Troppi silenzi e nessuna trasparenza dal cda dell’Inpgi sul processo ai Magnoni

Aldo, Giorgio e Luca Magnoni

Silenzio. A oltre un mese dal rinvio a giudizio di Giorgio e Luca Magnoni, padre e figlio a capo della finanziaria Sopaf coinvolti in un’inchiesta che ipotizza anche la truffa aggravata ad alcuni Istituti di previdenza (tra cui l’Inpgi per 7,6 milioni di euro) e che vede insieme a loro altri indagati (a vario titolo per associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, truffa, appropriazione indebita e frode fiscale), e dopo la richiesta esplicita arrivata il 23 dicembre con il comunicato firmato da noi di Unità Sindacale, il cda dell’ente dei giornalisti non ha assunto ancora alcuna posizione ufficiale sulla costituzione di parte civile. Eppure, la prima udienza del procedimento penale è tra appena due giorni, giovedì 8 gennaio. Solo uno dei sindaci dell’Istituto (attuale e anche ai tempi della presunta truffa), pur nascondendosi dietro un altro suo incarico sindacale, ha rivelato pubblicamente alcune informazioni di cui è venuto in possesso non si comprende se come esponente dell’Inpgi o come giornalista che ha condotto indagini personali.

Il processo che si inizierà l’8 gennaio, secondo tali informazioni, riguarderebbe per ora una parte dell’inchiesta (bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita e violazioni penali tributarie) e la documentazione in possesso del sindaco dell’Inpgi indicherebbe come parti lese al momento la Sopaf e l’Agenzia delle Entrate. Questo non significa che il cda non avrebbe fatto bene a prendere già da tempo una posizione chiara sul punto. Anzi! E in ogni caso non ferma la nostra iniziativa di costituirci parte civile come singoli iscritti all’Inpgi 2 (la gestione separata che sarebbe stata, secondo gli inquirenti, truffata), nel tentativo di vederci risarcire il danno.

È a dire poco imbarazzante la cortina di silenzio scesa sulla vicenda anche da parte delle componenti del sindacato dei giornalisti, soprattutto quelle da sempre in prima linea sulla difesa di freelance e precari, sulla denuncia di ipotetici conflitti di interessi (altrui) e sull’invocazione della trasparenza. Un silenzio e un’assenza ancor più gravi perché l’ipotesi – avanzata da qualcuno – di attendere il termine del procedimento penale per poi chiedere i danni in sede civile significherebbe allungare moltissimo i tempi, rendendo a quel punto improbabile l’azione di recupero del danno eventualmente accertato dal tribunale.

Il nodo è però anche un altro: l’assenza e l’evidente disparità di informazioni tra gli esponenti dell’Inpgi e i giornalisti iscritti, che hanno invece tutto il diritto di sapere che cosa accade dei propri soldi e delle future pensioni. E la mancanza di comunicazioni ufficiali da parte dell’Istituto sulla vicenda giudiziaria, sulle informazioni, sulle valutazioni e sulle eventuali decisioni assunte. Così come su altre questioni su cui il diritto dei giornalisti iscritti all’Inpgi dovrebbe essere palese e pacifico.

Nel comunicato dell’Istituto del primo dicembre scorso, per esempio, si faceva riferimento per la prima volta a incarichi nei Comitati tecnico consultivi dei 14 fondi alternativi (private equity e immobiliari) in cui ha investito l’Inpgi, ricoperti in quattro casi dal Presidente (tra cui quello del fondo “Global private equity”, gestito nel tempo da Sopaf sgr, poi Adenium sgr e oggi, dopo il fallimento della precedente società, da Wise sgr) e per il resto da Dirigenti e Funzionari dell’Ente. Niente di più. Ma chi sono i Dirigenti che ricoprono tali incarichi? Ci sono tra loro anche consiglieri di amministrazione e, se sì, chi sono? E in quali fondi in particolare ognuno è impegnato e con quali compensi? Altre domande legittime a cui, noi crediamo, il cda dell’Inpgi deve dare una risposta. Nel rispetto dei colleghi iscritti e in nome della trasparenza.

Per informazioni: unita.sindacato@gmail.com

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