la crisi inizia a mordere, cambia tutto. Il governo di Silvio Berlusconi decreta il passaggio del peso dei prepensionamenti dei giornalisti a carico dello Stato, che paga lo scivolo (a vita) e l’importo della pensione fino al raggiungimento dei 65 anni (l’età per la pensione di vecchiaia). Da allora, ogni anno l’Inpgi riceve dal Fondo sociale per la formazione e l’occupazione 20 milioni di euro.

Nello stesso 2009, con il rinnovo del contratto nazionale di lavoro, Fnsi e Fieg danno vita presso l’Inpgi a un Fondo con finalità sociale a sostegno diretto degli ammortizzatori sociali che ha due fonti di finanziamento: il pagamento da parte degli editori del 30% dei costi di ogni proprio dipendente che va in pensione anticipata all’interno di uno stato di crisi (in gergo si chiama “riserva tecnica“), da utilizzare esclusivamente in conto-prepensionamenti, e un contributo straordinario dello 0,6% delle retribuzioni, di cui lo 0,5% a carico degli editori (solo quelli obbligati al pagamento della mobilità) e lo 0,1% dei giornalisti, destinato alle “esigenze sociali” giudicate da Sindacato ed editori “meritevoli di tutela”, tra cui in primo luogo gli ammortizzatori sociali. Viene costituito un Comitato paritetico (due rappresentanti della Fnsi, due della Fieg e due dell’Inpgi, di cui uno nominato dagli editori) per valutare le esigenze e decidere le destinazioni delle risorse del Fondo in base alle esigenze. E si stabilisce che almeno fino a tutto il 2016 le somme vengano utilizzate interamente per i prepensionamenti.

Già a metà 2013 la Fnsi sostiene però ufficialmente e pubblicamente che il fondo statale da 20 milioni l’anno è impegnato fino all’inizio del 2016. Alla fine dell’anno viene varato dal governo il Fondo straordinario triennale, e in conto-prepensionamenti finiscono 51,8 milioni di euro, che il decreto Madia dell’agosto 2014 rende certi e spalma su sei anni: 3 milioni di euro per il 2014, 9 per il 2015, 13 per il 2016 e altrettanti per il 2017, 10,8 per il 2018 e 3 per il 2019.

Perché proprio sei anni? Qui entrano in scena i calcoli fatti dai vertici amministrativi dell’Inpgi e consegnati a ministeri e parti sociali (Fnsi e Fieg). In base al primo quinquennio di applicazione delle nuove regole, l’Istituto ha infatti elaborato una media del costo e del tempo in cui ogni prepensionato resta a carico del fondo. Il risultato è pari a complessivi 350 mila euro per un totale di cinque anni e mezzo. Grazie a questi calcoli, l’Istituto ha indicato il numero esatto di posti che i 51,8 milioni sarebbero stati in grado di coprire, sommando ovviamente anche il 30% a carico degli editori, per un totale di 74 milioni. I posti sono circa 210: dagli ultimi 17 rimasti dal piano Mondadori terminato a fine maggio ai 31 del Corriere e ai 19 della Gazzetta dello sport, dai 58 di Repubblica ai 23 del Giornale ai 20 del Tirreno fino ai 6 dell’Eco di Bergamo, ultimo nella graduatoria dei prepensionamenti garantiti.

Proviamo a questo punto a tirare le somme, utilizzando anche moltiplicazioni e divisioni, e considerando tutti i soldi destinati ai prepensionamenti dallo Stato dal 2009 al 2019, quelli già entrati nel Fondo con finalità sociale istituito da Fnsi e Fieg presso l’Inpgi e quelli che dovranno entrare nei prossimi cinque anni.

L’operazione algebrica è semplice per i 20 milioni l’anno, che moltiplicati per 11 anni fanno un totale di 220 milioni. Sempre da fondi pubblici arrivano – come abbiamo visto – altri 51,8 milioni, che portano la somma a 271,8 milioni. Poi c’è lo 0,6% contrattuale: dal 2009 (solo da aprile, quando entra in vigore il contratto rinnovato) al 2014 stiamo parlando di qualcosa come 24,5 milioni di euro (come si legge nei relativi bilanci dell’Inpgi). Con una nuova, semplice somma arriviamo a 296,3 milioni.

Ma non finisce qui. I finanziamenti statali e quelli contrattuali coprono infatti solo il 70% di ogni prepensionamento, perché il restante 30% devono metterlo gli editori direttamente interessati. Facendo i conti, sono altri 127 milioni circa, per un totale finale di oltre 423 milioni.

Quanti prepensionamenti ci stanno in 423 milioni? In tutto 1.209, dividendo la somma per i 350 mila euro di costo medio di ogni uscita anticipata calcolato dall’Inpgi. A fine 2014, in base ai dati di bilancio e alle relazioni della Corte dei conti, i prepensionamenti non a carico dell’Inpgi erano in tutto 686, per una spesa complessiva di poco più di 240 milioni: i 20 milioni l’anno per i sette anni dal 2009 al 2015, i primi 3 milioni del decreto Madia, i 24,5 milioni del fondo contrattuale fino al 2014 e il relativo 30% degli editori. A questi 686 bisogna aggiungere il numero di colleghi che usciranno nell’arco dei prossimi due anni in virtù dei piani finanziati o in via di finanziamento con il decreto Madia: in tutto dovrebbero essere 200 dei 209 previsti (9 sono usciti lo scorso anno), per un totale di posti già “assegnati” di poco meno di 900.

Per arrivare a 1.209 ne restano dunque ancora disponibili oltre 300, di cui alcuni già teoricamente finanziabili con il flusso mensile del contributo contrattuale. Un numero destinato ad aumentare (e non di poco) per i soldi che stanno arrivando nel 2015 e arriveranno per il 2016 appunto dallo 0,6% contrattuale, oltre che per i cosiddetti “inoptati“, posti prenotati e poi non utilizzati che vengono “restituiti” a fine piano (solo per il Corriere sarebbero 11). E un numero capace di soddisfare ampiamente tutte le richieste attualmente in coda (circa 250, dalle prime in attesa di Poligrafici, Periodici Rcs e Il Sole 24 Ore fino all’ultimissima del Secolo XIX) e anche qualcuna di quelle che potrebbero arrivare nei prossimi mesi. Sempre che non si decida di destinare anche per il triennio 2017-2019 l’intero 0,6% ai prepensionamenti, perché allora i posti disponibili potrebbero salire a 400 e oltre.

Senza contare che l’Inpgi incassa subito i 350 mila euro medi per prepensionamento, non appena il collega inizia a percepire il primo assegno mensile. Mentre la somma la spenderà nell’arco di cinque anni e mezzo. A conti fatti, l’Istituto ha quindi ricevuto in tutto fino a fine 2014 qualcosa come 211 milioni di euro, ma ne ha consumati più o meno 165, con un saldo netto positivo di oltre 45 milioni rimasti in cassa.

La domanda, a questo punto, è una sola: perché Fnsi e Inpgi sostengono strenuamente che non ci sono più soldi per i prepensionamenti già prenotati davanti al ministero del Lavoro e quindi tantomeno per quelli che dovessero essere richiesti da ora in poi? E perché anche gli editori della Fieg accettano senza apparenti obiezioni queste dichiarazioni tanto definitive? E, soprattutto, perché non sono stati mai resi pubblici e trasparenti tutti i conti del Fondo con finalità sociale istituito con il contratto del 2009?

La prima risposta ipotizzabile è talmente banale da sembrare quasi ingenua: si è forse creata una anomala alleanza tra giornalisti (attraverso il Sindacato e l’Istituto di previdenza) ed editori alla ricerca di nuovi finanziamenti pubblici per l’industria dell’informazione. E dichiararsi “poveri” è da sempre un sistema consolidato e vincente. Ci sono poi i problemi di liquidità e di profondo squilibrio previdenziale dell’Inpgi, che non può più permettersi di anticipare fondi che arriveranno in mesi e anni successivi utilizzando i soldi che ha già in cassa per spese future, e che ha inoltre tutta la convenienza a rinviare il più possibile le uscite dal lavoro di colleghi che non costano nulla, è vero, per le pensioni, ma costituiscono comunque una mancata entrata contributiva, linfa vitale per pagare gli attuali pensionati e gli stipendi dei dipendenti senza continuare a intaccare il patrimonio liquido (cioè gli investimenti finanziari a breve termine). E queste ragioni di equilibrio economico dell’Inpgi inducono la Fnsi a una “prudenza” eccezionale, fino al limite dell’azione di dissuasione sui colleghi dei Comitati di redazione delle aziende in stato di crisi che chiedono di ricorrere ai prepensionamenti (magari per evitare licenziamenti) e in generale su tutta la categoria.

Fnsi e Inpgi dovrebbere invece decidere di parlare chiaro. E dire con trasparenza ai giornalisti italiani che, per i problemi di liquidità dell’Istituto, stanno facendo di tutto per rinviare almeno al 2016 l’avvio di nuovi prepensionamenti. Senza lamentarsi, però, se i Cdr che hanno di fronte situazioni reali di crisi e difficoltà utilizzano nel frattempo l’interpretazione ministeriale che dallo scorso dicembre permette, in attesa dei finanziamenti, di concordare contratti di solidarietà (con esuberi definiti congiunturali o comunque temporanei) al posto della più severa e pericolosa cigs. Senza provare ad approfittare di questi mesi per introdurre paletti e regole nuove e meno convenienti su tutti gli ammortizzatori sociali con la riforma oramai alle porte. E, soprattutto, senza trattare come bambini distratti, ignoranti e incapaci di fare i conti migliaia di giornalisti italiani.

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