Dietro i numeri: che cosa racconta davvero il bilancio dell’Inpgi

di Daniela Stigliano – Giunta Esecutiva Fnsi

Patrimonio accantonato significa che quella somma è tutta in cassa e disponibile? Qual è esattamente il rapporto tra pensioni pagate e contributi versati? Contratti di solidarietà e casse integrazioni quanto pesano davvero sui conti? A quanto ammontano i guadagni reali, o le eventuali perdite? Per capire bene quale sia la situazione dei conti dell’Inpgi, vale la regola generale che si applica a ogni azienda: non basta leggere le relazioni ufficiali né tantomeno i discorsi generici di colleghi che danno numeri su tutto senza mai spiegarli.

Bisogna, invece, guardare dentro al bilancio ufficiale dell’Istituto. Mettere insieme dati che non sempre si ritrovano sotto la stessa voce, spulciare nella nota integrativa e incrociare le informazioni. Andare oltre quel che sembra, insomma. E fissare su carta gli argomenti più significativi da considerare. Soprattutto alla vigilia di una (tardiva) riforma già pronta evidentemente da tempo visto che sarà presentata ufficialmente dal Cda dell’Inpgi alla Giunta esecutiva della Fnsi e alla delegazione contrattuale della Fieg nella stessa giornata di martedì 9 giugno. E che rischia di vedere la luce nel giro di poche settimane, passando di fatto sopra la testa dei giornalisti italiani.

Pubblico ma non pubblicato

Il bilancio 2014, dunque. Ancora non è stato pubblicato sul sito dell’Inpgi, nonostante sia stato approvato il 7 maggio dal Cda e ratificato dal Consiglio generale del 27 maggio. Si possono leggere invece comunicati che sottolineano come, nonostante “la grave passività tra entrate per contributi e uscite per prestazioni”, il risultato finale sia positivo per 17 milioni. Com’è possibile? E perché è necessaria e urgente la riforma se l’Inpgi guadagna tutti questi soldi?

Per rispondere a queste e ad altre domande, procediamo per argomenti, provando a mettere in fila le cose in modo da renderle comprensibili. E sempre con l’obiettivo della chiarezza pubblichiamo, inoltre, le tabelle dello Stato Patrimoniale (quattro) e del Conto Economico (sei).

PATRIMONIO

Quanti soldi ha davvero l’Inpgi? La risposta a questa domanda la dà il cosiddetto stato patrimoniale, che fotografa l’attivo, ovvero quelle che potremmo definire le “proprietà”, e il passivo, molto simile al concetto di “debiti” o di “finanziamenti”.

La “confusione” della cifra in cassa

Nella relazione introduttiva, il presidente Andrea Camporese scrive che il patrimonio accantonato dell’Ente è superiore ai 2,3 miliardi di euro, riferendosi ai valori attuali di mercato (variabili per definizione) e non a quelli contabili. C’è chi – tra gli stessi consiglieri di amministrazione – si spinge oltre e mette insieme mele con pere sommando i numeri di Inpgi 1, Inpgi 2 e Fondo di previdenza complementare, ovvero tre entità autonome (come sottolineato pure nelle note al bilancio), per sostenere che il patrimonio previdenziale dei giornalisti è di oltre 3 miliardi. I dati del bilancio a fine 2014 danno però una cifra ancora diversa per i beni posseduti dall’Ente: 1,930 miliardi. Che è l’unica certa e certificata, al momento.

Cifra totale a parte (ma nemmeno tanto), è interessante soprattutto capire come è composto il patrimonio dell’Inpgi. La voce più importante, pari a oltre 1,1 miliardi, è relativa alle immobilizzazioni. Quelle immateriali (diritti di brevetti e di opere d’ingegno, e costi di ricerca, sviluppo e pubblicità) sono pochissime: 963 mila euro, in minima riduzione dal 2013. Quelle materiali sono in tutto 463 milioni, di cui 453 milioni di immobili in proprietà diretta, in diminuzione di 156 milioni dall’anno precedente. Le immobilizzazioni finanziarie sono invece in crescita di 237 milioni, fino a quota 672 milioni, di cui 89 milioni per i mutui, 31,5 per i prestiti e 551 milioni per quelli che vengono indicati come “altri titoli”, aumentati di 240 milioni.

Il mattone illiquido

Il balzo degli “altri titoli” è il frutto dell’operazione di conferimento ai Comparti 1 e 2 del “Fondo immobiliare Inpgi – Giovanni Amendola” di stabili di proprietà dell’Inpgi, che dal passaggio dalle immobilizzazioni materiali a quelle finanziarie registrano la rivalutazione elaborata dagli esperti in base a valori di mercato. Nel Comparto 1 sono finite anche le quote del “Fondo Immobiliare Hines”, quello delle case di Porta Nuova a Milano, con una perdita da vendita, però, pari a oltre 3 milioni per la differenza tra il valore iscritto a bilancio e quello, inferiore, di mercato. Ma nella voce “altri titoli” sono compresi anche tutti gli altri investimenti cosiddetti durevoli, cioè a lungo e lunghissimo termine (minimo 5-10 anni) come fondi di private equity (46 milioni) e total return (32 milioni).

Dire che si tratta di investimenti a lungo termine vuol dire, per definizione, che non sono immediatamente utilizzabili in caso di bisogno. A meno di non mettere in conto perdite anche consistenti. Un tema che si potrebbe porre in particolare per i fondi immobiliari, visto che in base al regolamento del ministero del Tesoro le Casse previdenziali dovranno portare entro il 20% la percentuale del patrimonio nel mattone, posseduto direttamente o attraverso i fondi, nel giro di cinque (o forse dieci anni, come chiesto dall’Adepp). Mentre oggi la quota degli immobili dell’Inpgi sul totale degli investimenti è complessivamente del 57,74% a valori di bilancio e addirittura del 59,12% a valori di mercato. Bisognerà di fatto venderne un terzo nel prossimo decennio o anche prima.

Cash in picchiata

Altra grande voce dell’attivo patrimoniale è quella definita “attivo circolante”, pari a 793 milioni, che rappresenta l’insieme degli investimenti a breve termine, quelli cioè immediatamente utilizzabili o quasi. La quota dei crediti è pari a 252,6 milioni, quasi tutti rappresentati da somme dovute dagli editori. I depositi bancari e postali, cioè il contante, sono in tutto 60,5 milioni. Mentre le attività finanziarie, ovvero gli investimenti più facilmente liquidabili, sono scesi a 480 milioni, 61 milioni in meno rispetto all’anno precedente, dopo le riduzioni da 40 e da 103 milioni rispettivamente nel 2012 e nel 2013. Un trend non destinato a finire qui: secondo le stesse previsioni dei dirigenti dell’Inpgi, la gestione del portafoglio si limiterà alla vendita degli investimenti liquidi per esigenze di cassa, cioè per riuscire a pagare le pensioni correnti e gli stipendi del personale, oltre agli altri impegni ordinari di spesa.

  
 

Riserve & debiti

Sul fronte del passivo patrimoniale (i “debiti”) si trova un altro concetto di patrimonio: il patrimonio netto, formato dalle riserve (tra cui quella sulle pensioni) e dagli utili degli anni precedenti che si decide di aggiungere appunto al patrimonio netto (si usa l’espressione “destinato a riserva”). Questo dato è inferiore all’attivo (è pari a 1,8 miliardi) perché il passivo comprende anche i fondi per rischi e oneri, il Tfr dei dipendenti e i debiti verso terzi. Questi ultimi sono in tutto 105,6 milioni, tra i quali spiccano quelli verso il fisco (28,5 milioni, in particolare per le tasse su pensioni e stipendi dell’ultimo mese dell’anno e per i guadagni sugli utili finanziari maturati) e, soprattutto, i 41,5 milioni nei confronti del Fondo contrattuale per finalità sociali, istituito con il contratto Fnsi-Fieg del 2009 presso l’Inpgi per sostenere prepensionamenti, ammortizzatori sociali e altre esigenze (decise da sindacato ed editori), ma che confluisce di fatto nel patrimonio dell’Istituto come fonte di finanziamento.

Esattamente come il Fondo contributi contrattuali (quasi 3 milioni) della Fnsi, che viene utilizzato per anticipare ai colleghi cigs e solidarietà in attesa dell’emanazione del decreto (in caso di difficoltà o di fallimento delle aziende) e sul quale l’Inpgi riconosce al sindacato un interesse molto contenuto, con percentuale da prefisso telefonico (8 mila euro in tutto nel 2014). Nella voce “altri debiti” troviamo infine 2,3 milioni di finanziamento statale per l’integrazione dei contratti di solidarietà, il 10% delle retribuzioni perse (fino al 2013 era il 20%), somme di diritto dei colleghi che transitano comunque nello stato patrimoniale dell’Ente e nelle sue disponibilità liquide.

La riserva per le pensioni

Il tema della liquidità è centrale e critico, nei conti dell’Istituto di questi ultimi anni. E proprio la sua sottovalutazione e la mancata pronta reazione hanno portato all’acuirsi del problema. Fino alla situazione grave di oggi. In cui potrebbe essere messa a rischio la sostenibilità nei prossimi anni del pagamento delle pensioni correnti. L’indicazione più chiara è quella che viene chiamata “riserva tecnica IVS”. La legge di privatizzazione dell’Ente del 1994 ha previsto che ci sia un accantonamento patrimoniale pari ad almeno cinque volte le pensioni in essere a fine 1994. Un vincolo legato a un’epoca talmente lontana da essere oggettivamente inutile. E questo vincolo non è mai stato rivisto. La riserva tecnica attuale, pari a 1,789 miliardi, è infatti uguale a quasi 12 volte (11,99) l’annualità delle pensioni del 1994 (149,2 milioni), ma scende repentinamente a meno di 5 volte se si prendono in considerazione i 444 milioni di uscite per pensioni a fine 2014: il rapporto è esattamente del 4,029, in diminuzione costante da anni (nel 2010 era del 4,624, nel 2013 del 4,161).

Un dato preoccupante che avrà un impatto severo sul bilancio attuariale che deve essere redatto quest’anno sulla base dei dati a fine 2014. Ma che non sarà pronto prima della riforma, probabilmente proprio nel tentativo di influenzare positivamente i dati proiettati a lungo termine con i tagli alle prestazioni (pensioni e ammortizzatori sociali) che il Cda dell’Inpgi intende varare.

  
I NUMERI DEL 2014

Ma com’è andato il 2014? Quanti soldi sono entrati e quanti sono usciti realmente nell’arco dei 12 mesi? Avere un bilancio che chiude con un utile (da 17 milioni, nel caso dell’Inpgi) non significa necessariamente aver messo in cassa più denaro di quanto non ne sia stato speso. A spiegare come sia andata nell’anno di esercizio ci pensa il conto economico.

Il budget sintetico voluto dal Mef

La fotografia riassuntiva del 2014 dell’Inpgi è tutta racchiusa nella paginetta e mezza del Conto economico scalare predisposto in base alle norme del Decreto Ministeriale del 27 marzo 2013, entrato in vigore dal settembre dello stesso anno, con cui il ministero dell’Economia ha fissato “Criteri e modalità di predisposizione del budget economico delle Amministrazioni pubbliche in contabilità civilistica” (l’Inpgi è assimilato alla pubblica amministrazione, nonostante sia una fondazione di diritto privato, perché svolge un’attività sostitutiva di quella che lo Stato garantisce agli altri lavoratori con l’Inps).

Utile di carta

Questo rendiconto molto schematico e suddiviso in macrocategorie distingue da una parte la gestione tipica dell’Ente, quella che in inglese si definirebbe “core”, ovvero le entrate e le uscite per le pensioni e per le prestazioni assistenziali (come gli ammortizzatori sociali), gli “altri ricavi e proventi” (per esempio, i finanziamenti statali per i prepensionamenti o per altri ammortizzatori sociali) e i costi di personale, organi istituzionali e altri servizi. Dall’altra parte raggruppa invece le attività non tipiche, per esempio gli investimenti e i profitti relativi, che costituiscono però una importante fonte di guadagno diciamo “ordinaria”. E infine considera entrate e uscite straordinarie che come tali sono una tantum e non ripetibili.

Ebbene, se guardiamo al saldo finale della gestione “core”, il rosso balza subito agli occhi: 109 milioni di euro nel 2014 come differenza tra “valore e costi della produzione”, circa 43 milioni in più rispetto all’anno precedente. In aumento è invece il risultato dei proventi finanziari, che chiude a 37 milioni, quasi 12 in più del 2013, somma a cui però vanno sottratti circ 8 milioni di svalutazioni. A questo punto del rendiconto, il bilancio dell’anno sarebbe comunque in perdita di 80 milioni. Ma eccoci alla voce “Proventi e oneri straordinari”, che ha il segno positivo per 103 milioni grazie a plusvalenze da vendite (degli immobili al Fondo Amendola) per 110 milioni. Rivalutazioni che portano il bilancio a chiudere alla fine con un utile di 17 milioni (comunque 24 in meno sul 2013, nonostante plusvalenze maggiori per 13 milioni). Ma che sono un elemento contabile sulla carta e certo non moneta sonante che entra nelle casse dell’Inpgi.

Attività per attività

Dalle grandi voci passiamo invece ad alcuni temi specifici, in particolare quelli che raccontano l’andamento di pensioni e ammortizzatori sociali. La Corte dei conti, nella sua relazione al bilancio annuo (quella per il 2014 non arriverà prima di qualche mese), separa da sempre (ovvero dal primo documento relativo al 1996) e in maniera netta la gestione previdenziale da quella assistenziale, per poi indagare su attività finanziarie, struttura e costi di personale, spese per organismi istituzionali. Seguiamo anche noi questa stessa distinzione, per comprendere bene dove è più forte lo squilibrio e dove gli interventi si sarebbero dovuti fare da tempo. E dove, se fossero fatti ora, porterebbero solo disagi ai colleghi e pochi benefici ai conti dell’Inpgi.

Lo squilibrio delle pensioniI contributi obbligatori per le pensioni entrati nel 2014 sono stati in tutto 348 milioni di euro, a cui si sono aggiunti 11,5 milioni di pagamenti da riscatti e ricongiunzioni che contribuiscono sicuramente al bilancio ma non danno indicazioni concrete sul rapporto con la spesa corrente per le pensioni, che è stata pari a 444 milioni. Tanto che la stessa Corte dei conti distingue tra le due cifre. Lo squilibrio previdenziale effettivo è dunque pari a 96 milioni, con un rapporto reale tra contributi incassati e pensioni pagate dello 0,78: l’Inpgi versa cento e prende 78. Nel 2013 era a 0,82, nel 2010 era a 102, quindi ancora in positivo. Invertendo i due dati, e calcolando il rapporto inverso, il risultato è pari a 127%: si incassa cento per pagare 127. Nel 2013 era il 123,6%, nel 2010 il 90,3% (gli ultimi due sono dati Corte dei conti). La sostanza non cambia. Questo è il centro nevralgico dei problemi economici del nostro Istituto.

Ma dove si colloca, esattamente, il problema? Lo scorso anno, i nuovi pensionati sono stati in tutto 554, di cui solo 110 per prepensionamento (i cui costi dal 2009 non sono più a carico dell’Inpgi), mentre non si sa quanti dei residui 444 siano per pensioni di anzianità, quelle che più gravano sull’Istituto perché al venir meno della contribuzione associano la spesa totalmente a proprio carico. E che sono aumentati in maniera esponenziale negli ultimi anni, secondo i dati dettagliati che fornisce la Corte dei conti: nel 2007, agli esordi della crisi, le pensioni di anzianità erano in tutto 795, mentre a fine 2013 (ultimo dato disponibile) erano più del doppio, 1.632: cioè 837 in più tutti sulle spalle dell’Inpgi. Mentre i prepensionamenti nello stesso periodo sono sì quasi triplicati, da 354 a 964 (610 in più), ma di questi 576 non costano nulla all’Inpgi. Anche un ragazzo capirebbe, e avrebbe forse capito da tempo, dove si nasconde la falla che mette a repentaglio la stabilità della barca.

Cigs, solidarietà & Co. in rosso solo da tre anni

Tutti invece sembrano concentrare l’attenzione sugli ammortizzatori sociali: disoccupazione, cigs, contratti di solidarietà. Senza considerare il valore dell’attività assistenziale dell’Inpgi nei confronti dei colleghi, in un momento così difficile. E senza neppure approfondire la questione dei conti, andando anche un po’ indietro nel tempo. Se si scorrono infatti le relazioni della Corte dei conti dal 1996 al 2013, si scopre che fino al 2011 il saldo tra entrate per ammortizzatori sociali (aliquote per disoccupazione e mobilità) e uscite per ammortizzatori sociali è sempre stato in positivo, contribuendo quindi ai buoni risultati del conto economico dell’Ente e supplendo anche allo squilibrio previdenziale.

Dal 2007 la spesa per cigs, solidarietà e disoccupazione è progressivamente cresciuta. E non poteva certo essere altrimenti, visto che gli ammortizzatori sociali servono nei momenti di crisi, per superarli e andare avanti, tutelando i più deboli. Ma solo dal 2012 le uscite hanno cominciato a superare le entrate. Ancora otto anni fa, a fronte di contributi per 21,8 milioni l’Inpgi ne ha spesi 9,8, con un saldo positivo di 12 milioni. L’anno successivo le entrate superavano le uscite di quasi 13 milioni, nel 2009 di 11,6, nel 2010 di 8,8 e nel 2011 di 8,5: in totale, in cinque anni, 53,8 milioni “risparmiati” su contributi previsti espressamente a sostegno degli ammortizzatori sociali. Senza considerare gli 11 anni precedenti sempre in positivo. Nel 2012 comincia lo squilibrio dell’attività assistenziale, con un rosso di 1,6 milioni, che nel 2013 diventa di 13,3.

Ammortizzatori già rivisti all’ingiù

Su questo fronte, però, a differenza che sulle pensioni, negli ultimi anni si sono già prese alcune decisioni: si è posto un tetto alla restituzione del 60% delle retribuzioni perse per i contratti di solidarietà a carico dell’Inpgi, equiparandolo al massimo all’assegno di cigs; il sindacato si è impegnato a non sottoscrivere contratti di solidarietà superiori al 30% (anche se non tutti rispettano questa autoregolamentazione, purtroppo); si è eliminata la disoccupazione per dimissioni; Fnsi e Fieg hanno introdotto nell’ultimo rinnovo contrattuale un’aliquota straordinaria dell’1% (che vale a dati attuali circa 6,6 milioni l’anno) a cui il decreto Lotti aggiunge altri 2 milioni l’anno in arrivo dallo Stato.

Un insieme di decisioni che, nonostante l’aumento della spesa, ha ridotto lo squilibrio già dal 2014 a 12,4 milioni, risultato di uscite per 36,2 milioni (3 milioni in meno di quanto previsto nel bilancio di assestamento) ed entrate per 19,5 dai contributi di disoccupazione e mobilità, a cui si aggiungono 2,3 milioni dell’aliquota straordinaria dell’1% da settembre 2014 e 2 milioni del decreto Lotti che il bilancio Inpgi mette negli altri ricavi tra i “recuperi previdenziali e assistenziali”, non a caso in aumento di oltre 6 milioni sull’anno precedente e di 4,5 sull’assestamento di novembre.

Certo, come sottolineano all’Inpgi, la spesa per ammortizzatori sociali si porta dietro anche il peso dei contributivi figurativi, che non possono comparire nel bilancio economico ma sono oggetto di considerazione in quello attuariale (quando verrà prodotto) e che in ogni caso costituiscono una futura uscita e non vanno a incidere sulla liquidità corrente. Ecco perché ridurre (ancora) gli ammortizzatori sociali con la riforma oramai pronta (ma non ancora rivelata) sarebbe una pessima e scellerata idea. E una strada che non risolverebbe nemmeno in minima parte i problemi dello squilibrio previdenziale dell’Inpgi. Anzi, distoglierebbe l’attenzione per qualche tempo dal problema principale dell’Istituto, lo sbilancio tra entrate contributive e spese per le pensioni correnti, aggravando inesorabilmente la situazione. E andando a colpire in particolare i colleghi della fascia più a rischio, quelli tra i 40 e i 55 anni, che hanno negli anni versato contributi anche significativi: chi imboccherà questa decisione dovrà spiegare loro perché ha deciso di tradirli e abbandonarli al proprio destino.

Investimenti in vendita

La gestione del patrimonio dell’Inpgi chiude nel 2014 con un risultato positivo per 45,5 milioni, prodotto di guadagni e perdite su diversi fronti e influenzato dalle operazioni di apporto degli immobili al Fondo Amendola e della vendita di titoli e fondi per far fronte all’esigenza di liquidità. Nel complesso, il valore contabile degli investimenti è aumentato rispetto al 2013 di un ventina di milioni fino a 1,606 miliardi, soprattutto per il passaggio, e per la relativa rivalutazione, degli stabili dalla voce “Immobili locati” (diminuita da 609,7 a 453,9 milioni) alla voce “Fondi immobiliari” (aumentata da 230,8 a 473,5 milioni). Completamente cancellato l’investimento in fondi commodities (nel 2013 valevano 8,9 milioni), in crescita private equity e azionari, in calo total return e obbligazionari, con un saldo finale di -63,6 milioni ma che tra gli investimenti a breve termine arriva a un valore ridotto di 64,4 milioni. Mentre i mutui sono rimasti più o meno invariati e i prestiti sono diminuiti di 2,5 milioni.

Entrando nello specifico dei guadagni, gli immobili in affitto hanno reso 14,5 milioni, tra entrate per canoni di locazione e recuperi di spese di gestione degli immobili (31,2) e oneri (16,7): un valore inferiore rispetto ai 21,8 milioni del 2013 e destinato a diminuire ancora fino ad annullarsi con il conferimento completo degli immobili al Fondo Amendola. Anche i 4,4 milioni di proventi sui mutui si ridurranno nel 2015, visto che il Cda dell’Inpgi ha deciso a inizio anno di bloccare le erogazioni per problemi di liquidità, e di mettere un limite anche i prestiti, che nel 2014 hanno reso 2 milioni (le spese sui finanziamenti sono minime, in totale nemmeno 34 mila euro).

Infine, la gestione mobiliare, cioè degli investimenti finanziari. I proventi sono stati in tutto 55 milioni, di cui 28,7 per i guadagni sulle vendite e 26,3 per quelli sui cambi in valuta, controbilanciati da 3,6 milioni di perdite da negoziazione, 1,5 per spese e commissioni, 5,8 per tasse e soprattutto 19,5 per le differenze passive sugli stessi cambi. A conti fatti, il guadagno finale è stato pari a 16,2 milioni, per un rendimento al netto dei costi dell’1,72% (era dell’1,15% nel 2013). Se si calcolano anche i valori di mercato, e quindi quelle che sono chiamate plusvalenze o minusvalenze implicite non realizzate (il guadagno che si potrebbe ottenere vendendo in un preciso momento un titolo, ma che non è garanzia di risultati futuri), il rendimento sale allora al 5,97%. Ma si tratta, appunto, di un dato del tutto teorico.

Nessun risparmio per organi, personale, costi e servizi

La spending review della struttura dell’Inpgi? In una congiuntura così critica, è indubbio che sarebbe uno dei primi interventi a cui pensare. Ma se pure ci hanno provato, i risultati nello scorso anno sono stati oggettivamente molto limitati. A partire dagli organi dell’Ente, il cui costo totale nel 2014, pari a 1,388 milioni di euro, è infatti diminuito appena di 16 mila euro sull’anno precedente, l’1,13%. A scendere sono stati in particolare i rimborsi spese (-37 mila euro) e i costi di funzionamento delle commissioni (nemmeno mille euro), mentre le spese di rappresentanza sono aumentate addirittura del 57,1%, da 16 a 25 mila euro. Invariati compensi e indennità per il collegio sindacale (250 mila euro complessivi), ma in crescita di quasi 12 mila euro per gli organi collegiali (Cda e consiglio generale), per un totale di 781 mila euro, a cui si aggiungono 69 mila euro per oneri previdenziali e assistenziali. Una somma che per quasi il 40% è impegnata dai compensi del presidente, tra indennità di carica e altri costi (nel 2013 erano pari a circa 315 mila euro).

Anche le uscite per il personale non registrano diminuzioni. Anzi, il costo finale è di 435 mila euro superiore al 2013, a quota 16,4 milioni. E l’aumento sarebbe stato quasi doppio se non ci fosse stato un minor ricorso agli incentivi all’esodo, da 657 a 351 mila euro. Ritocco minimo alle spese per beni e servizi, appena mille euro in meno a 2,754 milioni. In diminuzione solo di 42 mila euro i costi per i servizi resi dalle Associazioni di stampa, pari a 2,48 milioni. E unico risparmio percentualmente significativo sulle spese legali: -16,7%, da 809 mila a 674 mila euro. Anche se a questa somma vanno aggiunti i costi per le consulenze legali, fiscali, previdenziali, attuariali, tecniche e altre, per complessivi 330 mila euro, in aumento di quasi 84 mila euro.

Preventivo 2015 sul sito ma i dati sono superati

Infine, una notizia passata quasi inosservata: quest’anno per la prima volta l’Inpgi ha deciso di pubblicare sul sito il bilancio preventivo 2015. Un’operazione di trasparenza (stranamente non comunicata) che speriamo si allarghi a tutti i documenti, le decisioni e le delibere dell’Ente e dei suoi organi. Peccato però che il preventivo per quest’anno sia stato costruito su dati di fine agosto 2014, anche se presentato a novembre, esattamente come l’assestamento dello scorso anno, che si è discostato non di poco dall’esercizio consuntivo.

Questo perché i dati di base per calcoli e proiezioni erano strutturalmente superati: non tenevano infatti conto, per esempio, del recente rinnovo contrattuale (con il contributo straordinario dell’1% a carico degli editori e dei fondi aggiuntivi del governo per gli ammortizzatori sociali), della modifica delle regole della disoccupazione varate dal Cda, della nuova aliquota fiscale sugli investimenti (dal 12,5% al 20% nel 2014 e al 26% dal 2015 (titoli di Stato esclusi, ancora al 12,5%) e non consideravamo nemmeno, ovviamente, l’eliminazione dei mutui, che è stata decisa successivamente. Va benissimo, insomma, sapere che le previsioni per il 2015 dell’Inpgi siano a disposizione di tutti, giornalisti iscritti e grande pubblico. Ma forse, almeno per quest’anno, leggerle potrebbe rivelarsi un tantino fuorviante.

  
        

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